di Carlo Alberto AUGIERI
Per Ennio Bonea, un racconto da testimone, avendo avuto la gioiosa fortuna di “abitare”, quasi quotidianamente, davanti a lui, “faccia a faccia”, per tanti, molti anni, con di mezzo sempre una scrivania piena di libri, di fogli scritti e nel mentre si scrivevano, di penne, di lettere, di pipe e di sigari: per molto tempo, lui fumatore accanito, io completamente astemio: e però quel fumo profumato di buon tabacco toscano o cubano era piacevole odorarlo, anche perché formava come una “nuvola comunicante”, dentro la quale il Professore (così l’ho sempre chiamato durante gli anni della nostra vita insieme) parlava, ed io a guardare, ad ascoltarlo, da studente, da borsista, da suo assistente e da altro ancora la vita universitaria può rendere possibile a chi la vive “dentro”.
Guardare Ennio Bonea e ascoltarlo era diventato per me, sin da giovane studente di primo anno presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Lecce, un modo come interrogare il mio “di fuori”, con cui poter conoscere il mondo quale esperienza culturale in dialogo: il mio “altro” a cui non tentare di assomigliare, sebbene da adolescente si sia avvezzi ad interiorizzare mimeticamente l’adulto che si ammira: del resto, tendere alla somiglianza con l’altro non è come “ucciderlo” un po’, quasi negarlo come differenza, diversità, perché si finisce per farlo tacere, con la pretesa, tacitamente ego-logocentrica, di far parlare l’io con l’illusione delle stesse parole “altrui”?
Bonea è stato soprattutto per me e per la cara Armida Marasco, sua prima assistente, morta purtroppo prematuramente nel pieno della giovinezza e della sua formazione scientifica (ma anche, per un periodo meno lungo della loro realizzazione umana ed intellettuale, per gli amici-colleghi Silvana Casale, Giuseppe Coluccia, Silverio Mazzella, Carla Perrone, Luigi Scorrano, Marcello Strazzeri), il Professore confidente e confidenziale a cui si amava chiedere, frequentemente domandare di letteratura, di cultura: vissuto di dialogo che ho sempre mantenuto, fino agli ultimi giorni della sua vita, lasciandomi interrogare e rispondere e trasformando in domanda continua le sue definizioni: ecco il prof. Bonea, l’autore ancora vivente del mio dire, con cui trasformavo i libri letti in discorso, le mie credenze in argomenti non ancora visitati dal dubbio, il mio passato esperienziale e verbale in contenuto da travasare in diversi contenenti di senso, la letteratura in rivisitazione dei classici e in attenzione verso le forme contemporanee del sentire, traducentesi in scrittura. Con lui mi sentivo come quando camminavo nei viottoli delle montagne del mio paese natìo, in Calabria: più salivo e più scendevo dentro di me, perché le sue parole, misto di lettura, saggezza ed esperienza, mi diventavano a poco a poco “attrezzatura mentale” con cui conoscere e conoscermi, mettere in dialogo il sapere appreso, per poter dialogare con il mio desiderio di sapere. Già, il sapere non è un contenuto che viene in noi dall’esterno, è una risposta che ci si procura nel rispondere alla curiosità ed allo stupore con cui si guarda e si ascolta il vissuto storico e il mondo, giorno dopo giorno, vivendolo.
Ricordo la curiosità “adolescente” con cui Bonea leggeva i libri sui quali studiava. Ho usato il verbo “ricordare”, inappropriato in questo mio ritratto narrativo di Ennio Bonea: non amo i ricordi, essi distanziano, trasformando in oggetto il ricordato da parte di chi rammemora. Nel mio animo “senza ricordo”, perché vi continuano a vivere le parole sempre viventi nel senso espresso dalle persone che ho incontrato senza mai tralasciare in vita e senza mai lasciare dopo, Bonea continua a leggere: ha davanti Armida e me. Poi, Armida continua la lettura, la sua voce è musicale e dolcissima: là dove il discorso scritto presenta densità, il Professore comincia a guardare densamente “lontano”. È il momento di fermarsi, comincia la discussione, preceduta dai dotti richiami intertestuali di lui. Un affacciarsi ai classici, richiamati con citazioni a memoria da parte del Professore, poi una visita ai critici, Benedetto Croce, Luigi Russo, Giacomo Debenedetti, tra i più frequentati, quindi il discorso contestuale: il senso del testo diventa un serpente che striscia sui terreni della storia e della coscienza, che vengono percorsi “raso terra”, per evitare ogni facile sorvolo. Bonea si intende di politica e di pensiero politico, è attento alla storia nel suo farsi movimento evenemenziale e vissuto di idee, entro cui la cronaca non finisce nell’informazione, ma comincia a rivivere nella significazione.
