Non si può essere più chiari, caro direttore: «il “Grande Salento” è solo un’espressione geografica con cui si intende fotografare uno status quo, rappresentando paritariamente gli Enti locali che costituiscono le tre province, senza alcuna nostalgia di improbabili grandeur storiche».
Ma le sembra facile sgombrare il campo da, chissà quanto volute, strane interpretazioni, dopo questo chiarimento? E no! Tant’è che sul tema si è gettato a capofitto, cosa peraltro prevedibile, il presidente di quel Movimento Regione Salento, Paolo Pagliaro. Che del suo commento, «nessun intento autonomistico o egemonico, insomma, ma una semplice esigenza toponomastica per definire con un’espressione sintetica l’intero territorio, senza dover pedantemente ripetere ogni volta la lunga e poco pratica espressione “le province di Brindisi, Lecce e Taranto”», non se ne può fregar dimeno.
Perché, secondo il nostro, «il Salento è una realtà omogenea che può rivendicare, a giusta ragione, la propria autonomia da una Puglia che è stata una scelta burocratica e che esiste solo come espressione geografica. La Regione Salento potrebbe essere l’undicesima regione su 21, con 1 milione e 800mila abitanti: questi sono numeri che vanno oltre a tutte le parole».
Solo alcune domande. Quanti sono nelle tre province salentine gli imprenditori degni di questo nome? Quante sono le realtà industriali in queste tre province degne di questo nome? Di che vive la maggior parte dei salentini? Io amo il Salento, in particolare il mio paese dal quale non mi separerei mai. E sono pronto a battermi con le unghie e con i denti per migliorarne la situazione. Ma, detto questo, non chiudo gli occhi davanti ad una realtà, per quanto amara.
I baresi non li considero, sporchi brutti e cattivi. Non sono la causa della situazione in cui versa il Salento e, più in generale, la Puglia, in cui, peraltro, ci sono anche loro. Siamo il sud, caro consigliere. Forse, sarebbe più consigliabile che i meridionali alzassero la voce tutti insieme per farsi sentire, senza imputare ad altri le proprie debolezze, non chiudersi: aprirsi. Lei saprà certamente che un ragazzo salentino, ancor prima di presentare domanda di arruolamento in una delle armi o in un qualsivoglia concorso pubblico, pensa a quale santo rivolgersi per avere la raccomandazione. Sarà, il più delle volte, il padre ad intercettare il personaggio, per lo più, politico a cui bussare. Previa promessa di riconoscenza nel momento del voto, ovviamente. Che vergogna!
Penso che, nel nostro meridione, il regalo più grande che un figlio possa fare ad un padre, sia dargli la dignità di non chiedere. Bisogna lavorare sulla testa delle persone, mi permetta il punto di vista, caro consigliere, per migliorare la situazione, altro che Regione Salento. Chiudersi fra quattro mura e guardare il proprio ombelico per sentirsi superiori agli altri, non risolve la situazione. Anzi, la peggiora.

Fernando Durante