di Pantaleone PAGLIULA
L’undici giugno di trentanove anni fa moriva Enrico Berlinguer colpito da una emorragia celebrale durante un comizio a Padova.
Anche quest’anno non posso non ricordare tutto quello che in quei tristi giorni ho sentito dentro di me e che continuerò a sentire vivamente per tutta la vita.
La sensazione di Roberto Benigni che “in quei giorni bruciava il firmamento” allora l’abbiamo provata tutti.
Abbiamo pensato tutti non solo che era successa “una tragedia politica” ma che la sua morte era per ognuno di noi, al di là del colore politico e delle idee, una disgrazia e una perdita personale.
Continuo a tenere sempre viva la sua forza morale, la sua straordinaria libertà mentale, la sua rettitudine, il suo coraggio e quel dono che aveva di parlare alla gente, di dominare la folla senza mai assumere i connotati e le spoglie del potere.
Conoscendo e approfondendo la sua vita ho capito la sua indole riflessiva e contemplativa, il suo amare la letteratura, lo studio e quanto adorava Platone, Leopardi, Montale, la musica di Wagner, Croce, Sant’Agostino.
Parlava di rigore, moralità, coerenza, equilibrio, passione, fatica, tenacia, tutte cose che adesso qualcuno dice che sono fuori moda e di cui tutti sentiamo il bisogno.
Ho avuto in più occasioni la fortuna di conoscerlo, di stare con lui, di parlarci e quello che mi ha colpito era la sua riservatezza, la sua timidezza, la sua forza severa, discreta e triste.
Quella sera a Gallipoli nel Ristorante Marechiaro dopo il bellissimo comizio con immensa manifestazione di popolo a Nardò in piazza Osanna, prima delle elezioni comunali del 6 giugno 1982, scoprii un uomo logorato dalla fatica e con una grande voglia di serenità, di fare contemplazione, di normalità, di voglia di trovare uno spiazzo per tirare due calci dietro un pallone.
Quella sera indimenticabile con l’amico Gori Napoli arrivai in ritardo al ristorante a Gallipoli poiché in quegli anni come segretario della sezione del PCI di Nardò, era normale abbandonare la piazza per ultimo e dopo avere messo a posto il palco. Appena Berlinguer mi vide entrare si alzò dal posto dove cenava insieme agli altri dirigenti del PCI e mi salutò. Abbandonò i commensali, ci appartammo e mi chiese notizie di Nardò, del mio lavoro e dei compagni e mi manifestò per la mattina dopo il desiderio di una passeggiata vicino al nostro mare prima di iniziare una ennesima faticosissima giornata.
Andai la mattina seguente all’albergo dove alloggiava ma purtroppo era già partito molto presto.
Dopo le elezioni mi chiamò a Roma dove in una riunione della Direzione del PCI, esaminò dettagliatamente i risultati di Nardò e degli altri piccoli Comuni coinvolti in quella tornata elettorale. Ricordo che erano presenti in quella riunione Nilde Iotti, Alfredo Reichlin, Alessandro Natta, Ferdinando Di Giulio, Giorgio Napolitano, Alessandro Barca, Achille Occhetto, Pietro Ingrao, Emanuele Macaluso, Aldo Tortorella.
Dopo qualche mese insieme con un gruppo di compagni di Nardò in occasione di una manifestazione nazionale in piazza San Giovanni in Laterano, trovò il tempo di riceverci alle Botteghe Oscure, ricordandosi della bella e amichevole accoglienza che aveva avuto a Nardò e riconfermando il rapporto personale, fiducioso e confidenziale con il segretario della sezione che quel giorno di giugno, coincidente con il suo compleanno, lo aveva presentato in piazza Osanna e poi gli aveva fatto passare qualche minuto sereno a Gallipoli.
Era una persona perbene Enrico Berlinguer, parlava poco ed era uno dei pochi politici che manteneva le promesse.
“Una piccola cosa, ma che in politica è grande come una montagna”, diceva di lui Enzo Biagi.
Berlinguer era un uomo che sosteneva con forza l’idea dell’etica nella politica e ci credeva davvero. Adesso sono sempre di più quelli che non vogliono sentire parlare di etica e che anzi stabiliscono in due categorie diverse il campo della morale e il campo della politica che viene vista come carriera, successo, potere, forse anche come corruzione.
Questa scissione Berlinguer non l’accettava perché per lui era il rovescio esatto della concezione che aveva dell’integrità e della coerenza.
Quando penso a Enrico Berlinguer con affetto e dolore sincero c’è alla base un sentimento profondo verso un uomo pulito che metteva gli interessi personali al di sotto di quello che lui considerava il bene comune del Paese.


















