di Santa DE SIENA

Santa Cesarea Terme: una delle più belle perle del Salento. I manuali turistici internazionali la descrivono così.
Ed è indubbio che con il suo irresistibile fascino blu marino di giorno, non conquisti un suggestivo primato anche di notte. Quando la luna riflessa si accende sul mare e le luci incastonate nella collina la illuminano a presepe.
Lo sanno bene i turisti che da ogni parte del mondo vi giungono. Lo sanno i villeggianti che l’hanno scelta come luogo residenziale di vacanza. Lo sanno i salentini, che a dispetto della sua manifesta inospitalità affrontano ogni sorta di difficoltà pur di bagnarsi nelle sue acque limpide e cristalline. Mancanza di parcheggi, di accesso al mare, di servizi turistici, commerciali, informativi, portuali, di spazi pubblici per adulti e parchi gioco per bambini. Lo sanno i pazienti dello stabilimento termale, un tempo meta ambita.
Peccato che non lo sappiano i suoi amministratori che negli ultimi vent’anni l’hanno trasformata in un insignificante “luogo di transito” stradale e marittimo, imprimendo un rovinoso declino e un’inspiegabile decadenza all’intero territorio urbano, naturalistico, paesaggistico e marino. E ciò accade a dispetto di una crescita importante del turismo pugliese in generale e salentino in particolare. In una formidabile controtendenza rispetto agli altri litorali leccesi dove ogni minuscolo anfratto è stato valorizzato, reso accogliente e attrezzato con infrastrutture pubbliche appropriate.
La bella e decadente Cesarea, invece, perde ogni anno i suoi pezzi, non solo fisicamente in quanto le falesie (non opportunamente manutenute) crollano; ma anche simbolicamente. Lentamente e inesorabilmente aliena il suo prezioso fascino e il suo antico appeal: la sua “aristocratica” bellezza novecentesca è ormai un pallido ricordo dei tempi che furono.
Oggi a dominare nel Comune di Santa Cesarea Terme è l’immobilismo.
Per comprendere appieno l’incapacità dell’Amministrazione basta consultare il sito di opposizione “Costruiamo insieme il futuro” che denuncia e informa – con dettagliata precisione – chiunque abbia a cuore le sorti della città, per cercare di attivare processi virtuosi di rigenerazione urbana. Oppure leggere gli articoli, a cura di Donato Nuzzaci, che descrive quanti lavori di messa in sicurezza sono fermi da tempo nelle località Fontanelle, Porto Vergine, Porto Miggiano e Ciularo e quanti accessi al mare sono interdetti.
Nel corso degli anni l’abitativo è cresciuto in maniera esponenziale – grazie ad un piano regolatore tra i più ecosostenibili della regione – ma i poveri villeggianti che hanno creduto in quel progetto di sviluppo e hanno investito cospicui capitali, sono stati miseramente abbandonati a se stessi da amministratori incuranti della loro presenza, indifferenti ai loro bisogni e politicamente inaffidabili. Basti leggere il programma elettorale nel quale si parla di completamento dei lavori, di tangenziale est, di scalo d’alaggio, di fruibilità della spiaggetta di porto Miggiano, di rifacimento del manto stradale, di promozione culturale, ecc. Quel che si vede, invece, è che nel corso degli anni sono lentamente scomparsi gli accessi al mare, i luoghi più spettacolari e panoramici, il cinema, il mercato, i negozi, gli alberghi storici, i servizi commerciali necessari alla vita di una comunità, i baretti più suggestivi e le attrattive turistiche che facevano trend, e ora pare anche la discoteca “Guendalina”.
La città è diventata un “non-luogo”, secondo la nota definizione di M. Augè. Non certamente un luogo da vivere o una spiaggia da condividere, dove ritrovarsi per intessere piacevoli relazioni, né un mare da godere e fruire pienamente. A differenza di quanto offrono gli stabilimenti privati, i pochi accessi al mare pubblici rimasti in piedi sono faticosi, scomodi, difficili da raggiungere e soprattutto pericolosi. Né c’è stata alcuna iniziativa di cura del territorio volta a facilitarne la fruizione. Come se non esistessero pratiche e soluzioni architettoniche ecosostenibili come pedane, piattaforme, passerelle e pontili in legno o in materiale leggero.
Il degrado e il declino della marina è sotto gli occhi di tutti e il patrimonio boschivo è incolto, a rischio incendi. La città si rivela subito non a misura di anziani, bambini o disabili. Le strade, infatti, sono buie e pericolose e non contemplano il transito di pedoni, passeggini e sedie a rotelle. Barriere architettoniche imperversano ovunque e non a causa di un territorio aspro e impervio, ma per l’assenza di progettualità e di impegno. Non a caso le vicine Castro e Andrano – con la stessa morfologia – hanno da tempo superato in parte tali difficoltà. E anche quando dalla regione arrivano i fondi – una manna data la penuria di risorse – di 30.000,00 € per il rifacimento di via Sele a S. Cesarea, la miopia politica della Giunta Comunale sceglie di concentrarsi sulle frazioni.

