di Enrico CONTE
La recente classifica sulla Qualità della vita nelle città colloca il Salento al 71 posto, una posizione che registra un salto di sette punti rispetto al precedente anno, e che colloca Lecce subito dopo Bari rispetto alle altre città della Puglia, e con il Mezzogiorno nella parte bassa della lista.
Non tutto viene coperto dagli indicatori – sia pur tanti e sempre più raffinati quelli elaborati dagli economisti del Sole 24 ore –, sostengono i detrattori dell’operazione che da trent’anni mette in raffronto le province, anche perchè, il metodo seguito da chi predispone ed elabora la classifica, ce lo ricorda Stefano De Falco, «non tocca lo spirito di un luogo che è un fattore trascendente che sfugge alla legge dei dati e che si riesce a ravvisare solo in una condizione soggettiva, che poi diventa collettiva, di felicità nell’essere radicati in un territorio, sia pur condannato dai valori di certi indicatori».
Fine. Chiusura della partita. Appuntamento alla prossima analisi considerata, riduttivamente, una graduatoria, verrebbe da dire sentendo sullo sfondo il brusio di amministratori che non aspettano altro che parole rassicuranti, per adagiarsi nel loro, parafrasando Serge Latouche,”scontento felice”, fatto da servizi pubblici che, al netto delle eccellenze asimmetriche che si registrano, segnano ritardi e inadeguatezze, che non sono esclusivamente frutto di assenza di risorse finanziarie, bensì esito di un modo di intendere i servizi pubblici che è anche il prodotto di una certa mentalità e di comportamenti colletivi, come un qualcosa di opzionale e di inesorabile, non esito di un processo e di una convinzione profonda per la quale, invece, conta investire, con continuità, in formazione per il personale politico e amministrativo coinvolto, in progetti di cittadinanza che servano per cogliere le nuove opportunità dei servizi, che modernizzino gli apparati delle PA, che investano in apertura al cambiamento e all’innovazione sociale, ancor prima che tecnologica.
Che facciano credere come possibile un dialogo alla pari con il mondo delle imprese e del Terzo settore.
Fattori questi che, paradossalmente, sono riconducibili, perchè difficilmente misurabili, a quella stessa “categoria dello spirito di un luogo” del quale si diceva e che, se non adeguatamente e incisivamente compresi, alimentano immobilismo,stasi, accettazione passiva dello stato delle cose, delle piccole e grandi prepotenze, quali la mancanza di risposte pubbliche, l’assenza di trasparenza, o, peggio, la preferenza per gli amici o per le cordate di clienti.
Amare una terra, sia detto con grande umiltà e condivisione, non può voler dire chiudere gli occhi di fronte ai problemi strutturali ma, partendo da momenti di consapevolezza, dovrebbe significare attrezzarsi e agire di conseguenza. Quando gli sforzi ci sono i risultati arrivano, non ultimo quelli sulle posizioni di Lecce e Bari nella famigerata classifica.
Ecco allora che se è vero che il lavoro annuale sulla qualità della vita non basta a spiegare tutti i fenomeni sociali, tanto più quelli di profilo qualitativo e soggettivo, forse quell’insieme di dati e indicatori va usato come una leva culturale, un punto fermo per darsi una spinta, tanto più che il PNRR, il cui 40 % dei fondi è destinato al Sud per diminuire i divari territoriali, di genere e generazionali, come ha ricordato il Presidente di Svimez Adriano Giannola, manca di una “visione comune”.
Una spinta dal basso, allora, che sia fatta dalla promozione di progetti frutto di accordi tra Comuni, per unire Nord e Sud (lo propone il Sindaco di Bologna), o di tavoli per condividere le soluzioni migliori curando la cooperazione, e non solo la competizione tra città, con una “buona” classificata che promuova, in partenariato, una comunità di pratica che preveda il trasferimento di conoscenza ed esperienza ( cosi il Sindaco di Udine, Comune vincitore dell’edizione 2023).
Una rete di accordi e di scambi che mescolino idee, progettualità, buone pratiche, risorse umane e professionali, in una sorta di Erasmus municipale e tra le scuole e i centri che producono ricerca, e che scelgono di concentrare l’attenzione sulle ricadute della stessa, come sembra voler fare il Protocollo d’intesa Terra d’Otranto di prossima scadenza, promosso da Unisalento. Una rete di accordi multipli che unisca su obiettivi trasversali, che mescoli gli spiriti di iniziativa, e che parta dal riconoscimento che nell’era della conoscenza e dei servizi forse è propriamente questa la chiave per affrontare i problemi.
Con un cambiamento di approccio basato sulla realtà dei luoghi e delle cose e sulla concretezza delle iniziative, come se ne registrano già sul territorio da parte di quei Comuni che, da anni, investono su questo genere di politiche e che hanno collaborazioni generative, e dal quale metodo ci allontana quello puramente normativo, generale e astratto, o economicista.
Da usare sia verticalmente, Nord/Sud, con reciproci benefici (nel Paese dei mille campanili), che orizzontalmente, su necessità specifiche come, per esempio, dai Comuni interessati alla strada Bradanico Salentina.
Un metodo con alleanze non ideologiche, ma ideali e al tempo stesso di interesse e che, chissà, forse, potrebbe contribuire a cambiare le carte in tavola.


















