Provincia di Lecce

di Adelmo GAETANI

Sono troppo vecchio per fare le cose a metà, ebbe a dire Lou Reed quando sentiva che la sua energia creativa iniziava ad appannarsi e l’esigenza di completare le opere già pensate e avviate diventava una questione di vita e di irrinunciabile appagamento spirituale e materiale. Crudo e ironico, irregolare e irriverente, il cantautore e poeta americano voleva affermare con poche e semplici parole un modo di vivere che lo portava ad evitare le mezze misure e i contorcimenti per essere coerente con se stesso e con gli altri.   
Un problema di carattere, probabilmente. Come un problema di carattere, in questo caso discutibile e discusso, ma anche simpaticamente celebrato, è quello che traccia una sorta di carta d’identità di cittadini e classi dirigenti del Belpaese. Chi ben inizia è a metà dell’opera, è uno dei proverbi più diffusi e citati dagli italiani, forse perché c’è quel rassicurante concetto di “metà dell’opera” – spesso si tratta solo di due scarabocchi, su un pezzo di carta e con relativa parcella, chiamati “progetto” – che autorizza alibi di qualsiasi tipo e natura, ritardi, slittamenti. L’importante è iniziare, il resto non conta o conta poco. Le lungaggini, le opere incompiute, i cantieri aperti per un tempo infinito sono una costante: solo per restare al Grande Salento, si vuole ricordare lo stato dell’arte delle superstrade Maglie-Leuca (la nuova 275 mai nata) e della Bradanico-salentina (la Lecce-Taranto che ad oggi può vantare solo un pezzo di pochi chilometri realizzato 30 anni fa)?
“L’Italia non lavora, fatica”, ha scritto Leo Longanesi. E se lavorare stanca, come ricordava Cesare Pavese, figuriamoci la fatica. Forse è per questo che dai noi è buona regola lasciare i lavori a metà.   
Tutti i lavori, compresi quelli che non richiedono un particolare sforzo fisico. Anche le riforme, gli interventi legislativi e normativi molto spesso si fermano a metà strada. Spesso gli annunci prevalgono sulle realizzazioni, ma succede anche che una riforma resti per anni nel cassetto in attesa dei decreti attuativi e quando questi arrivano c’è sempre da adeguare l’organizzazione della burocrazia e degli uffici per metterli in grado di rispondere alle nuove incombenze. C’è una diffusa sensazione di precarietà, di detto ma non fatto, di impegni non mantenuti, di accomodamenti in extremis per tirare a campare, come piaceva a Giulio Andreotti, campione di furbizia politica e concretezza italica.
Viene a determinarsi una situazione liquida e sfuggente che si realizza nell’indeterminatezza fattuale e temporale, quasi a conferma dell’amara riflessione di Giuseppe Prezzolini: “In Italia nulla è stabile fuorché il provvisorio”.    
La provvisorietà come arte di arrangiarsi per gestire alla meglio il presente senza curarsi del futuro. Non l’oggi che è capace di prevedere e preparare il domani, ma l’oggi malamente giocato contro il domani. Una partita, egoistica e miope, persa in partenza, soprattutto quando sono in gioco gli interessi di una comunità larga, di un intero Paese, non dei singoli, per quanto rispettabili possano essere le ragioni di ogni singolo cittadino.
Tra i tanti esempi che possono essere fatti per rappresentare la provvisorietà che diventa stabilità e l’indeterminatezza che diventa una rocciosa situazione di fatto vi è quello che riguarda le Province sulle quali negli ultimi anni è stata effettuata ogni sorta di sperimentazione, sino a prevederne la chiusura, al di fuori di un’idea convincente di riforma complessiva per il riassetto delle Istituzioni rappresentative. E’ sembrato prevalere, in questa confusa operazione, l’aspetto legato al taglio della spesa pubblica e non l’efficienza e l’ammodernamento del sistema istituzionale che andava e va messo in connessione con i territori e le loro identità sul piano storico e socio-economico.      
Invece, l’intervento sulle Province, iniziato con il decreto del governo Monti nell’ottobre del 2012 che prevedeva il loro accorpamento (da 86 a 51, quelle dalle Regioni a Statuto ordinario), è apparso improvvisato e esclusivamente dettato da esigenze finanziarie decise in una situazione di emergenza. Nulla a che vedere con una oculata revisione delle Istituzioni rappresentative. Da quel momento è partita l’operazione abbatti-Province trasformate in Enti di secondo livello dalla riforma Del Rio dell’aprile 2014 che riordinava le competenze e tagliava il personale, in previsione della loro totale cancellazione prevista dal disegno di legge Boschi-Renzi di riforma costituzionale approvato con una ristretta maggioranza dal Parlamento. La bocciatura del referendum confermativo del 4 dicembre dello stesso anno, formalmente ha tenuto in vita le Province, ma in una sorta di limbo, un esserci-non esserci che crea disfunzioni e priva i territori più periferici, rispetto alla nuova centralità delle Città metropolitane, di un necessario organismo di coordinamento e di presenza politico-amministrativa. Eppure le Province così malridotte e con finanziamenti al lumicino continuano a gestire servizi di primaria utilità come 5.100 scuole superiori, frequentate da due milioni e mezzo di studenti, e 130mila chilometri di strade provinciali (2000 chilometri nel Leccese, 1.400 nel Tarantino e 1.000 nel Brindisino) e allo stesso tempo implementano alcune loro attività al servizio dei Comuni.
E’ proprio in territori geograficamente e istituzionalmente periferici, come il Grande Salento, che più si avverte l’assenza di un Ente intermedio, forte e rappresentativo, capace di convogliare nella direzione di una crescita potenziata da sinergie, progetti e risorse comuni le diverse realtà locali.   
Certamente, un riassetto di competenze e ruoli delle Autonomie – all’interno di un processo complessivo di ordinata riforma istituzionale – agevolerebbe il processo di ammodernamento del Paese, ma non può essere un cambiamento purché sia. Le esigenze di programmazione e di efficientamento degli interventi, soprattutto nel Mezzogiorno, necessiterebbero di un nuovo equilibrio istituzionale – come suggerito da diverse e autorevoli fonti – che potrebbe ruotare intorno a 3/5 macroregioni, 50/60 macroprovince e l’accorpamento dei comuni piccoli e medi. Una riforma virtuosa, anche dal punto di vista dei conti dello Stato, che garantirebbe partecipazione dei cittadini, riduzione e snellimento delle Assemblee elettive e dei governi periferici e semplificazione degli apparati burocratici.
Potrebbe essere questa la strada da percorrere. C’è solo da chiedersi se questo Parlamento e questo governo che ne è espressione hanno tra le loro priorità l’idea di misurarsi con le forze politiche per definire un sistema istituzionale in grado di superare le attuali vischiosità e inefficienze che rendono problematica la guida di un Paese con i piedi d’argilla che sembrano affondare nelle sabbie mobili dell’inconcludenza o, nel migliore dei casi, delle cose “fatte a metà”.  
Adelmo GAETANI
Laureato in Filosofia, diventa giornalista nel 1981. Ha svolto la sua attività professionale nel "Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto" e per oltre un decennio ha ricoperto l'incarico di Caporedattore centrale. Attualmente è Editorialista. Nel corso degli anni ha collaborato con varie testate giornalistiche.