Giacinto Urso

di Lino DE MATTEIS

Esponente storico della Democrazia cristiana, l’on. Giacinto Urso ha operato per ben sessantacinque anni nelle Istituzioni italiane divenendo, tra l’altro, sindaco di Nociglia, deputato al Parlamento per cinque legislature, presidente della Commissione Sanità della Camera dei Deputati, sottosegretario di Stato, presidente della Provincia di Lecce, Difensore civico della stessa e cittadino onorario di Lecce e di altri Comuni. Per aver servito lo Stato è stato insignito del grado di Cavaliere di Gran Croce, massima onorificenza della Repubblica italiana. Attento conoscitore del suo territorio e acuto osservatore delle sue dinamiche, più volte l’on. Urso ha ricordato la necessità del Grande Salento come anelito unitario per la crescita comune.

On. Urso, domani 12 giugno, taglierà il traguardo dei 96anni, quasi un secolo di storia, quando era ancora in vita l’antica Terra d’Otranto, anche se col nome di Provincia di Lecce. È a quella realtà storica che guarda quando sostiene la necessità del Grande Salento?
«Non si tratta di nostalgia della Terra d’Otranto, anche se, nel suo tempo, ha contenuto un assetto politico-amministrativo di notevole valore. Poi, nel superamento della Terra d’Otranto, ognuna delle tre province ha preso la sua via. Nessuna nostalgia del passato, né critica all’ignavia di ordine istituzionale, ma la realtà del Grande Salento si impone oggi per il cammino futuro, lo pretende la Storia. Non si tratta di andare a raccogliere qualcosa che sta alle nostre spalle ma di costruire qualcosa che sta di fronte a noi».

Lo spirito unitario era ancora presente nella fase di elaborazione della nostra Costituzione.
«All’atto della redazione della Costituzione, vi è stata l’iniziativa, non andata in porto, di rendere la vecchia penisola salentina come una delle tante Regioni. Ma lo spirito unitario c’è stato anche dopo la Costituzione, fino a quando, sul piano elettorale, le province di Lecce, Brindisi e Taranto, erano unica circoscrizione. Nel tempo, non avendo ottenuto il riconoscimento a Regione, nell’antica Terra d’Otranto, già smembrata nelle tre province, ognuno ha preso la sua strada. Tendenza favorita ed accentuata dai sistemi elettorali successivi con le nuove circoscrizioni e collegi a base provinciale».

Eppure negli ultimi decenni no sono mancati i tentativi di trovare unità di intenti.
«Lo spirito di ricompattare il Salento è sempre aleggiato, ha cercato di prendere piede, talvolta con grandi entusiasmi ed euforia, per poi divenire solo un enunciato di ordine verbale. C’è stata sempre una tendenza ad avere incontri ravvicinati tra le tre province, anche nel segno di un’unitarietà che si è raggiunta, negli anni Cinquanta, con l’istituzione dell’Università di Lecce. L’ateneo salentino è divenuto una realtà per intuito di alcuni spiriti eletti, certo, ma soprattutto per la compattezza delle tre Province, i cui cittadini furono tassati per finanziare la libera Università di Lecce. È stato quello il momento in cui si è passati da un territorio diviso ad una convergenza di intenti su una grande sfida di ordine culturale. Nacque così il Consorzio interprovinciale universitario tra Lecce, Brindisi e Taranto».

Diventata poi Università del Salento.
«Altro passo unitario, dopo il riconoscimento ufficiale dell’Università di Lecce, è stato quello di chiamarla Università del Salento. Anche se, a mio parere, non è stata una felice idea, un po’ perché le università hanno bisogno della caratterizzazione topografica della città che le ospita, ma anche perché c’è stata una politica accademica che ha allentato l’interessamento verso il territorio brindisino e tarantino. È successo che proprio il cambio di nome in Università del Salento, l’ha fatta diventata in pratica l’Università di Lecce».

Qualche giorno fa il Senato accademico ha approvato l’integrazione del logo dell’UniSalento col titolo di “L’Università dei due mari”.
«Un passo avanti, perché dimostra l’intenzione di globalizzare l’ente alle tre province di Lecce, Brindisi e Taranto e di avere in sé il seme di un’università che si riconosce in tutto il territorio della penisola salentina. Anzi, io l’avrei definita anche “tra tre mari”, perché l’incontro a Leuca di Adriatico e Jonio rappresenta un confine labile che si apre al grande mare Mediterraneo, come ebbe a ricordare Giovanni Paolo II nella sua visita ad Otranto, nel 1980, per i 500 anni dei Martiri».