Il disimpegno nei confronti della marina è tale da costringere migliaia di turisti, privi di un’adeguata segnaletica informativa e ingannati da fake news pubblicitarie, a cercare invano le belle spiagge illustrate dai siti. Salvo poi a ritrovarsi a scendere per rocce scoscese e pericolose discese o, peggio, a scalare precipizi “abusivi” tra sassi, massi, detriti e polvere, in un costante rischio mortale e senza alcun presidio medico di soccorso. L’unica spiaggia esistente, quella di porto Miggiano, dissequestrata da oltre tre anni non è ancora stata messa in sicurezza, e resa accessibile non solo ai turisti, ma anche ai residenti e alla popolazione locale dell’hinterland. I quali sono costretti ad accalcarsi su uno squallido fazzoletto di cemento del porticciolo, secondo alcuni illegale, tra lo scarico dei gas e lo sfrecciare di imbarcazioni da diporto. Mentre l’Amministrazione dichiara di voler “attendere”. Attendere cosa, i tempi della giustizia? Come se non affrontando il problema la esimesse dalle gravi responsabilità civili, erariali e penali. In primis quella di “culpa in vigilando” se uno dei tanti turisti che vi si avventurano dovesse mai scivolare o subire dei danni.

Sia all’ospite occasionale, al turista che ai villeggianti appare con evidenza la disorganizzazione generale e l’incuria, la scarsità di illuminazione in ampi zone urbane e marine, l’assenza di cura degli ecosistemi naturalistici e turistici, in uno spazio urbanizzato dalla viabilità inutilmente caotica e priva di servizi efficienti. Sconvolge la condizione “pre-moderna” della città caratterizzata dall’assenza di un centro commerciale multifunzionale adeguato ai bisogni e alle necessità vitali di una comunità di villeggianti che in estate passa da 300 a 10/12 mila persone.  Un unico edificio da anni ultimato e destinato a tal fine, giace nel totale abbandono di sterpaglie e sporcizia; come sporcizia e degrado incombono nei pressi dei contenitori dei rifiuti di alcune attività turistico-ricettive (nel parcheggio del Comparto 19 e del Resort Augustus). A dispetto dello stile alla “Briatore”, si fa veramente fatica a non immaginare il disagio di un turista che scende dal suo lussuoso Suv con i piedi sul tufo o nella terra rossa sconnessa, piena di cartacce, bicchieri, plastiche e spazzatura. Sconcerta la tolleranza di tale degrado da parte dei gestori privati, come se nella valutazione dell’esperienza turistica chi vi soggiorna non fosse in grado di cogliere la differenza fra l’esterno e l’interno della struttura ricettiva.
Alla fine di ogni stagione deprivata di mare, eventi culturali e servizi di ogni natura, il clima che si respira a Santa Cesarea è talmente desolante che a disertarla sono persino gli anziani, i quali per i loro soggiorni preferiscono le gioiose e vivaci terme di Abano, Montecatini e Chianciano.
Non vi è dubbio che il nostro sistema politico assicuri alle comunità il diritto all’elezione diretta di un sindaco e di un consiglio comunale per la tutela degli interessi della cittadinanza e per l’esercizio delle funzioni amministrative locali. Ma è anche vero che ogni rappresentante democraticamente eletto si assume “costituzionalmente” la responsabilità di soddisfare i bisogni della collettività e di svolgere al meglio le sue funzioni di governo in relazione alle necessità di chi vi abita in ragione delle complessità che il territorio comporta. Agli eletti ed elettrici oggi è richiesta una governance evolutiva ed efficiente, con una visione di sviluppo lungimirante e un’economia ecologica rispettosa del patrimonio collettivo.
Perché l’inestimabile valore culturale, storico, paesaggistico, turistico, naturalistico ed economico di Santa Cesarea, le cui potenzialità non hanno nulla da invidiare a località turistiche di fama internazionale come Alassio, Taormina, Le Cinque terre, Amalfie e perché non anche Otranto, è un bene comune prezioso che riguarda tutti e non può essere gestito senza la seria programmazione e progettazione di un preciso “modello turistico”; non può essere affidato a politiche riduzionistiche, adatte in contesti a basso livello di incertezza; gestito da amministrazioni miopi con visioni di corto respiro, che si rivelano irrisolute e inadeguate. La complessità dei problemi necessita, invece, di un modello di governance a più elevato tasso di decisione e competenza amministrativa, con un approccio ecologico improntato a una visione avanzata dell’ambiente turisticamente inteso.
Il destino politico di Santa Cesarea ha perciò bisogno di un pensiero sistemico e non può esaurirsi, né risolversi nel chiuso di un’enclave elettiva, ma deve poter essere inserito nel contesto più ampio dello sviluppo socio-eco-economico e culturale della provincia di Lecce.
E bene ha fatto l’associazione civica “Amici del Belvedere”, a denunciare i nodi e le urgenze sollecitando il Prefetto a intervenire. Perché Santa Cesarea Terme è un “bene comune” che non appartiene soltanto ai suoi cittadini e cittadine, ma riguarda l’insieme delle soggettività della comunità salentina, è una risorsa naturale che con uno sguardo di prospettiva può essere la base privilegiata per lo sviluppo economico ed ecosostenibile dell’intera area.

