La Puglia e le sue sei Province
Adelmo GAETANI
Era il 1983 quando l’urbanista e docente del Politecnico di Milano, Giulio Redaelli, indicò, in un suo studio, la prospettiva di una “regione urbana jonico-salentina” perché, scrisse, “possiede da sempre, potenzialmente, la morfologia di una città policentrica, perfezionabile e ristrutturabile in un’unica grande Città jonico-salentina. Questa struttura policentrica è determinata dall’insieme costituito dalle maggiori città – Brindisi, Lecce, Taranto – e dagli insediamenti minori sparsi nelle pianure salentine, sulle colline (le Murge) e lungo le coste adriatiche e joniche; ed è dimostrata dalle interconnessioni da tempo antico e dalle nuove intrecciabili relazioni”.
Da allora, sono passati oltre 40 anni e niente si è mosso nella direzione indicata dal prof. Redaelli sia in relazione al Sud Puglia, sia, per logica e inevitabile estensione, alla Puglia tout-court, che sicuramente avrebbe tratto benefici da un efficiente assetto Policentrico. L’idea di fondo è quella di mettere a sistema le tre “macro-aree” della Regione (Capitanata-Gargano, Bari-Bat, Area jonico-salentina), nell’ambito dell’assetto istituzionale vigente, per creare sinergie e modelli integrati di sviluppo, capaci di attivare positive interazioni tra identità dei territori da valorizzare e scambi di esperienze e competenze innovative da immettere nei reciproci sistemi produttivi.
Nei lunghi decenni di stasi, determinati dalla “centralizzazione” regionale, il rapporto, sempre più distante, tra l’Ente, le periferie e i cittadini si è andato progressivamente deteriorando. Il tentativo di correre ai ripari, ricorrendo alla nomina di assessori plenipotenziari destinati ai singoli territori, è apparso, ed è, la classica operazione di potere che non ha risolto ma aggravato, con il peso di una famelica gestione clientelare, i problemi creati dal mancato decentramento virtuoso che avrebbe reso possibile la partecipazione dei cittadini e il diretto coinvolgimento delle forze sociali ed economiche nel processo di sviluppo dei territori, in una visione d’insieme.
La fuga dalle urne nel voto regionale, poco più del 40% gli elettori che hanno ritirato la scheda, è un segnale d’allarme e suggerisce una profonda riflessione sull’attuale momento e il ruolo delle Regioni, sempre più percepite dall’opinione pubblica come centri di spesa delle enormi risorse devolute dallo Stato centrale, con il corollario di scandali a ripetizione che chiamano in causa costantemente un ceto politico-amministrativo che ha sostituito l’attività di programmazione con la cura delle clientele. Aspetto che si è andato accentuando dopo la sterilizzazione delle Province che ha privato i territori periferici del necessario raccordo tra gli Enti locali e la Regione che, lucidamente, proprio in quel momento avrebbe dovuto avviare un’operazione di decentramento, nel caso della Puglia con l’attiva articolazione delle tre “macro-aree”. Questo non è successo e, salvo sorprese, difficilmente potrà accadere. Non è un caso che il presidente Mattarella, intervenendo all’Assemblea dell’Upi svoltasi a Lecce, ha rilanciato il ruolo delle Province che non devono restare “nel limbo” essendo “parte della Repubblica”. Parole che ne promuovono il ruolo e, anche se indirettamente, si possono leggere come una critica alle Regioni che, pur essendo nate per decentrare il potere statale, sono diventate esse stesse centri autoreferenziali di potere, soprattutto dopo la riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001.
Da decenni si discute sulle necessità di rivedere l’attuale assetto del sistema istituzionale attraverso un’operazione che dovrebbe ruotare sul combinato disposto Macro-regioni/Macro-Province. Delle prime cominciò a parlarne la Fondazione Agnelli nel 1992 con uno studio che ipotizzava la riduzione a 12 degli Enti regionali. Successivamente sono arrivate altre proposte per la riduzione a tre (Nord, Centro, Sud) o a cinque-sei. Nel 2011 il tema delle Macro-province divenne attuale con il governo Monti che tentò di portarle da 86 a 51. Operazione bloccata dalla Consulta. La legge Delrio del 2015 segnò il definitivo ridimensionamento delle Province. Da allora solo parole, almeno sino al recente intervento del Capo dello Stato che potrebbe riaccendere il dibattito politico.
Intanto, le Regioni vanno avanti per la loro strada, senza rendersi conto della progressiva perdita di credibilità e, in parte, di legittimità, visti gli elettori in fuga dalle urne, in un mix di indifferenza e autolesionismo.
In un contesto stagnante, dominato da un sistema di potere privo di visione, è difficile credere che proprio dalla Puglia possa arrivare un segnale di resipiscenza, anche se il Governatore eletto, Antonio Decaro, già presidente Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ha potuto maturare una sensibilità particolare e una conoscenza approfondita dei temi legati al decentramento politico-amministrativo tanto da poter pensare che possa rivolgere l’attenzione alla prospettiva di una Puglia Policentrica per questo più partecipata, consapevole, forte, competitiva, in definitiva, più vicina ai territori e ai cittadini.
È solo una speranza? Può essere, se, come dice Byung-Chul Han, uno dei più influenti filosofi dei nostri tempi, la consideriamo una forza vitale e attiva che ci spinge all’azione e alla creazione di un “noi” comune, credendo nel significato di ciò che facciamo e aprendo a un futuro possibile, al di là del mero “sopravvivere”.
In altre parole, ben venga la speranza.
Adelmo GAETANI
Laureato in Filosofia, diventa giornalista nel 1981. Ha svolto la sua attività professionale nel "Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto" e per oltre un decennio ha ricoperto l'incarico di Caporedattore centrale. Attualmente è Editorialista. Nel corso degli anni ha collaborato con varie testate giornalistiche.