«La verità è semplice – dice l’on. Giacinto Urso in questa intervista rilasciata ad Adelmo Gaetani per il suo 98mo compleanno –: non si capisce che l’idea di un raccordo strategico tra le province di Brindisi, Lecce e Taranto non è una moda o una nostalgia storica, ma una necessità dettata da comuni interessi. Pur nel contesto pugliese, è un’esigenza di virtuoso assetto unitario politico-amministrativo per non restare scomposti in schegge ultraperiferiche e antitetiche».
di Adelmo GAETANI
Auguri Onorevole per i suoi 98 anni.
«La ringrazio, ma mi piace ricordare che la vecchiaia è senz’altro un dono e ha i suoi momenti belli. Solo che è dura e costringe a riflettere su quei tratti di superbia che portano a pensare di poter fare oggi quello che si è fatto prima. Invece, bisogna adeguarsi al proprio tempo».
Il compleanno di Giacinto Urso sfugge alla dimensione privata per la stima che circonda l’uomo politico impegnato sin da giovanissimo nell’attività al servizio delle Istituzioni. La conoscenza della storia e dei travagli del Paese dalla caduta del fascismo alla Repubblica, l’amore e l’impegno per il Salento, l’irreprensibile condotta morale e l’autorevolezza della sua parola lo fanno essere ancora oggi un punto di riferimento per quanti pensano che la politica debba avere come finalità la realizzazione del bene comune, non l’interessato accaparramento del potere.
Qualcuno ha detto che “la vecchiaia è l’età del tramonto, ma ci sono tramonti che tutti si fermano a guardare”. Lei vive la condizione di chi sente osservato, ammirato?
«Devo riconoscere che la definizione ha un senso anche se la si trasferisce ad una giornata ben vissuta che è fatta di alba e di tramonto. Il tramonto è una parte della quotidianità che si vive anche per vedere se è possibile raggiungere l’alba che viene. E’ il ciclo della giornata che finisce con il coincidere con il ciclo della vita e di quella che potremmo definire la vitalità della vecchiaia, l’età che proprio nel tramonto può portare saggezza, come sottolineava Cicerone».
Festeggia il compleanno nella sua Nociglia e in buone condizioni: contento?
«Mi deve consentire di rispondere ricorrendo a un antico adagio salentino: “I guai della pignata li conosce il cucchiaio che la gira”. Bisogna andare oltre l’apparenza e chi lo può fare se non il diretto interessato?».
L’apparenza inganna?
«Certo, perché le difficoltà non mancano, anche se non posso stordire ogni mio interlocutore recitandone l’elenco dettagliato. Detto questo, deve dire che mi sento fortunato per non aver perduto il ben dell’intelletto e mantenuto viva la memoria, fatto quest’ultimo che genera un tormento che porta a chiedermi se il solco tracciato nella vita è stato veramente fruttifero o si è trattato solo di una grattata superficiale su una terra arida».
Se politici, imprenditori, intellettuali, esponenti della società civile, cittadini comuni la vengono ancora a trovare e la chiamano per chiedere consiglio o per un confronto anche sui temi di attualità, vuol dire che ha ben operato e che la sua parola ha ancora un peso. Non è così?
«Mi piace l’angolo di casa mia, ma con la finestra sempre aperta sul mondo che mi circonda, anche se questo mi crea sofferenza per quello che accade e mi chiedo se e quando l’umanità saprà trovare una punto di incontro per evitare tragedie, guerre, sofferenze che ancora oggi ci affliggono».
Perché la cercano in tanti?
«La maggior parte per un cordiale saluto, per parlarmi dei loro problemi, o anche per lusingarmi con solenni bugie, tipo ‘come sei in forma!’, anche se io mi sento in forma come un gelato pronto a sciogliersi. A volte ho la sensazione che vogliano sapere da me come sarà il domani e questo è grave perché chi me lo chiede non si sente costruttore del futuro. Io non sono e non mi atteggio a profeta, posso solo indicare un metodo di lavoro che richiede dedizione e impegno continuo. Per mia natura sono un pessimista attivo che batte una strada aspra pur di costruire qualcosa di buono. In tal modo l’angustia diventa maggiore, come il travaglio, ma i risultati è più facile che arrivino».
