di Maria Vittoria COLAPIETRO

Se la società la vivessimo al femminile guadagneremmo una visione più netta del cambiamento necessario per trasformarla. Parleremmo il linguaggio comprensibile della vicinanza. Quello della politica astratta non riesce ad esprimerlo, anche per questo risulta lontano dalla gente. Chiudete gli occhi per un attimo e provate ad immaginare la vita di una donna, a prescindere dal vostro genere. Oggettivamente scoprirete che la vita al femminile è più complicata: da moglie, madre, lavoratrice. E’ vero il ruoli oggi in famiglia sono meglio distribuiti, sottratti ai vincoli pregiudiziali, ma la donna sempre e comunque deve metter in gioco e non può sottrarsi alla sua sensibilità… ed ai pensieri che l’accompagnano nel corso della giornata. Ogni mattina deve programmare la sua vita facendo i conti con ogni piccola grande difficoltà: “ho lasciato il bimbo a scuola, tossiva, aveva il muco speriamo che non gli venga la febbre” scrupoli che ti assalgono nel tragitto che percorri dalla scuola all’ufficio sentendoti in colpa per averlo lasciato ma altrimenti cosa potrei fare?

E poi in questi anni la pandemia ci ha messo di suo appesantendo tutto con l’ansia che ha accompagnato la nostra esistenza. Tutti hanno il diritto d’arrendersi, la donna no, non potrebbe neppure pensarci. Anzi lei potrebbe rappresentare la migliore interprete di un disagio insostenibile se riuscisse a governare la società come governa la sua casa, i suoi cari, la sua famiglia.

Ci dicono che nel lavoro siamo le più affidabili e intuitive e al tempo stesso ci discriminano contro ogni tutela se aspiriamo ad essere madri. Tutto tempo sottratto al lavoro…

Allora comprendi che la tua consapevolezza da sola non basta devi compiere un passo ulteriore facendo leva sul coraggio tipicamente femminile che ha fatto breccia nella resistenza all’emancipazione.

Se otto ore vi sembran poche: non è detto che non sia stata una donna l’anonimo autore dei primi anni del novecento ad interpretare la condizione delle mondine.

Il tempo è passato percorrendo una strada sempre in salita, lastricata da tragici episodi:

dalla morte di 123 donne operaie nel rogo della fabbrica Triangle a New York, il 25 marzo del 1911 a quelle dei nostri giorni che colorano le piazze con una panchina rossa. Le donne vengono celebrate un giorno all’anno e nei restanti 364 ignorate se non considerate oggetto di prepotenza e violenza.

Personalmente non ho mai gradito essere tutelata da una quota, la considero la certificazione di una diversità oggi ancora più improponibile nell’accezione più ampia di parità di genere.

Il paradosso che viviamo è quello di un gran desiderio di relazioni affettive stabili ed appaganti a cui segue la fragilità delle relazioni stesse. Ormai esistono le famiglie monoparentali, quelle ricomposte, le interculturali, le unioni di fatto etero e omosessuali. Le politiche familiari non possono essere omologate alle politiche sociali ed oggi attraverso il “Family act” si è arrivati a questa consapevolezza, così come è necessario declinare le esigenze relative alla famiglia, al maschile e femminile, che vengono spesso affrontate in maniera privata, trascurando il fatto che esiste nella stessa una responsabilità personale e pubblica. Pensare le città a dimensione di bambino ha in sé il valore intrinseco di agevolare l’impegno genitoriale. La famiglia per la sua vita stessa necessità della dimensione comunitaria inserita in un tessuto sociale di appartenenza. La denatalità è sicuramente legata allo sviluppo del lavoro extradomestico delle donne, che le vede protagoniste del mondo economico.

La conciliazione dei tempi privati con quelli lavorativi, la protezione dalle violenze sessuali, promozione della parità, lotta alla discriminazione sui luoghi di lavoro, orari di lavoro flessibili, la pressione fiscale sono misure che consentono di liberare il tempo dedicato alla cura di se stessi. Una comunità attenta consente l’autorealizzazione degli aspetti lavorativi, di maternità e paternità, di coppia ed individuali (sport, cinema, teatro, cura della persona, svago, ecc.) attraverso i servizi pubblici e privati. La copertura dei servizi pubblici all’infanzia costituisce uno strumento importante (nidi e scuola dell’infanzia) nella relazione madre-figlio, padre-figlio.

Durante la pandemia la famiglia si è trovata isolata ad affrontare le problematiche della scuola, che attraverso la Dad, ha dimostrato che può avere luogo in tutti gli ambienti della vita. Ma la stessa ha messo in crisi molte donne non solo nella gestione dei figli più piccoli, che costretti a stare a casa e necessitando di sorveglianza, rappresentavano un impedimento reale nel poter svolgere il lavoro extracasalingo, ma anche nel concetto di tutela della privacy delle proprie intimità.

Un welfare territoriale di comunità non può prescindere dalle esigenze reali del femminile e del maschile; distinguere le politiche sociali dalle familiari; mettere in pratica azioni di promozione della natalità anche attraverso il sostegno e l’accompagnamento di donne gravide intenzionate ad abortire ma che, se aiutate a superare gli ostacoli che le inducono a chiedere l’IVG, potrebbero portare a termine la loro gravidanza; prevedere la formazione di complessi edilizi dove sviluppare processi di cohousing oggi sempre più presi in considerazione, soprattutto da gruppi amicali femminili ovvero non può estraniarsi dal quotidiano di ciascuno.

Saranno le donne a cambiare in meglio la nostra società, proveranno a piegarci, com’è sempre successo. Avremo la forza di rialzarci e di riprendere il cammino, come facciamo da sempre, ogni giorno, dall’alba al tramonto.