di Rossella BARLETTA
Per una cortesia chiestami dalla pasticceria Ideal ho scritto un ritratto molto sintetico del fondatore, all’anagrafe Domenico Carrisi, classe 1934, meglio conosciuto come Uccio, scomparso lo scorso anno.
Delineandone il profilo professionale che si innesta con la sua vita privata, non priva di curiosità e insoliti aneddoti, col fiuto della storica mi sono resa conto che, attraverso la sua apprezzata prestazione d’opera nei laboratori di alcuni bar leccesi di oltre 60 anni fa, è possibile ricostruire la loro dislocazione nelle vie centrali e dare così un volto alla città di quel tempo. Si riesce a comporre un accattivante album di ricordi riguardanti l’arte della pasticceria locale – alquanto ignorata dalle indagini storiche locali – ed a risalire, con buona approssimazione, al momento in cui i caffè tradizionali (Giovanni Bodini elenca i più noti, di molto precedenti, nel suo libro Lecce d’altri tempi, a cura di A. Laporta, ripubblicato nel 2021 dalle Edizioni Grifo), si denominarono bar: termine inglese con cui si indicava originariamente la sbarra posta esternamente al bancone, in basso, permettendo agli avventori di poggiare i piedi quando si sedevano sugli alti sgabelli per sorbire il caffe e bevande diverse. E siamo intorno agli anni 1940.
Uccio, orfano di padre ad appena 40 giorni, a soli 9 anni andò a lavorare nella pasticceria gestita da Ciccio Panico e Sebastiano, situata in via G. Paladini, al civico 7 dove poi vi fu la Libreria delle Suore Paoline. Nel 1958, o giù di lì, collaborò col “bar Prato”, di fronte al Cinema Massimo (Viale Lo Re) e successivamente fu tra le maestranze presenti all’inaugurazione del “bar Marazia”, nota famiglia di commercianti del settore alimentare, nelle adiacenze della chiazza cuperta, piazza coperta, il mercato dei commestibili situato a ridosso del castello di Carlo V e ricoperto da una pregevole tettoia liberty (1897-98, smontata nel 1981).
Intorno agli anni 1970 collaborò col “bar Domino” che si trovava in un angolo di piazza Mazzini o, come si chiamava ancora allora, “dei Trecentomila” e, quindi, nel salotto della città nuova; se non ricordo male il locale era alquanto chic, innovativo, con barman professionali ed era dotato di un soppalco dove i clienti, seduti ai tavolini, avevano una visione panoramica della piazza (ancora con poche macchine), non ricordo bene se già arricchita dalla fontana monumentale (costruita nel 1975), che con la sua architettura moderna si contrapponeva alla piazza di sant’Oronzo di stampo classico.
In uno di questi locali citati Uccio ha rubato con gli occhi i trucchi del mestiere – come spesso amava dire –, inventando alcune “paste” che ancora oggi vengono proposte e accolte con successo. Tra le altre si ricorda quella denominata “parigina”. Chissà poi perché! Sosteneva che il dolce venne fuori per un errore dell’impasto (un altro segreto che si è portato via nel 2020) dove entrano i pinoli e l’uva sultanina e la crema di riempimento è aromatizzata alla Strega. Un altro dolce è stato la “torta mimosa”, all’inizio particolarmente legata alla Festa della donna (8 marzo), e alcuni bignè di pasta sfoglia ripieni di crema zabaione.
In un preciso momento dell’anno il talento di Uccio raggiungeva la vetta più alta dell’artisticità quando modellava e colorava la frutta di Martorana, il dolcetto della tradizione siciliana, costituita da pasta di mandorle (a crudo). E il suo laboratorio appariva piuttosto l’atelier di un pittore!
Nell’allestire il classico cestino festivo aggiungeva i datteri, ripieni della citata pasta, o i dolcetti su cui poneva il gheriglio di noce ricoperto di cioccolato (sue invenzioni), altro ingrediente che padroneggiava con sicurezza oltre che con fantasia…aggiungendovi qualche gorgheggio nella preparazione e creando un’atmosfera di armonia e dolcezza che, nonostante la sua assenza, continua a sprigionarsi dall’impasto.
Prima di concludere, un accenno a un insolito risvolto della vita privata di Uccio: aveva l’innata inclinazione verso la musica classica che sfoderava durante il lavoro, e non soltanto, forse incoraggiato, (chissà!) dall’avere ricevuto, giovanissimo, apprezzamenti e ammirazione per il suo timbro vocale perfino dal celebre tenore leccese Tito Schipa quando lo sentì cantare casualmente.
Poi si dovrebbe accennare alle sue capacità di riprodurre col cioccolato la nave Ausonia (incendiata nel 1935) e ai riconoscimenti ufficiali ricevuti nel corso della sua lunga e benemerita carriera. Ma di questo, eventualmente, ne parliamo un’altra volta quando si affronterà il tema delle eccellenze manifatturiere locali il cui prodotto scaturiva dalla passione innata e da un pizzico di lungimirante intuizione imprenditoriale.


