Dovendo comporre il ritratto verbale di Bonea, lo configuro come un personaggio che guarda cercando sempre oltre la lettera della scrittura, per incontrarvi il suo senso, interpretato in modo che il testo diventi un suggerire ed il capire un tradurre in “opinione”. Ecco una parola architrave del Maestro: leggere per maturare opinione, che è l’insieme della parola di un altro studiato come autore e della parola propria, emersa come “ascolto” di ciò che è “sentito” nella scrittura. L’opinione si forma quando leggere è “udire”: presuppone distanza dal testo per meglio comprenderlo nei suoi vicinati di parole. Armida leggeva e il Professore ascoltava, poi la pausa di dialogo, quindi il comprendere come viaggio nei testi, da dove ritornare in sé con l’esperienza del trarre ciò che si raccoglie come opinione. La critica non come valutazione, ma come estrazione dalle profondità del testo di una soggettiva opinione, da far vivere nell’attività intellettuale del comprendere e dello spiegare: la soggettività intellettuale, nasce da qui, così la pratica del leggere libero dalla conformazione del testo perché la sua scrittura non diventi conformismo dell’apprendere, ma risposta continua per continuamente rispondere.
Ennio Bonea, uomo libero nello spirito del leggere, uomo liberale nel modo del vivere, insegnava a noi giovani studenti a studiare per rispondere alle sollecitazioni che la letteratura pone e che la storia frappone. Rispondere con la responsabilità di chi deve, comunque, dire la sua, perché così si prende parte, si partecipa, si è parte di un contesto entro cui vivere la propria responsabilità di soggetto pensante e, dunque, parlante. Scrivente. Il fine è intervenire, dopo che il libro, in particolare, il libro di letteratura, viene a scuoterti dal “neutro” dell’abitudine mentale. Il Professore amava scrivere, cioè rispondere, ossia intervenire: giornalista (ha scritto su giornali locali e nazionali) e fondatore di giornali ( “La Tribuna del Salento”, in primo luogo; ha preso parte “cofondatrice” alla nascita del “Quotidiano di Lecce” e del servizio tele-giornalistico della Tv locale), ha partecipato come “opinionista” al dibattito politico e culturale svoltosi nel Salento nel periodo difficile e di transizione a partire dai primi anni sessanta fino a poco tempo prima della morte, avvenuta il 12 dicembre 2006; critico militante, mai accademico (termine che usava in modo distaccato ed ironico), ha recensito quasi tutti i libri pubblicati nel Salento nel trentennio fine anni settanta- fine anni novanta: preziosa testimonianza della sua attività di lettura e del fermento “scrivente” nella tri-provincia salentina sono i tre volumi (l’ultimo consta di due tomi), dal titolo significativo, Subregione culturale. Il Salento, ognuno introdotto da un solido e documentato saggio costruttivo dell’ambientazione intellettuale e socio-culturale dell’area tematizzata come identità antropologicamente sub-areale, perché dentro un territorio regionale più vasto (niente di dispregiativo, pertanto), pubblicati dall’editore Milella, rispettivamente, negli anni 1978, 1993, 1996. Una “missione” critica interessante questa di recensore militante: Bonea la svolgeva con passione e generosità, consapevole del fatto che la critica è indispensabile alla crescita territoriale della cultura, in quanto scrivere, soprattutto da parte dei giovani, significa essere accompagnati, non guidati, nel loro cammino di ricerca. Altrimenti, con chi confrontarsi? Con chi discutere delle proprie riflessioni? Senza critica, svolta in modo metodico e scritta con modo metodologico, si praticano soltanto occasionali presentazioni di libri con un pubblico, il più delle volte, fatto di parenti ed amici dell’autore, quasi una festicciola di famiglia, nella quale fare critica significa celebrare, esprimere qualche riserva viene interpretato come scostumatezza ed ingratitudine, consigliare di studiare ed approfondire ancora, viene inteso come pesantezza e boriosità da parte del tizio che parla e che, straparlando, si crede “chissà chi”, con l’affronto di non avere riguardi per il festeggiato, lo scrittore.
