In verde il tratto della Statale 7/ter esistente, tra San Pancrazio e Manduria, in rosso i tratti da completare verso Taranto e verso Lecce

di Adelmo GAETANI

Il recente lavoro di Lino De Matteis “Storia del Grande Salento” ha riacceso l’attenzione su un tema che mai si è imposto con soluzioni definitive, ma allo stesso tempo mai ha subito la mortificazione di finire nel dimenticatoio, almeno completamente. Il Grande Salento, o Terra d’Otranto, come vorrebbe il rettore di Unisalento Fabio Pollice, o Città metropolitana jonico-salentina, come battezzato agli inizi degli anni Ottanta dall’urbanista, Giulio Redaelli, o Nuovo Salento, come preferirebbe il sindaco di Lecce, Carlo Salvemini, è il fiume carsico che scompare e riappare molto spesso per ragioni e stimoli storico-culturali, altre volte per una visione socio-economica che porta a considerare la necessità di una convergenza tra le province di Brindisi, Lecce Taranto, sino a prefigurare una sorta di area vasta nell’ambito dell’assetto regionale, come un approdo obbligato e imprescindibile per sottrarsi ad egemonie territoriali e politiche esterne che spesso, con lucida perfidia, seminano ostacoli tesi ad intralciare i possibili percorsi di crescita.

Il Grande Salento, al momento chiamiamolo così per meglio comprenderci e far comprendere, è sicuramente un’entità con profonde radici storiche, ma questo non basterebbe per affermare la sua attualità in assenza di elementi fattivi che costituiscono l’ancoraggio al presente di un’idea-forza lungamente coltivata soprattutto da gruppi di “realisti visionari” che vedono lontano e capiscono l’importanza della costruzione di un terreno d’azione unificante. E’ l’idea-forza di territori strettamente legati che rappresentano quel pezzo di Puglia, il Sud regionale, che, volendosi liberare dalle catene di un’industrializzazione rivelatasi devastante, vuole lanciare la sfida della crescita sostenibile e di percorsi professionali e imprenditoriali contagiati dall’innovazione tecnologica. Da questo punto di vista, le forze più avvedute di Brindisi, Lecce e Taranto, nella crisi vorrebbero individuare un orizzonte comune e vocazioni convergenti, come nel caso della tentata valorizzazione degli itinerari turistico-culturali che sta portando alla crescita di un brand territoriale riconosciuto a livello nazionale e internazionale, anche se non sempre manovrato come si converrebbe.

In altre parole, il Grande Salento potrebbe essere una realtà operante, le condizioni di base non mancherebbero. Ma non lo è per i troppi distinguo di chi dovrebbe decidere, i campanilismi e gli egoismi imperanti, e, in ultima analisi, per la mancanza di una visione d’insieme sul che fare, nella concretezza delle cose. Quando si arriva alla fatidica prova del nove, tutto sembra procedere con il passo del gambero, come dimostrano negli ultimi vent’anni i tentativi di definire gli impegni programmatici, con Patti sottoscritti dai presidenti delle Province e dai sindaci, regolarmente rimasti sulla carta.

Quando si passa dalle parole ai fatti, Brindisi, Lecce e Taranto sono più lontane di quanto non siano e non sembri. Tre realtà che provano a tendersi la mano, nello stesso momento in cui la ritirano per riporla al caldo delle loro tasche.

Così il Grande Salento resta un sogno, un desiderio, un fatto identitario con un’identità sempre più sfocata. In conclusione un’occasione persa. A meno che non scatti qualche scintilla che, bypassando l’inconsistente  e contraddittoria azione politico-istituzionale, non riparta dal basso un movimento capace di agitare alcuni obiettivi che diano senso e concretezza all’idea Grande Salento, altrimenti destinata a ruotare nel vuoto.

Uno di questi obiettivi è la famosa Bradanico-Salentina (7 Ter), l’arteria a quattro corsie mai nata, mentre il collegamento tra Lecce e Taranto ancora oggi è garantito, si fa per dire, da un’impercorribile strada a due corsie, costruita quasi 90 anni fa quando ci passavano i cavalli, che attraversa diversi centri abitati e rende un’avventura gli spostamenti. La 7 Ter è l’anello di congiunzione mancante del Grande Salento, è quel buco nero che spezza i rapporti tra leccesi e tarantini, che impedisce la chiusura del triangolo autostradale con Brindisi.

Eppure di Bradanico-Salentina si parla tanto da almeno 40 anni, con precisi impegni programmatici e finanziari assunti ultimamente dai governi Renzi e Conte e dalla stessa Regione Puglia. Parole e poi basta, come se qualcuno avesse paura di avvicinare Taranto a Lecce e viceversa. Gli antichi romani costruivano strade perché ne conoscevano il valore di tessuto connettivo tra società anche lontane. Chi impedisce che questa nuova superstrada si realizzi, lo fa perché vuole che due realtà pure prossime, vengano tenute distanti, quanto più possibile, per quanto più tempo possibile. E lo fa perché ha paura del Grande Salento e soprattutto ha paura che Brindisi, Lecce e Taranto possano condividere un’idea comune di crescita che rappresenterebbe un momento di utile bilanciamento dei poteri per mettere il freno ad una  gestione egemonica della realtà pugliese.

La Bradanico-Salentina si deve fare, ma tocca alle Amministrazioni locali da Lecce sino a Taranto, all’associazionismo economico, sociale e culturale, ai cittadini dei Comuni direttamente interessati, perché subiscono in prima persona i danni di questa situazione,  alzare la voce, come è accaduto nel recente passato.

Anche in questo caso, se una mobilitazione ci sarà, potrebbero arrivare le solite promesse di un rapido intervento, ma questa volta bisognerà vedere il cantiere con le ruspe prima di abbassare la guardia.

Adelmo GAETANI
Laureato in Filosofia, diventa giornalista nel 1981. Ha svolto la sua attività professionale nel "Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto" e per oltre un decennio ha ricoperto l'incarico di Caporedattore centrale. Attualmente è Editorialista. Nel corso degli anni ha collaborato con varie testate giornalistiche.