Giacinto Urso

Sul “Grande Salento” aveva un’idea chiara: «Sono sempre stato un sostenitore attento della necessità del Sud Puglia di trovare un coordinamento di visione e azione. Parlare della convergenza tra le Province di Brindisi, Lecce e Taranto non può essere considerata una moda ma un doveroso impegno per guardare con più fiducia al futuro di territori attigui, non ancora utilmente integrati».

 

Adelmo GAETANI

Giacinto Urso oggi avrebbe compiuto cento anni. Un traguardo al quale aveva anche pensato, con curiosità e gusto della sfida al tempo, non con serenità e gioia, anche se sempre più spesso, negli ultimi tempi, amava ripeteva che «la vecchiaia è un dono, ma anche un grande fatica». Una fatica accettabile e sopportabile, fino quando è diventata insostenibile. In quel momento è iniziato un rapido declino, la stanchezza che ha vinto sulla voglia di vivere, la resa fisica e prima ancora psicologica mentre vedeva concludersi l’esperienza terrena. E poi il desiderio, forte e presente, di ricongiungersi a «A Rosaria, consorte mia, e a Vito, nostro figlio che luce non vide», come aveva scritto nella dedica del suo “Storia e Storie” (I Volume) del 2006.

Lo scorso 14 dicembre, nella sua Nociglia, l’addio a questa terra di Giacinto Urso. A soli sei mesi dal Centenario, che in tanti avrebbero voluto celebrare con lui, semmai per cogliere dalle sue parole di ringraziamento, sicuramente tessute con il filo sottile dell’ironia, la lezione morale e fattiva di un attento e instancabile servitore della Comunità e delle Istituzioni. La sua lunga esperienza di dirigente democristiano, consigliere comunale e sindaco, parlamentare, uomo di Governo, presidente della Provincia, costituiva un prezioso bagaglio di conoscenze sulle dinamiche delle decisioni politiche e la gestione efficiente della spesa pubblica, da lui considerata la vera prova del fuoco di ogni amministratore che vuole svolgere il suo mandato perseguendo l’interesse generale. Per dieci anni, sino alla sua decisione del 2022 di lasciare l’incarico, aveva presieduto l’Associazione Antonio Maglio, promotrice dell’omonimo Premio nazionale di Giornalismo. Anche su un terreno per lui nuovo, quello dell’informazione, non aveva mancato di esercitare il ruolo di “educatore civico”: considerava l’informazione libera e pluralista un bene prezioso per la tenuta democratica di ogni società, e ai giornalisti chiedeva di tenere alta la bandiera dell’indipendenza professionale e di essere scomodi nei confronti di ogni potere.

Giacinto Urso era un uomo d’altri tempi, ma solo per ragioni anagrafiche, perché sapeva essere, ed era, un uomo di questi tempi, dei nostri tempi.

Il suo rapporto con la politica è stato improntato a spirito di servizio, fatto di lavoro, rigore, esperienza, equilibrio, trasparenza nel rapporto con i cittadini; non di chiacchiere, frasi urlate, improvvisazione, gestazione di lobby occasionali, operanti in un sistema di potere tanto grigio quanto indifferente al bene comune. Il suo impegno politico e istituzionale è stato tracciato da un faticoso processo di formazione passato attraverso l’esperienza di amministratore comunale, prima di poter levare lo sguardo verso nuovi traguardi. Oggi si assiste alla stupefacente entrata in scena di personaggi venuti dal nulla che rimbalzano miracolosamente sino ai vertici dello Stato, senza nessuna esperienza, nessun collegamento con i cittadini, senza aver mai masticato il filo spinato della politica. Nei loro confronti, tutt’al più si poteva usare lo sbeffeggio, come l’on. Urso, ha saputo fare, anche se con un signorile distacco: «Quello dice di sapere e vuole preparare l’aranciata con i limoni». Per poi aggiungere: «La politica è smarrita. Non parlo di nostalgico del passato, anzi mi stento un ostinato nostalgico di un futuro che non vedo. Come ripartire? Innanzitutto conoscendo e praticando quotidianamente le regole fissate dalla Costituzione, ma non sarà facile, perché la Carta fondamentale è tanto riverita quanto sconosciuta».