Bonea amava leggere e insegnare, stimolando a discutere senza voler ragione, ma prendendo dai giovani, apprendendo pure da loro, dopo averli stimolati a comprendere. Sintomo di profonda umiltà: non ci dava mai del tutto torto, e così, non bloccandoci, partecipava alla formazione in noi della parola nel suo farsi dialogo con lui e di gruppo. Voleva capire, ascoltare, leggere le nostre riflessioni, che discuteva per ore, con l’esito, alla fine, di trasformare il parlare comune in opinione condivisa. I suoi corsi universitari erano su autori salentini (sulla poesia di Bodini, soprattutto) su temi letterari nazionali: conservo “per sempre” le sue dispense sul romanzo italiano dal Neorealismo agli anni settanta, così come quelle su Letteratura e Resistenza e sulla Letteratura Partigiana. Letteratura e impegno civile, letteratura e responsabilità, letteratura e politica, letteratura e storia, letteratura e geografia: sempre qualcosa di intimamente storico e cronotopico accompagnava la letteratura nelle parole del Professore, nelle sue lezioni, nella sua critica. La letteratura era un centro focale “irradiante”, più che “rispecchiante”, la risposta dinamica interna alla cultura: “Perché, Professore, irradiante? Non può essere, invece, rispecchiante, perché la società, la mentalità, la cultura di un periodo si rispecchia nelle immagini della poesia e della narrativa?” chiedevo curioso e sollecito, magari fresco di Lukàcs e della sua teoria del “Rispecchiamento”. Bonea mi guardava incuriosito, con la pipa tra le labbra, la calma del fumo che saliva in alto, irradiandosi subito dopo come profumo nella stanza, dove non sono mai entrato più, dopo la sua morte: mi rispondeva invitandomi a ripensare alla “mimesi” platonica ed alla possibilità dello specchio “parlante” del testo, che non ripete l’immagine, ma si lascia dire dalla sua capacità configurante, che irradia, appunto, il suo senso, improntando di sé un rispecchiamento “rispondente”, entro cui una società si guarda riconoscendosi. Ci guardavamo insieme, aguzzavamo lo sguardo nel senso da dire e far dire nell’ascolto delle parole, e la lettura continuava. Poi Armida ci ricordava altri libri, altri temi, altri contesti, altri argomenti, che sarebbero stati oggetto delle lezioni dell’anno prossimo o del prossimo articolo sul giornale del giorno dopo. Bonea era Professore non Maestro (ironizzava su questa parola “pesante”), ma Professore dalla parola “maestra”, insieme interlocutrice ed uditrice: la sua parola con cui raccontava la letteratura era aperta a nessuna acquietante definizione; la sua parola con cui raccontava la storia era ironica nei confronti di ogni pensiero definito: l’ironia, a cominciare dall’autoironia, è la retorica con cui prendere sul serio la scienza in modo da farla diventare “gaia”, perché nello studio il piacere gioca un ruolo primario, accompagnandosi alla serietà dell’apprendere. Quando era nervoso per gli accadimenti della vita, una riflessione nuova lo risvegliava al piacere. Bonea insegnava con gioia, discuteva i capitoli di tesi con i laureandi con il piacere di correggere, che per lui significava non sostituire, togliere, ma aggiungere altro, perché la tesi doveva essere la presenza degli studenti alla scrittura.