Cosa disse Papa Giovanni Paolo II?
«Disse queste parole: “Da questa antica terra, protesa verso il Levante, noi guardiamo con attenzione e simpatia alle regioni dell’Oriente” e ci fu anche un appello all’Albania, che in quel momento viveva una fase travagliata. L’ “Oriente che è in noi”, insomma, come ricordava anche Antonio Maglio. Quindi non un Grande Salento statico, ma che rafforza il suo legame col territorio e si apre agli Stati che ci circondano, consolidando una lunga tradizione storica di reciproche relazioni nel Mediterraneo e con l’Oriente».

Il dibattito sull’accorpamento delle Province, prima della riforma Delrio, ha favorito o danneggiato il tentativo di trovare uno spirito unitario?
«La pluriennale querelle sulle Province teneva in piedi il tema sul possibile disegno unitario del Salento, con l’ipotesi di ritorno ad un unico territorio. Il ridimensionamento degli enti provinciali ha smorzato quel dibattito che, pur se flebile, c’era, mentre avrebbe dovuto spingere verso un’intesa unitaria per superare la perifericità geografica del Salento, che invece è diventata più marcata. Ad oggi, non si è deciso se queste Province devono rimanere, acquisendo dignità di presenza e di azione, oppure, invece, devono essere, come si pensava, completamente soppresse. Questa situazione ha attivato ancora di più la necessità di stare uniti come territorio. È curioso che, proprio nel momento in cui le Province hanno perduto le loro caratteristiche di autonomia e anche il suffragio universale diretto, l’esigenza di un Grande Salento è divenuta ancora più marcata».

Ci sono stati, comunque, dei tentativi di trovare delle intese tra le Province.
«Sì, i loro rappresentati si sono dati da fare, hanno firmato protocolli e convenzioni, però, allo stato attuale, nulla è avvenuto di concreto, se non consultazioni sporadiche su particolari problemi, ma poi ognuno ha camminato per proprio conto. Ha vinto il campanilismo, divenuto sempre più magro con l’attuale configurazione delle Province. Per questo il Grande Salento non va visto come un’opzione scolastica, ma una prospettiva verso cui si è obbligati ad andare per la particolare situazione che esiste su questi territori. La Provincia in sé non rappresenta nulla e il territorio rimane occluso a qualsiasi possibilità di avere una platea più ampia sui problemi comuni».

Ma basta il ruolo delle istituzioni o ci vuole qualcosa di più per costruire un futuro unitario?
«Non basta più l’intesa tra le istituzioni, ma bisogna arrivarci anche per coscienza di popolo. L’esigenza è così impellente, soprattutto per il dopo-Covid, che ci vuole un sentire comune di ordine generale e sociale. Purtroppo però, si reclama l’unità, ma sul piano pratico si marcia divisi su problemi le cui soluzioni non possono che essere comuni».

L’UniSalento sta lavorando alla elaborazione del masterplan previsto dal Protocollo d’intesa “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”, sottoscritto dai sindaci dei tre capoluoghi, dai rispettivi presidenti di Provincia e dal rettore. Al di là delle enunciazioni generali, a quali fatti concreti dovrebbe fare riferimento il masterplan?
«Fatti compatibili con una visione d’insieme. C’è il problema dei trasporti, che non riguarda solo i collegamenti con le reti nazionali ma anche la mobilità interna. Abbiamo una rete ferroviaria unica, perché nessun territorio, come il Salento, ha una sua rete ferroviaria, sia pure malandata, lasciataci dai nostri padri con grande lungimiranza e che dovrebbe essere valorizzata. I trasporti, per loro intrinseca natura, hanno bisogno di una visione d’insieme, e, invece, abbiamo tre aziende dei trasporti, una per provincia. C’è il completamente della bradanico-salentina, della Maglie-Leuca, del raccordo ferroviario con l’aeroporto di Brindisi, ecc. Le infrastrutture per la mobilità sono fondamentali per la coesione di un territorio».

