di Giovanni SECLI’

Le navicelle competono nell’approdare su lidi extraterrestri lontani centinaia di milioni di km o nel vagare negli spazi interplanetari, e a varcarne le colonne d’Ercole del sistema solare. Molte immagini di Marte evocano presenti o futuri deserti nostrani, messaggi iconici premonitori di possibili futuri (lontani o meno) scenari del pianeta Terra. Scenari d’inquietudine per il nostro presente, ma anche suggestive seduzioni proiettate verso improbabili conquiste di nuove dimore invivibili per i terrestri: già esuli sfrattati dalle dinamiche naturali ancor più perché criticizzate da prassi e aggressioni da loro stessi perpetrate, a danno del proprio ecosistema di origine.

Su altre navicelle hanno volteggiato – negli ultimi giorni, per pochi minuti, al prezzo di molti milioni -, alcuni privilegiati allegri turisti spaziali: già avvezzi a guardare il pianeta dall’alto di fortune piramidali: spesso cresciute miracolosamente dal nulla, grazie ad algoritmi finanziari addomesticati e azzeccati; oppure saccheggiando in “tempo reale” risorse costruite e stoccate in “tempi geologici”. Un volo catartico per contemplare “disinteressatamente?” in pochi minuti il pianeta dall’alto, per poi continuare a sfruttarlo quotidianamente con investimenti modesti, coniugati a intuizioni sagaci, rese possibili da tecnologie da risvolti faustiani. Ammirata dall’alto la casa materna promana seducente bellezza. Ma gli sfaceli sono percepibili solo dall’interno, ad uno sguardo ravvicinato e quotidfiano…!

Ma alle prospettive fascinose promesse dalle avventure siderali e agli scenari robotici del post-umano fanno da contraltare “nemici” ancestrali, contro i quali la tecnologia pur sofisticata denuncia la propria impotenza: gli incendi  bruciano metà delle sponde del Mediterraneo e non solo (si aggiungono ai precedenti in Autralia, Amazonia, Russia, Canada, etc; ): le alluvioni nel Centroeuropa e in altre aree planetarie; gli uragani nelle Americhe; lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia, dove la pioggia sconosciuta da tempi immemorabili sostituisce le nevicate; senza dimenticare la desertificazione crescente e soprattutto l’ atmosfera climalterata forse irreversibilmente .

Solo piromani maniacali o guidati da spregiudicati interessi; esplosione delle temperature e degli eccessi climatici; cattiva gestione del suolo e assenza del presidio umano, frutto dello spopolamento e dell’urbanizzazione? Diagnosi finora senza terapie efficaci. Nonostante i miracoli della tecnologia robotica, aereospaziale, la sorveglianza satellitare capillare universalizzata, sempre maggiori aree del pianeta subiscono catastrofi “naturali?”: impotenti a contrastarli, perfino a prevenirli, capaci solo di diagnosticarli, nonostante il progresso tecnologico che ci pervade.

Ormai decine di migliaia di satelliti (trascurando droni) orbitano intorno alla terra ; sorvegliano, controllano, registrano, osservano anche i minimi particolari; segnalano anche in tempo reale. E’ concepibile che la loro onnipotenza tecnologia non sia modellata e incurvata anche per predisporre una rete globale di monitoraggio preventivo e di allarme-intervento tempestivo per bloccare i focolai degli incendi sul nascere? Ovviamente in tandem con operatori distribuiti almeno sule zone critiche del territorio, preparati e pronti a intervenire con prossimità e con celerità. Sarebbe sufficiente un impegno finanziario minore rispetto all’acquisto annuale di nuovi velivoli militari, o di qualche altro spreco pubblico. Impotenza tecnologica o indifferenza politica preventiva? Ciò vale anche per la gestione idrogeologica del territorio, su cui non si intravedono nel PNRR strategie strutturali per metterla in sicurezza.

E’ Il gap dell’antropocene: avvezzi a vagare soprattutto nei meandri della tecnologia e delle sue app, ad inoltrarsi in prospettive paradisiache seducenti, che esaltano la presunta onnipotenza ma rimuovono la consapevolezza dei limiti nel contrastare gli effetti perversi prodotti da scenari di “apprendisti stregoni”.