di Rossella BARLETTA
Innumerevoli parole che esprimevano il pensiero greco furono accolte nel lessico latino scritto; migliaia penetrarono così profondamente nella lingua parlata tanto da sopravvivere nei secoli. Tra quelle concernenti il corpo umano si trovano braccio, stomaco, flemma e nervo. Eccolo qui il néuron greco che, quando è seguito dal suffisso osi denota una malattia cronica le cui manifestazioni oscillano dalla depressione alle fobìe, dalle manie alle ansie, agli incubi e ai tic che, in gergo molto spicciolo, si denominano nevrosi. Ognuno ha le sue e, come sosteneva Cesare Marchi, saggista ironico, nel libro In punta di lingua (Rizzoli, 1992), è strettamente personale come il codice fiscale, il gruppo sanguigno e il numero delle scarpe. Combattere la nevrosi è inutile e, in fondo, è un peccato perché è un distintivo che ci connota per cui, in un mondo sempre più massificato di milioni di uomini che sembrano tirati in fotocopia, ognuno afferma la propria, sia pure stravagante, individualità. Forse è quello che accomuna chi si fa oggi il tatuaggio? Questo non lo condivido.
Un ricordo personale: ero e continuo a essere una fan di Lelio Luttazzi. Di lui ammiravo la bravura al pianoforte; eccelleva suonando musica jazz; soprattutto mi piaceva per i tic, più vezzosi che altro, che ai miei occhi lo rendevano amabile e molto chic, come se volesse distinguersi dagli altri.
Oltre che pervasi di nevrosi, trovo che al giorno d’oggi si è diffusamente nervosi, eccitati e propensi a innervosirsi per un nonnulla, pronti a scoccare il dardo che abbiamo nell’arco teso, sempre puntato sull’obiettivo. Siamo o ci sentiamo tutti arcieri.
Come osserva Andrea Marcolongo nel suo Alla fonte delle parole (La Repubblica, 2020), fonte di questi appunti, da nervo derivano sostanze, azioni, sensi e affetti che rendono inclini a forme incontrollate di ostilità verso gli altri, ma anche di conseguente malumore del nostro stato d’animo.
Se soltanto pensassimo però che siamo un fascio di nervi, ognuno dei quali ci consente di camminare, di pensare, di parlare e pure di mangiare, di sorridere e di…vivere insomma, forse, con un po’ di giudizio, avremmo più rispetto e lo/li salvaguarderemmo per assicurare longevità a loro e a noi!
In proposito ricordo che chi ha un nervo scoperto diventa vulnerabile come lo fu Achille che, pur essendo stato immerso da neonato nel fiume Stige per diventare immortale, non gli fu bagnato il tallone perché da quello lo si tenne sospeso e, pertanto, crebbe con questo punto debole tanto che Paride lo colpì proprio lì con una freccia.
Scoperti, contratti, repressi, soffocati, mi accorgo che oggi circolano nervi più che banconote; impulsi nervosi più che contratti di lavoro; tensioni più che risposte concrete ai bisogni della gente.
Fu in latino, osserva la Marcolongo, che il termine nervus passò a indicare quasi esclusivamente ciò che ha forza e potenza. La voce nerboruto indica la possanza ed è appropriata a uno sportivo (tendine) o a un uomo che già nel fisico (muscolo) la contiene; un buttafuori è un prototipo esemplare.
Il nerbo, la frusta, la usano i fantini per tenere a bada i cavalli. I dittatori la usano in senso metaforico minacciando chi reclama il diritto di pensare a modo suo. Chi non vuole essere additato come un dittatore, conclude l’autrice, percuote il prossimo con il nerbo delle parole, le frustrate verbali, ma così non afferma affatto la sua superiorità bensì la sua vigliaccheria.
Stando alla radice di snervare – come fanno i dittatori – che è (s)neh, torsione, vi è la seria possibilità che si possa ritorcere contro.
Fuori dalla sottigliezza, inquieta l’evidente proselitismo verso chi frustra verbalmente e i blandi ammonimenti dell’opposizione.


