E oltre ai trasporti?
«Ci vuole una visione d’insieme sullo sviluppo economico. Occorre una tipologia appropriata, per esempio, del turismo, concepito non solo come turismo-vacanza e basta. È importante non disperdere il valore storico ed economico di realtà come lo stabilimento termale di Santa Cesarea Terme. C’è il problema della xylella, che ha bisogno di un piano complessivo di ricostruzione del paesaggio visivo del Salento attraverso un programma di biodiversità. Abbiamo oasi di cultura di grande eccellenza, che però non sono collegate tra di loro, ognuno si vanta solamente di essere se stessa».

Nei giorni scorsi c’è stata la clamorosa sentenza sull’ex Ilva di Taranto, “ambiente svenduto”…
«Anche la contingenza-Taranto, aggravata dalla recente sentenza, ha bisogno del Grande Salento, perché   Taranto deve essere sostenuta dalle gemelle Brindisi e Lecce per risolvere i suoi problemi. Non basta dire chiudiamo e smantelliamo tutto, anche se comprendo che il siderurgico ha portato disastri immani e dolori immensi. Si dice basta e si chiude il cancello solo quando si bonifica il terreno dopo e quando questa massa di lavoro e di ricchezza prodotta dalla più grande acciaieria d’Europa trovano una alternativa, ora resa ancora più difficile dal Covid. Una soluzione, come ha detto il ministro Cingolani, potrebbe essere la riconversione a idrogeno o a gas dello stabilimento. Questo vale anche per quanto riguarda Cerano. Ma è evidente che questi sono problemi che se ciascuno cerca di risolverli in proprio affoga solo nella sua nullità».

Cosa serve per la svolta a Taranto?
«Taranto non si illuda che l’Acquario possa risolvere i suoi problemi. Taranto può chiedere il rilancio del più grande Arsenale militare d’Europa, facendo sì che gli operai specializzati possano avere una vita e una prospettiva diversa. Deve chiedersi in che maniera può essere esplicata la cultura del mare. Possibile che le cozze tarantine non si possano vendere ed esportare perché si producono solo 70-80mila chili l’anno»,

L’università ha, dunque, una grossa responsabilità nell’elaborare, nel più breve tempo possibile, il masterplan, ma quali sono le responsabilità politiche complessive del territorio?
«Noi, più di tanti altri territori, siamo senza Politica. Non c’è più un corpo politico che aziona queste prospettive con visioni lungimiranti. La sentenza del Tar sulle ultime elezioni regionali, per esempio, ha detto una cosa chiara: non togliamo due seggi al centrosinistra, poiché i seggi possono averli solo le liste che superano il 4%. Con questo ben 250mila voti non contano al fine dell’assegnazione dei seggi ma solo a sostenere il candidato presidente. Il paradosso è che proprio le tante liste civiche che hanno contribuito ad eleggere Emiliano non hanno portato seggi corrispettivi al centrosinistra».

Eppure, negli ultimi anni, proprio la crisi dei partiti ha dato spazio al civismo. C’è qualcosa che non va?
«Le liste civiche sono uno strumento per surrogare i partiti. Il civismo è la tunica bianca indossata dai trasformisti. Non c’è politica. Anche il disegno del Grande Salento ha bisogno di una forbitezza politica straordinaria. Non è un problema amministrativo, un problema di territori, ma di intuizioni oltre la collina. E bisogna trovare gli uomini che poi abbiano queste visioni e sappiano concretizzarle».

Un passo avanti c’è stato però con la firma del Protocollo d’intesa “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”.
«Quella è una buona iniziativa, certo, un atto di buona volontà. Sicuramente un punto centrale per concretizzare questa visione. Lo pretende la storia che si vada avanti sulla strada dell’unità d’intenti del Grande Salento. Il presidente Mattarella citando De Gregori, “la storia siamo noi… nessuno si senta escluso”, ci ha voluto dire che ci vuole anche una rivoluzione dal basso. Ci vuole una capacitazione anche popolare, non deve essere solo un’iniziativa dei vertici istituzionali. Potremmo essere un piccolo stato che ha le risorse per campare, si tratta però che bisogna raffigurare questo piccolo stato, il quale a sua volta deve avere una sua costituzione, una classe politica all’altezza. Il mio maestro d’Italiano, Bodini, diceva “bisogna salvare la terra esule in cui viviamo”. Questo mondo di ciarlatani non può continuare in questa maniera… Tu devi perdonare la mia approssimazione o i miei entusiasti di 96enne».

Buon compleanno on. Urso.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it