I suoi impegni politici non pesavano sull’insegnamento: da deputato del Partito Liberale al Parlamento italiano ripeteva che l’aula che più preferiva era senz’altro quella universitaria, più che quella di Montecitorio, perché discutere con i giovani studenti era più sincero, più stimolante culturalmente. Da giornalista scriveva concetti che aveva discusso a lezione; idee che aveva tratto dai libri le ritrovavo nei comizi elettorali che lo vedevano impegnato a parlare nelle piazze salentine, fino nei paesi più remoti o meno abitati, come Cocumola, ad esempio, nella cui piazza parlò leggendo prima la poesia omonima di Bodini. La parola letteraria non sfuggiva alle responsabilità della storia nel discorso di Bonea: amava citare spesso una riflessione di R. Barthes, essere la letteratura “regina delle scienze dell’uomo”, sì “regina”, egli insisteva, “perché una metafora poetica o una sequenza narrativa scandaglia le risorse di senso di una cultura, aprendole al presente storico, fino alla sua progettazione di un mondo possibile”. La letteratura allarga gli orizzonti della politica, dello sguardo storico, dell’approccio antropologico: narrando del possibile e del probabile, il necessario storico diventa non costrizione, ma apertura verso la ricerca di “altri cieli” ( così “recita” il titolo di una raccolta di poesie, pubblicata dall’editore Rebellato), di natura non metafisica, ma utopica, umanamente utopica, nella cui aspirazione è da cogliere la letteraturizzazione dell’umano vivente, la poeticità del sentire comunitario, la narratività dell’agire all’interno di una finalità, che coinvolge l’impegno del singolo e l’interesse del bene solidale. Il modello di personaggio letterario che interessava Bonea, uomo e professore, era quello narrato dalla letteratura della Resistenza e del Neorealismo: un soggetto libero di una libertà in lotta e in tensione nei confronti dei soprusi e degli abusi dei forti, dei vincitori; un soggetto realista non per concretizzare il proprio valere, ma per realizzare un’esistenza di valore, rivolta verso la scommessa dell’avvaloramento.
La stanza dove Bonea, Armida ed io ci incontravamo ogni giorno, sita al piano terra del “Codacci Pisanelli”, la più vicina alla Biblioteca del dipartimento di Filologia, Linguistica e Letteratura, era il luogo d’incontro di personalità varie, narratori ognuno di vicissitudini molteplici, che venivano non tanto per “consegnare lo statino per gli esami”, ma per rappresentare il loro “stato di appello” alle difficoltà a cui era difficile rispondere: studenti in crisi, che volevano essere ascoltati; colleghi in perplessità, che chiedevano di mettere in dialogo le loro ragioni; cittadini in subalternità di soluzioni, che chiedevano consigli: ecco un fatto emblematico della personalità di Bonea: un uomo capace di “dare consiglio”, di concedere tempo a chi domandava consiglio, di possedere saggezza di consigliare. La sua parola intertestuale, intertematica, interessante, accompagnata dal sorriso partecipe e incoraggiante, era un lievito per chi ascoltava: “grazie, Professore”, “grazie, Onorevole”, “grazie, Ennio”, ognuno salutava diversamente, in relazione al suo ruolo di soggetto domandante, richiudendo la porta con uno sguardo più sicuro, più tranquillo, più dignitoso.
