di Francesco MANTA
Rimbalza sui principali notiziari nazionali lo sconcerto circa il costo delle vacanze in Puglia, riportando di costi insostenibili per una famiglia che, per trascorrere una giornata al mare, debba vedersi presentare un conto salatissimo (fino a 500 euro!!!).
Ed è così che anche quest’anno il Tacco viene bersagliato per via di prezzi alle stelle sulle spiagge di Gallipoli, dove un ombrellone con due lettini arriva a costare anche 60€ ad agosto. La macchina del fango sembra attivata e funzionante all’occhio dell’osservatore disattento, autoctono e non, che si dice scandalizzato per i costi della vacanza estiva salentina.
Ecco che al Tg1 risuonano le parole della presidente di Adoc, l’Associazione Difesa e Orientamento Consumatori, che riporta di salassi per chi decide di trascorrere le proprie ferie nella nostra terra.
Il comunicato stampa, però, parla di rincari in tutta la Penisola, con punte fino al 20% che toccano tutte le regioni, riguardando anche la montagna. Allora perché l’accanimento dei media nazionali sul Salento? È davvero necessario essere malpensanti e insinuare che qualcuno voglia tagliare le gambe ad una terra dove fare impresa è già difficile di suo?
Il turismo è un’industria che genera valore aggiunto e dunque sviluppo territoriale se è in grado di generare redistribuzione della ricchezza. Il turismo in Salento assume connotazioni molto variegate, ma di difficile interpretazione in chiave economica. Il turismo balneare – tristemente – non genera crescita strutturata per via della sua natura stagionale, e la spiegazione è immediatamente individuabile sul territorio: la provincia di Lecce in particolare è costituita da tanti piccoli centri costieri dove l’investimento è limitato ad attività turistico-ricettive non professionali nella maggior parte dei casi, con carenza di piccole e medie imprese che offrano servizi al cittadino durante tutto l’anno. Questo induce il lavoratore del settore (che per metà dell’anno percepisce sussidi di disoccupazione da parte dello Stato) a spendere il suo reddito in centri diversi da quello dove lavora, mancando proprio quel fenomeno della redistribuzione che nei centri più grandi sostiene l’economia locale.
Viene da chiedersi dunque se non sia un bene riuscire ad accogliere investimenti stranieri che facciano arrivare risorse nuove sul territorio, facendo circolare l’economia in maniera più efficace.
Paladini del virtuosismo e del rigore additano e criticano la mancanza di servizi come ragione principe del fallimento del “fenomeno Salento”, presagendo come cassandre il fiasco imminente; forse in parte – a ragione – già da questa stagione stiamo assistendo ad un calo delle presenze estive, poiché i vacanzieri preferiscono mete più economiche sull’altra sponda dell’Adriatico. Sono i turisti italiani che mancano, impoveriti da una galoppante inflazione che continua ad erodere i salari più immobili d’Europa.
Sono quindi i conti ad essere salati o gli stipendi ad essere striminziti? O ancora, è legittimo criticare i prezzi al consumo elevati come motore della disfatta del Salento? In quest’ottica, ci si consenta di sperare in un turismo “diverso” dovuto alla discriminazione di prezzo, con la speranza che aiuti a debellare quel turismo becero e nocivo fatto di improvvisazione, truffe e degrado urbano. È indubbio che spesso manchi professionalità nella fornitura di beni e servizi al turista, sebbene anche il local avrebbe tutto il diritto di rivendicare condizioni migliori di rispetto della propria terra.


















