Stefania CAROFALO

Le opere di Gianni Bertini (1922-2010), cosi originali com’era la sua personalità, sono ospiti della Fondazione Biscozzi|Rimbaud sino al 13 settembre 2026.

Insolito il titolo del percorso espositivo Storia di un uomo senza storia adottato dai curatori Roberto Lacarbonara, componente del Comitato Tecnico Scientifico della Fondazione Biscozzi|Rimbaud, e da Thierry Bertini, figlio dell’artista. Il nesso ha un fondamento interessante. Bertini aveva scritto un romanzo con questo titolo nel 1953 che aveva declamato con una performance in occasione di una mostra a Venezia.

E’ un’occasione imperdibile per ammirare le oltre 40 delle sue opere che coprono un arco temporale dello scorso secolo compreso tra il Quarantanove e il Settantacinque.

Son stati 26 anni di grandi cambiamenti caratterizzati dalla ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale unita alla sete di innovazione. La visione artistica rompe gli schemi col passato: tornano a ruggire, finalmente, i motori e si cerca di “cavalcare “ i potenti mezzi tecnologici integrandoli nel linguaggio artistico.

Si sperimentano mezzi laboriosi che uniscono tecniche di rappresentazione differenti. Il boom economico proietta all’omologazione con i messaggi pubblicitari che invogliano a possedere oggetti fabbricati in serie e che identificano la società con il nuovo stile di vita.

In quest’ottica anche l’arte ne subisce il fascino ed ecco che cambiano i soggetti in primo piano, rappresentati su supporti alternativi a quelli tradizionali. Le tecniche di rappresentazione assumono l’aspetto di collage, compaiono gli strappi dei manifesti pubblicitari ai quali si affianca la pittura con tratti rapidi per giungere alla fotografia della composizione degli stessi al fine di ottenere una omogenea superficie che fosse possibile replicare, così come gli oggetti fabbricati in serie, in questo modo era possibile rendere accessibile l’arte a chiunque.

In esposizione opere relative a tre fasi della produzione artistica di Bertini: I Gridi, Informale e Mec Art.

Il pisano Gianni Bertini, dopo aver conseguito la laurea in matematica, sente il bisogno di dedicarsi completamente all’arte e nell’ottobre del 1951 sceglie Parigi come città di adozione per esprimersi e avere un dibattito costruttivo con altri artisti.

Arte e matematica, due materie che apparentemente non hanno nulla in comune ma che Bertini riesce ad accostare portando i simboli dei sui studi universitari nelle opere.

Nei Gridi importa la terna d’assi, il sistema di riferimento di un oggetto nello spazio, la scomposizione delle forze, indicate con frecce direzionali e ancora sistemi di rappresentazione dei piani di riferimento nelle due direzioni, numeri indicanti ore e figure geometriche, solo per citarne alcuni. Queste indicazioni sono evidenti, esaltate dal colore, molto spesso il rosso o il nero. I Gridi hanno un’altra caratteristica: quella di comunicare attraverso le parole scritte, mandando un messaggio diretto a chi osserva o a chi? Non lo sapremo mai, unica certezza è il suo carattere ribelle, sempre pronto al dibattito e anche allo scontro.

Il passo cronologico successivo lo fa negli anni Cinquanta: dal 1950 per un solo anno, scompone e ricompone forme geometriche, avvicinandosi alla Movimento d’Arte Concreta.

Consolida il suo linguaggio artistico, riconoscibile nelle opere astratte realizzate in seguito, ispirato a temi mitologici, che considera «…magica evocazione di una realtà outre, lontano nel tempo ma presente nella mia arte».

È il periodo cosiddetto informale. Il suo tratto è veloce e preciso al contempo, il soggetto in tinte scure campeggia al centro del supporto e utilizza colori e tecniche miste che creano una diversa percezione cromatica.

Nella collezione permanente della Fondazione si annovera un’opera di Bertini: Les sandales de Pandore datata 1956, acquistata da Luigi Biscozzi e Dominique Rimbaud negli anni Settanta, che determina l’anello di congiunzione con l’esposizione in corso.

In seguito all’esperienza informale, negli anni Sessanta Bertini condivide pienamente i principi della Mec Art (Mechanical Art) il movimento artistico europeo teorizzato e sostenuto con un manifesto dal critico Pierre Restany.

Gli artisti che aderiscono a tale movimento si avvalgono di supporti fotosensibili, tecniche meccaniche di elaborazione e fotocomposizioni delle immagini.

I soggetti rappresentati da Bertini sono ispirati prevalentemente all’ambito automobilistico e meccanico in cui compaiono anche iconiche donne con occhiali da sole, attente alla moda del periodo con borsette, sacchetti con gli acquisti o anche completamente nude intente a truccare il proprio viso mentre un bambino cambia canale alla tv. L’artista anticipa i tempi con i suoi inusuali punti di vista e i suoi messaggi di contestazione.

Nel percorso espositivo vi imbatterete in un’opera in cui l’artista rende omaggio al critico e autore del manifesto Mec Art dal titolo Bertinisation de Restany, (1963) in cui sono evidenti le elaborazioni tecniche che permettono di rendere uniformi le diverse espressioni artistiche tipiche di Bertini.

Il catalogo della mostra, a cura di Thierry Bertini e Roberto Lacarbonara, (Cimorelli editore) è ricco di informazioni e fotografie sia dell’artista, sia delle opere ed è uno strumento di conoscenza, di approfondimento di quell’uomo senza storia che è stato Bertini.

L’evento espositivo è frutto della collaborazione della Fondazione Biscozzi|Rimbaud con l’Associazione Gianni Bertini (Milano), l’Archivio Frittelli (Firenze) con il patrocinio della Città di Lecce.

Stefania CAROFALO
Architetto che ama l'Arte e le parole