Pantaleone PAGLIULA
A questo dubbio ha dato una risposta la realizzazione di un test da parte di una importante società di ricerca Inglese specializzata in controllo di qualità, che utilizzando la spettroscopia ha rilevato che il tessuto di un capo con etichetta 100 % cotone analizzato era composto mediamente per il 75% da viscosa e solo per il 25% da cotone dimostrando nuovamente quanto si debba essere accorti sulla fast fashion e sulle verità nascoste.
È bastato un semplice test per scoperchiare il vaso di Pandora dell’industria della Fast Fashion avvalorando quanto sostenuto nel progetto PCTO sulla tematica del Fast Fashion, realizzato dalle Classi VA e VB del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Nardò diretto da Emilia Fracella, che non bisognava fidarsi totalmente della etichettatura e che l’uso di materiali di bassa qualità era voluto per confezionare capi “usa e getta “.

Quindi la società inglese Matoha Instrumentation Ltd ha provato che i capi di abbigliamento prodotti velocemente e a basso costo sono solitamente realizzati con tessuti sintetici e miscele che si deteriorano rapidamente, spingono il consumatore ad acquistarne di nuovo e aumentano la quantità di rifiuti tessili.
Oltre a queste pratiche che arrecano problemi alla salute di noi consumatori e danneggiano l’ambiente, non mancano le questioni etiche documentate da organizzazioni umanitarie riguardo le condizioni precarie di lavoro in molte fabbriche di Fast Fashion in Cina e paesi del terzo mondo con salari bassi e orari di lavoro eccessivi ben oltre il limite dello sfruttamento.
Vestiti che durano poco e che inquinano a lungo. È questa la contraddizione centrale della fast fashion, il modello produttivo che sforna capi sempre nuovi a prezzi stracciati, alimentando un circolo vizioso fatto di consumi compulsivi e rifiuti insostenibili.
Ormai è risaputo che tonnellate di abiti usati finiscono ogni anno nei paesi più poveri del pianeta, trasformati in vere e proprie discariche tessili a cielo aperto in Africa e in Asia. Una vera e propria “esportazione” di un problema che trasforma le criticità ambientali europee in emergenze nei Paesi in via di sviluppo.
Dietro l’apparente convenienza e leggerezza di una maglietta venduta intorno ai 5 euro si nasconde un sistema strutturalmente anti-circolare dove la maggior parte dei capi è progettata senza pensare al recupero delle fibre miscelate in modo da renderne difficile, se non impossibile, la separazione e Il riciclo.
Ultimamente l’Unione europea ha introdotto nuove direttive che obbligano i Paesi membri ad attivare la raccolta differenziata dei tessili estendendo la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) anche al settore moda che dovrebbe contribuire economicamente alla sua gestione come rifiuto.
Purtroppo non basta la sola responsabilità del produttore senza un vero sistema industriale capace di trattare i materiali raccolti ed evitare che i vestiti vadano a finire in discarica o esportati in Paesi dove non esistono strutture per gestirli in modo sostenibile.
L’idea di vendere o donare i vestiti usati nei mercatini dell’usato resta valida, ma non è più sufficiente e l’economia solidale che si occupa del riutilizzo locale è travolta da una mole di indumenti impossibile da gestire. Il paradosso che riparare un capo spesso costa più che comprarne uno nuovo è spiegato dal fatto che con il modello lineare i costi per lo smaltimento sono coperti dai Comuni, mentre non esistono incentivi reali per chi vuole allungare la vita dei prodotti attraverso il riuso o la riparazione.
I contenitori per la raccolta degli abiti usati esistono, ma i processi per riciclare le fibre come la rigenerazione del cotone o della lana, sono ancora sperimentali, costosi e poco diffusi.
Per ora, la moda circolare resta solamente un’utopia.
Servono interventi a monte nella progettazione dei capi, nelle filiere produttive, nei modelli di business e serve una rivoluzione fiscale, culturale e industriale. Senza questi passaggi, la fast fashion continuerà a esistere con le sue contraddizioni che vanno dalla assoluta mancanza di protezioni per noi consumatori, al mancato controllo e vendita dei capi superflui in Europa e allo scarico degli scarti nel Sud del mondo.


