E’ un problema che riguarda, perciò, tutte le istituzioni politiche, economiche e culturali provinciali e regionali, che in questi anni non hanno dimostrato alcun interesse e invece potrebbero essere più accorte nel sostenerla con scelte politiche più incisive e coraggiose, con una gestione territoriale più collegiale e appropriata, capace di coinvolgere sinergicamente la partecipazione di istituzioni culturali e di formazione come l’Università del Salento e l’Istituto Alberghiero, i consiglieri e gli assessorati regionali, le associazioni di categoria, gli Enti turistici preposti alla tutela dei legittimi interessi dell’intera comunità operosa. Si potrebbe magari mettere fine, ad esempio, all’eterno ping-pong sulla proprietà delle Terme SpA, vera occasione per liberare posti di lavoro per giovani professionalizzati a un turismo sanitario di qualità. E interrogarsi collegialmente, ad esempio, su cosa fare dell’immobile del Nuovo Centro Termale, appena sciolto dal contenzioso fra Comune e Società, con una politica condivisa di più ampio respiro regionale, capace di coniugare esigenze del territorio pugliese e del circondario. Per rendere finalmente pubblica e trasparente la discussione sulle proposte, se ci sono, dell’Amministrazione.

Il futuro “del comune” riguarda anche il disagio e la rabbia inascoltata dei suoi villeggianti (in rivolta), i quali hanno investito risorse importanti confidando in politiche di sviluppo turistico qualificate e, invece, assistono increduli e passivi al crollo del valore del loro patrimonio immobiliare. Per questo minacciano di “mettere in vendita” i loro beni prima che si svalutino ulteriormente, oppure – come propone qualcuno – di mettere in atto lo “sciopero fiscale”. Il che comporterebbe non solo la rottura del patto civico sottoscritto fra privato cittadino e istituzione, ma un enorme danno per le entrare nelle casse comunali già ridotte a lumicino, causando una riduzione nella raccolta della tassa di soggiorno che è uno dei pochi strumenti a disposizione dell’ente stesso. Mentre la sola procedura di recupero dei mancati pagamenti dei residenti richiederebbe almeno due anni di tempo, oltre all’aumento del carico di lavoro per uffici. Ed è fuori discussione che i proprietari di seconda casa, pur non possedendo il “diritto civico” dell’elettorato attivo, abbiano tuttavia il diritto alla tutela, fruizione e valorizzazione del patrimonio naturalistico e urbano, in quanto contribuenti.
Santa Cesarea Terme è, inoltre, un “bene comune” che non riguarda solo gli operatori turistici, culturali e commerciali locali riguarda la società nella sua interezza, poiché nel tempo della globalizzazione spinta, del riscaldamento climatico del pianeta e dei problemi connessi alla desertificazione incombente, la protezione degli ecosistemi locali e l’oculata economia ecologica, sono la sola via maestra per la difesa della biodiversità, per la sopravvivenza e il benessere della specie, non solo umana.

#salviamosantacesareaterme