di Adelmo GAETANI
Sono solo canzonette, diceva Edoardo Bennato nell’album del 1980 ispirato alla storia di Peter Pan. Eppure, accade, e non di rado, che quelle “canzonette” diventino la colonna sonora della nostra vita privata, lo scrigno dei ricordi più intimi e indimenticabili, la preziosa riserva di nostalgia custodita nel cuore.
Ma accade anche che qualcuna di quelle “canzonette” diventi il punto di fermentazione delle aspirazioni di cambiamento, della spinta a rimuovere vecchie incrostazioni socio-culturali, della voglia di destrutturare un presente che va stretto per muovere in molti, in tanti, verso nuovi orizzonti.

Sono le “canzonette” che fanno rumore. Appunto, “Rumore” del maestro Guido Maria Ferilli, diventata il brano cult che ha accompagnato lo scorso luglio l’estremo saluto a Raffaella Carrà. Non c’è stato telegiornale o trasmissione speciale dedicato a Raffaella che non abbiano fatto ricorso a quelle note così sincopate, così energiche per celebrare la regina della tv. E una ragione c’era, perché la grande showgirl nella sua vita ha imposto un modo nuovo di essere donna e artista, facendo “rumore”.
Sempre con il sorriso sulle labbra, ha scandalizzato i benpensanti, ha osato mostrare per la prima volta l’ombelico sul piccolo schermo, ha ballato esibendo movimenti corporei e qualche centimetro di pelle che sollecitavano vivaci polemiche e reazioni censorie, ha avuto e chiesto rispetto per le minoranze emarginate e private dei loro diritti.
Mentre soffiava il vento del Sessantotto, la Raffaella nazionale diventata la regina della tv, dava un contributo importante alla rivoluzione dei costumi in Italia. Nel suo campo una rivoluzionaria, brava in tutto, bellissima ma non statuaria, sexy ma non volgare, trasgressiva eppure capace di dialogare con il grande pubblico.
Il suo è stato un Rumore fragoroso i cui echi continuano e si diffondono ancora oggi oltre i confini nazionali.
Sabato scorso Raiuno ha trasmesso il film Ballo Ballo di Nacho Alvarez: è la storia di una ragazza spagnola, Maria, che vuole diventare la Raffaella Carrà del suo Paese ancora dominato dal regime franchista. Dopo varie vicissitudini Maria entra a far parte del balletto della super controllata tv di Stato, dove muovere il corpo è pressoché impossibile, mostrare qualche centimetro di pelle è vietato. Maria sta per arrendersi, cantare e ballare come Raffaella resterà un sogno di gioventù. Ritrova, però, il coraggio e decide di reagire. Durante una diretta televisiva viola tutte le regole sino a provocare lo stop della trasmissione. E’ il finimondo, il panico, si teme la dura reazione del Generalissimo e della Chiesa. Ma l’opinione pubblica, quella che i bacchettoni di ordinanza pretendevano ipocritamente di tutelare, fa sentire la sua voce e applaude il gesto di trasgressione. Quanto basta per segnare la svolta: la ribellione vince e fa tanto rumore nella società spagnola. Appunto “Rumore”, il brano cantato da Raffaella che nel film diventa, anche questa volta, un inno liberatorio di una Spagna che si prepara ad archiviare la dittatura.

Già nel 2019, le note di “Rumore” erano diventate il grido di battaglia de “Gli anni amari” con la regia di Andrea Adriatico, film sulla vita di Mario Mieli il leader del FUORI che, agli inizi degli anni Settanta, con le sue provocazioni impose il tema del riconoscimento dei diritti degli omosessuali all’attenzione della società.
Ha detto Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. E i tre “indizi” appena elencati provano che una “canzonetta” può diventare un inno alla voglia di libertà che genera emozioni e rafforza lo spirito di ribellione, avendo proprio “Rumore” come colonna sonora.
Ma qual è la storia di questa canzone, ormai iconica, uscita dalla mente creativa e originale di Guido Maria Ferilli, compositore salentino famoso nel mondo, autore di oltre 500 canzoni, tra le quali spicca l’immortale “Un amore così grande”?
Ecco il racconto del maestro Ferilli, da qualche tempo tornato a vivere nel suo Salento dopo 40 anni trascorsi a Milano: “Era il 1974, avevo 25 anni, stavo lavorando, ma anche un po’ giocando con la chitarra. Cercavo qualche accordo interessante, ad un certo punto sento che c’è qualcosa di intrigante, me ne accorgo anche perché alcuni ragazzini che sono in cortile e ascoltano, si mettono a ballare freneticamente. Continuo a provare, metto a punto lo spartito, chiamo Andrea Lo Vecchio, grande paroliere e amico, recentemente scomparso, e gli chiedo di scrivere il testo”.
Lo Vecchio fa fatica a mettere nero su bianco (“era difficile trovare le parole giuste con quella metrica breve, cercavo qualcosa che ci stesse”, dice). Alla fine ce la fa e nasce Rumore, la storia di una donna (introdotta da un ossessivo “na-na-na-na-na…..) che ha lasciato il suo compagno perché “ho deciso che facevo da me”, anche se poi vorrebbe “tornare indietro con il tempo” perché “da solo non mi sento sicura mai”.
Musica e testo pronti, la canzone arriva a Raffaella Carrà che se ne innamora e la incide. E’ uno dei primi esempi di disco-music made in Italy e immediatamente diventa un grande successo che continua. Nel giro di qualche mese il brano viene inciso anche in inglese, francese e spagnolo. In poco tempo il disco vende dieci milioni di copie.
“Effettivamente – dice Guido Maria Ferilli – un successo così strepitoso era inatteso, ma in quella musica un po’ adrenalinica c’era qualcosa di originale che avevo colto dall’inizio. Così come, ho sempre pensato che Rumore, per la carica di energia positiva che sprigiona, potesse diventare un qualcosa capace di intercettare e convogliare le nuove aspirazioni e i sogni di tante persone”.
Al di là delle parole del maestro Ferilli, resta da chiedersi che cosa, nelle dinamiche dei processi socio-culturali, può trasformare una “canzonetta” in un brano dal forte valore simbolico.
Mistero, o forse no: perché, come ha scritto Oscar Wilde “la musica non può rivelare il suo segreto più nascosto” che tale è e tale resta, perché inviolabile.


