Si sa che ha un forte rapporto con il ministro Raffaele Fitto. Ci può dire qualcosa sui vostri incontri?
«Mantengo con il ministro, come mantenevo con suo padre Totò, una gradita amicizia. Poi l’amicizia porta al colloquio, quindi ci confermiamo a vicenda in questo rapporto, ma la partita politica Fitto la gioca con i suoi sentimenti e i suoi valori. Del resto, non si può pensare che gli incontri, sempre più rari per il mio stato di salute e gli impegni che il ministro ha in questo momento, possano arricchire la conoscenza di problemi complessi per i quali sarebbe velleitario improvvisare risposte».
Come vede il domani?
«Sempre con l’occhio del pessimista attivo, di colui che si mette all’opera pur tra mille difficoltà, perché la società non può essere delusa».
E il presente?
«Non mi sfugge l’insoddisfazione della gente che spesso non ha la memoria per ricordare il formidabile tragitto storico compiuto per giungere alla Repubblica e poter disporre di una Bibbia civile qual è la nostra Costituzione. Mentre a volte basterebbe conoscere e affidarsi alla Carta per trovare risposte ai problemi del presente».
Le emergenze, come la pandemia, la guerra nel cuore dell’Europa, il clima, le povertà, segnano i nostri tempi, in Italia e nel mondo, mentre le soluzioni rispondono sempre meno alle attese delle società: perché?
«I fattori che possono incidere dentro e fuori i nostri confini sono diversi, ma ne rilevo uno, la mediocrità delle classi dirigenti che pur essendo al potere mi sembrano sfiduciate, stanche e timorose. Mancano i grandi leader capaci di indicare l’obiettivo e di perseguirlo con il consenso della gente, com’è accaduto alla fine del Secondo conflitto mondiale. Così la pace sembra essere sempre più lontana e minacciata dai regimi autoritari».
C’è una specificità del caso italiano?
«Meno di quanto generalmente si pensi, i problemi del nostro Paese si ritrovano un po’ ovunque. Anche da noi la debolezza della politica si trasferisce ai cittadini, sempre più disinteressati alla vita pubblica, come dimostrano l’astensionismo elettorale e l’infausto fenomeno del cosiddetto civismo, schermo di incalliti voltagabbana, che alimenta l’antipolitica. Io che ho vissuto il post-fascismo e la riconquista delle libertà democratiche ricordo bene la passione con cui anche le classi più umili erano coinvolte nel processo di cambiamento».
Non c’è più partecipazione?
«Esattamente, anche perché c’è una grande emergenza culturale. L’amaro destino dei cattolici democratici è la prova provata di quanta indifferenza circoli nella società e della profonda crisi di valori in cui versa il dibattito politico».
Il Grande Salento sembra un treno che parte, subito dopo si blocca e resta in stazione. Sabotatori all’opera?
«La verità è semplice: non si capisce che l’idea di un raccordo strategico tra le province di Brindisi, Lecce e Taranto non è una moda o una nostalgia storica, ma una necessità dettata da comuni interessi. Pur nel contesto pugliese, è un’esigenza di virtuoso assetto unitario politico-amministrativo per non restare scomposti in schegge ultraperiferiche e antitetiche. Il Grande Salento deve realizzarsi come un territorio compatto che agevoli – tra l’altro – una vocazione mediterranea al momento obliata oppure malamente sbriciolata e sottoposta a penetrazioni russe, cinesi, turche e altre, non certo riferite all’Unione Europea che ha nel Salento i confini meridionali».
Un ultimo pensiero?
«Le mie giornate non sono semplici, ma le vivo animato da quel briciolo di passione civica che conservo e dal pensiero rivolto ai miei conterranei, che abbraccio affettuosamente. Parlo e mi parlano, leggo molto, scrivo poco, tento di arginare le mie sofferenze fisiche. Di continuo, ripasso i ricordi, soprattutto quello della mia Rosaria. Osservo tutto. Indulgo anche a sprazzi di ironia e così il tempo scorre».


