Ringraziavano poco, invece, gli amici poeti che venivano di frequente a trovarci (tra i più assidui: Aldo D’Antico, Bruno Epifani, Maurizio Nocera, Gerardo Trisolino, Salvatore Toma e Antonio Verri), per leggere i loro ultimi testi, per donare il libro appena pubblicato, per regalarci momenti di riflessioni e di utopie: con loro il linguaggio entrava “in festa” e ogni riferimento alla realtà diventava una possibilità di mondo, una probabilità di impegno. Si discuteva di Avanguardia, di Sperimentalismo poetico, di nuovi soggetti sociali da raccontare per rappresentare un Sud senza frontiera nei confronti delle culture più a Sud e di un Nord dai confini sempre più labili. Si viveva il fermento del ’68, l’inquietudine di Pasolini con l’attenzione verso il fascino significante delle periferie, il dubbio nei confronti di un processo di industrializzazione del territorio meridionale, sempre più spinto e minaccioso: Bonea ascoltava, dialogava, indicava letture sempre più aggiornate, citava Gobetti e Gramsci, Montale e Bodini, Gadda e Brignetti, autore da lui scoperto, Scotellaro e Primo Levi, Sanguineti e Pagliarani. La stanza dove vivevamo diventava il luogo di un fermento, l’officina di tante idee, l’habitat “promesso” di tanti incontri per tante discussioni fatte di “inoltre” e di “pertanto”. Sento ancora l’eco di quei dialoghi e le voci elettriche per il sentimento con cui l’argomento “a cuore” diventava domanda e ragionevolezza e un “chiedere conto” al Professore, responsabilizzato nella duplice veste di studioso e di politico con esperienza parlamentare. L’umiltà di Bonea frastagliava la polarità oppositiva dei dialoghi appassionanti: con lui si componeva il discorso a più voci in un coro di punti di vista molteplici che si rincorrevano, fino a ritrovarsi nella voglia di saperne di più, nell’impegno di fare con maggiore disponibilità. Bonea incoraggiava, si infiammava, diventava giovane con noi, c’era, insomma, solidale come “presenza” umana e umanamente verbale, fino a quando, lungo il cammino del tempo, la vita non cominciò a farci tacere come soggetti parlanti, a poco a poco.
Armida si spense dopo una triste malattia; morì Antonio Verri per incidente d’auto, anche Salvatore Toma ci lasciò, dopo tanto cantare alla morte, “pellegrina” ed “amica”. Dopo il silenzio di Armida il dialogo con il Professore non fu più lo stesso: la letteratura da campo testuale di discussione, diventava sempre più una risorsa di parole, con cui parlare con il proprio sé e nella personale malinconia. Sì il dialogo tra me e lui c’era sempre, però senza la grinta del voler trovare le ragioni con cui spiegare i possibili percorsi del comprendere la vita “illuminata” dalla letteratura: la parola poetica fungeva da “lanterna” fioca, con cui rischiarare appena e “senza parole” il profondo del non senso o del senso “e-vocativo” e non concettuale.
Parlerà sempre dentro di me il silenzio del caro Professore, quando cominciò a tacere, perché le parole cercate per parlarmi non le trovava più, durante il periodo finale della sua malattia. Le parole cominciavano a fuggire dal nostro dialogo, in loro vece i gesti delle mani e lo sguardo, rimasto sempre espressivo, commosso, mai furbesco, sempre leale e premuroso. Verso chi? Cosa mi raccomandava quello sguardo espressivo nel fumo nebbioso del tacere? Dico di non saperlo, ma non confesso di non saperlo. Lo lascio inenarrato come mio segreto: con esso vorrò sentirlo ogni giorno e senza ricorrere alla finzione dell’eco. Il segreto con l’altro o l’altro che rimane nell’animo come segreto è quanto la vita non ci significa, perché si confonde come senso della vita. L’amicizia è così, il rapporto d’ascolto e di comprensione con chi ci insegna sin dall’adolescenza è così: lasciare che la sua parola rimanga nell’animo come segreto, con cui interloquire come senso del conoscere e del conoscersi.
C’è una profondità nel vivere scolastico ed universitario, che auguro agli studenti di interiorizzare: la parola “formatrice” di un Professore, capace di diventare nella vita “generatrice” di altre parole ovviamente aggiuntive, diverse, distinte, magari pure contrastanti. E però, pure il contrasto nasconde e sottintende la storia verbale, discorsiva di una generatività dialogica, formatasi come risposta a qualcuno che ci ha chiesto, dicendoci pur nell’ “in illo tempore” del nostro cominciare ad ascoltare e a “guardare” l’altro dell’apprendere, dell’apprendimento, dell’apprendistato. Meglio, senz’altro, del migliore e pluritelematico addestramento.


















