Enrico CONTE

Che fine ha fatto il Protocollo d’intesa Terra d’Otranto che, scadenza fine gennaio, doveva produrre, con il ruolo decisivo delle tre Province di Lecce, Brindisi, Taranto, dei Comuni capoluogo, e con il supporto consulenziale di Unisalento, un masterplan che indicasse le priorità per lo sviluppo del territorio?

Un piano strategico del Salento che individuasse obiettivi raggiungibili, in un quadro di coesione da realizzare in virtù di un percorso di natura metodologica fatto di ascolto delle istituzioni pubbliche e private, imprese e soggetti del Terzo settore, rendendoli protagonisti di uno sviluppo dal basso, e per conseguire una visione condivisa.

Un punto intermedio, ma decisivo dell’accordo, era la creazione, da parte degli Enti, di un “gruppo tecnico di coordinamento interistituzionale”, per lo svolgimento di un ruolo di regia (art. 2), nel quadro della terza missione dell’università (ricerca applicata e dialogo con il territorio) che costituisce il cuore del Protocollo.

È lecito chiedersi, a pochi giorni dalla scadenza, cosa abbia/non abbia funzionato di quell’iniziativa posto che le intese tra istituzioni politiche si lasciano scrivere, confidando tuttavia su di un fattore assai raro nel Paese, che è quello della continuità politico-amministrativa, messa continuamente sotto stress a tutti i livelli di governo.

Resta che, se nelle prossime settimane non si registrassero novità, sarebbe un’occasione sprecata per una molteplicità di ragioni.

Per la possibilità di affiancare agli investimenti e alle misure pensate dal PNRR un piano che, orizzontalmente e trasversalmente serva, per un verso a colmare la conclamata assenza di visione del Piano di Ripresa, e per un altro per delineare un modello di sviluppo per il Salento (tutti ne parlano ma nessuno sa dove esso sia!).

Se ne discute, come titolo, da alcuni anni, tanto più negli ultimi che hanno iniziato a mettere in discussione il modello fondato esclusivamente sul turismo (per tutti, Istituto Tagliacarne).

Magari per costruire un “modello di innovazione territoriale di successo”, che Dan Breznit, dell’Università di Toronto, occupandosi di una serie di casi di periferie competitive che sono riuscite a riprendersi dalla crisi economica (Galway, Ruhr, Triangolo della ricerca in Noth Carolina) chiama dei “luoghi reali”, che si contrappongono ai modelli high-tech, o più semplicemente calati dall’alto.

«Luoghi reali, che si concentrano su di un modello di progresso incrementale, con una logica di sviluppo che matura nel tempo  e che si basa sull’accumulazione progressiva di conoscenze tecnico-scientifiche, sociali e di mercato all’interno di un determinato contesto geografico, con l’esercizio continuo di funzioni economiche già radicate nel territorio ma da ripensare, che alimenta un processo di conoscenza che è alla base della citata generazione incrementale di innovazione» (G. Buciuni e G. Corò – Periferie competitive).

Al centro di questo percorso l’idea che l’innovazione progressiva nei luoghi reali si perfezioni attraverso un metodo diffuso e aperto, che coinvolge molteplici attori, con una Intersezione tra sfera pubblica e privata, e una serie di asset territoriali come, per esempio, le scuole professionali (ITS), i corsi di laurea e i master,  le fiere di settore, il capitale umano, in una parola, l’insieme di istituzioni educative e di ricerca alle quali un’impresa, o una pubblica amministrazione, può concretamente fare riferimento,  per sviluppare progetti di innovazione e competitività.

Proprio quello che, volendo, si può dedurre leggendo il Protocollo Terra d’Otranto.

Nell’anno del G7, che si terrà in una delle province interessate dall’Intesa, il piano strategico potrebbe servire per creare e alimentare le condizioni per trattenere e attrarre sul territorio giovani e risorse umane qualificate, grazie ad un sistema educativo che investa sulla  formazione di figure professionali Stem, ingegneri, architetti, tecnici e amministrativi specializzati sulla transizione energetica e ambientale, su esperti del codice dei contratti pubblici, del codice dei beni culturali e del paesaggio, sulla cultura del servizio pubblico e di cittadinanza, sul project manager, e con ciò abilitando nuove funzioni e competenze, con un ruolo attivo decisamente svolto da parte dell’Università, non ultimo per  sorreggere la necessaria transizione da un sistema di piccolissime imprese di breve durata ( Aforisma), ad un sistema capace di fare rete e di creare un solido tessuto economico.

Un piano strategico per il Salento, parafrasando Pirandello, che sia pur scritto in “dialetto” ma che esprima il sentimento collettivo di questa terra, mentre la “lingua” (il PNRR) di quella stessa cosa esprime il concetto.

Enrico CONTE
Formatore sul PNRR e sul Codice Appalti, già Direttore del Dipartimento lavori pubblici e project financing del Comune di Trieste.