Una via d’uscita è riaffermare il senso della politica dal basso («Per oltre mezzo secolo il Comune di Nociglia è stato il riferimento per comprendere la società e i suoi bisogni», ripeteva), come punto di partenza per ogni esperienza partecipativa che potesse preparare la futura classe dirigente. Era la sua convinzione e si doleva del fatto che con l’avvento di Internet, i social fossero diventati la rumorosa piazza dove gli insulti avevano sostituito la formazione e la battuta ad effetto l’approfondimento delle tematiche emergenti. «Forse sono io che non comprendo», diceva, ma probabilmente siamo noi tutti che stiamo perdendo la bussola. «Internet – sottolineava – ha spalancato le porte ad un mondo che non conoscevamo dove ciascuno di noi si manifesta in solitudine, dietro lo schermo di un telefonino. Da un angolo in penombra della propria abitazione si può immaginare di cambiare il mondo con un click, si può intervenire su ogni argomento e si può dire tutto pur non sapendo niente. Sono i miracoli della cosiddetta democrazia della Rete, nella quale molti sono imprigionati».

Come spezzare le opprimenti e rigide catene “virtuali”, come recuperare i valori democratici, i principi di libertà, il dialogo sociale? E soprattutto come costruire il futuro? Giacinto Urso non aveva dubbi: «Occorre riaprire le palestre di apprendimento politico, in caso contrario diventerà impossibile disporre di un’adeguata classe dirigente florida di pensiero pensato, di spirito di servizio, di etica rigorosa e di tormento del ben fare, rivolto a ricercare il bene comune».

L’orizzonte di Giacinto Urso riusciva a tenere in sintonia il Globale e il Locale. Aveva una visione europea e internazionale, perché – diceva – «in un mondo sempre più globalizzato, nessun problema geopolitico può trovare soluzioni stabili senza una larga condivisione di interessi e di prospettive». Le sue sono state letture originali sui complessi equilibri internazionali, ancora macchiati da guerre, ingiustizie, miseria, diffuse privazioni di libertà e democrazia. All’Europa rimproverava le debolezze derivanti dagli egoismi degli Stati e dall’incapacità di avere una politica estera condivisa, con ciò decretando la sua marginalità nel contesto internazionale. Tuttavia era viva in lui la speranza che il cammino di un’Europa unita nei valori e nello spirito di Comunità potesse riprendere recuperando la lezione di De Gasperi, Adenauer e Schuman, i Padri fondatori che avevano saputo anticipare il futuro.

Proprio il sogno dell’Europa Unita dava forza e attualità all’idea sturziana delle Autonomie locali, in quanto articolazioni periferiche necessarie a promuovere una democrazia partecipativa capace di accompagnare una virtuosa articolazione dei poteri Statuali. Per Giacinto Urso i Comuni, le Province (non aveva condiviso il loro ridimensionamento), ma anche le Zone vaste erano una ricchezza politica e amministrativa, perché coinvolgevano i cittadini avvicinandoli al Governo della cosa pubblica. Come il Grande Salento sul quale aveva un’idea molto chiara. «Sono sempre stato – diceva – un sostenitore attento della necessità del Sud Puglia di trovare un coordinamento di visione e azione. Parlare della convergenza tra le Province di Brindisi, Lecce e Taranto non può essere considerata una moda ma un doveroso impegno per guardare con più fiducia al futuro di territori attigui, non ancora utilmente integrati».

Sino agli ultimi mesi della sua vita, Giacinto Urso aveva costantemente lo sguardo rivolto al futuro, certo con preoccupazione, ma anche con la fiducia di chi, avendo partecipato alla ricostruzione di un Paese distrutto dalla guerra, sapeva che tutto è possibile se si vuole e se si fanno le cose per bene. Lui, Maestro di tanti che lo andavano a trovare per chiedere un consiglio o semplicemente per conoscere il suo punto di vista, mai scontato, ha avuto la fortuna di avere a sua volta grandi Maestri.

Uno su tutti, Aldo Moro, punto di riferimento ideale e politico. Erano gli anni Sessanta, l’on. Urso aveva chiesto di essere ricevuto dal segretario nazionale Dc, per riferire su un caso che aveva scosso il partito nel Salento. Concluso l’incontro, Moro saluta il suo interlocutore: «Torni a Lecce, faccia quello che è giusto fare, ma la prego, prima di parlare, taccia».

Era un invito alla prudenza, alla riflessione, alla misurata scelta delle parole, non certo al silenzio. Soprattutto era una lezione di vita e di politica capace di dire e di farsi ascoltare. Una lezione che Giacinto Urso non aveva mai dimenticato e che in ogni modo ha cercato di trasmettere con l’esempio della sua lunga esperienza di servizio equilibrato, ma incisivo.

Anche per questo lo ringraziamo.

Adelmo GAETANI
Laureato in Filosofia, diventa giornalista nel 1981. Ha svolto la sua attività professionale nel "Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto" e per oltre un decennio ha ricoperto l'incarico di Caporedattore centrale. Attualmente è Editorialista. Nel corso degli anni ha collaborato con varie testate giornalistiche.