La sede del Consiglio regionale della Puglia

Adelmo GAETANI

Il modello di una Puglia Policentrica non dispiace, anzi potremmo dire che raccoglie numerosi e autorevoli consensi. Almeno sulla carta. Genera reazioni sostanzialmente positive nel mondo delle Istituzioni, della politica, di Enti strategici come le Camere di Commercio, delle forze sociali (sindacati e imprenditori) e culturali.

Non è poco, dopo l’idea, che ci permettiamo di definire “idea-forza”, lanciata dalle colonne di questo giornale, anche se c’è piena consapevolezza che passare dalle parole ai fatti non sarà un percorso breve e meno che mai lineare.

La posta in gioco è alta e, per molti versi, decisiva per il futuro dei nostri territori, ragione per cui vale la pena mettersi in gioco e mettere in gioco le migliori risorse umane, con le loro competenze e disponibilità al servizio, di cui la Puglia può disporre in questo momento.

Il modello Policentrico ha come retroterra storico l’intuizione sturziana, risalente a oltre un secolo fa, delle Autonomie locali come principio “etico e politico” contrapposto al centralismo statale che sarebbe fonte di inefficienza e di distanza tra cittadini e Istituzioni. L’Assemblea Costituente trasferì nella Carta, approvata nel 1947,  il pensiero del fondatore del Partito Popolare, come si legge all’art. 5: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.

Nel 2001 con la riforma del Titolo V della Costituzione, all’art. 123 le Regioni sono chiamate a inserire nel loro Statuto il Consiglio delle Autonomie locali. Cosa che la Puglia fa nel febbraio 2024 (art. 45). Due anni dopo, con apposita legge, la Regione approva la disciplina che regola il funzionamento del Consiglio delle Autonomie, composto da 57 membri in rappresentanza degli Enti locali (Province, Comuni e Comunità montane), ma a distanza di due decenni quell’organismo, seppur nelle sue limitate funzioni consultive, è ancora in attesa della prima elezione. Mentre tutto ciò che riguarda l’Autonomia può attendere, l’attuale assetto istituzionale, sostanzialmente privato delle Province, ha scaricato sugli Enti periferici il peso del centralismo regionale, dopo quello statale. Con la differenza che allo Stato “tassatore” tocca fare la faccia feroce con i cittadini per poter finanziare la spesa pubblica, mentre alla Regione rimane il privilegio di elargire le risorse pervenute dai trasferimenti centrali, con un rigore tanto più discutibile quanto più prevale la gestione  centralistica del potere con la conseguente mortificazione di quelle Autonomie che con maggiore cognizione di causa potrebbero controllare l’ingente flusso dei finanziamenti erogati e indirizzarli con maggiore efficacia sui territori.

L’articolazione di un sistema di governo regionale “partecipato” – tra funzioni legislative e di programmazione, decentramento virtuoso e connessione tra aree-vaste che sinergicamente possono ampliare le loro performance – squarcerebbe il velo che copre il potere clientelare, quello che dal centro regionale, muovendo verso la periferia, si organizza intorno ai “cacicchi” del Governatore, quasi fosse una rediviva realtà feudale, mentre andrebbe sostenuto e incentivato il protagonismo delle forze sociali alle quali spetterebbe affiancare le Istituzioni e la politica nella definizione degli strumenti di conoscenza dei problemi emergenti e delle priorità.

La Puglia Policentrica valorizza i territori, mentre valorizza se stessa, rendendola più forte, coesa e capace di riconoscersi perché sa tutelare le identità, anche dei piccoli comuni, sa raccordare e rigenerare l’insieme all’interno di sistemi socio-economici intergrati.

Capitanata-Gargano, Bari-Bat e area jonico-salentina sono i tre riferimenti sui quali costruire una Puglia rianimata dal decentramento in tre macro-aree, non perché non possano essercene altre, come ha rilevato in un commento il vescovo di Ugento, mons. Vito Angiuli, ma per il fatto che ogni definizione va rapportata alla sua conoscibilità che, in un sistema di relazioni sempre più globali (basti pensare agli effetti sul turismo e l’export), diventa la necessaria carta di identità dei territori in ogni settore socio-economico.

Quanti sono intervenuti nel confronto sviluppato su “Quotidiano” hanno sollevato un problema di operatività e cioè come arrivare a costruire una Puglia Policentrica. Il prof. Raffaele Guido Rodio, ordinario di Diritto costituzionale dell’Università di Bari, offre una concreta via d’uscita istituzionale, intanto sottolineando che l’idea di una regione strutturata in macro-aree non presenta “nessun ostacolo di costituzionalità”. Al contempo, propone alla regione un lavoro congiunto, a costo zero, con le Cattedre di Diritto costituzionale degli Atenei Pugliesi in modo da definire sul piano legislativo modalità e funzioni del decentramento. Se, coraggiosamente, venisse imboccata questa strada e definita la soluzione, la Puglia potrebbe diventare un modello per le altre regioni italiane.

Tocca al nuovo Governatore Antonio Decaro, avviare una fase diversa della storia regionale in relazione al rapporto con i territori che mentre rappresenta, mortifica con una miope pratica centralistica che tarpa le ali alle Autonomie e ne limita gli spazi vitali per operare utilmente sul fronte della crescita. In questa direzione ha detto di volersi muovere Decaro, nel suo programma elettorale, parlando di decentramento per superare “le disuguaglianze infrastrutturali” che si trasformano in “disuguaglianze sociali” e tracciando l’orizzonte di “una regione che attraverso le su reti diventi più giusta e più capace di trasformare le difficoltà in opportunità”. Ora, c’è solo da attendere i passi concreti.

Molto devono fare anche i territori, con le loro proiezione sociali ed economiche, sotto due profili: quello del protagonismo, che significa rompere gli indugi, rinunciare ai piccoli privilegi per costruire un’alternativa di sistema laddove si opera; e quello del dialogo, ai diversi livelli, per vincere resistenze e pigrizie e convincere gli scettici che la Puglia – da dove ogni giorno fuggono i suoi figli migliori, solo nel 2024  ha perso 13.266 abitanti (Istat), il dato più negativo in Italia e nel Sud – può immaginare e costruire un grande futuro, solo se è nelle condizioni di raccordare e valorizzare le sue ricchezze diffuse, materiali e immateriali, se si libera di un sistema di potere burocratico e clientelare che toglie il respiro e la volontà di fare, allontanando i cittadini dalle Istituzioni, come dimostra l’ultimo voto delle Regionali che ha visto recarsi alle urne poco più del 40 per cento degli elettori.

Non basta questo per invocare una svolta?

Adelmo GAETANI
Laureato in Filosofia, diventa giornalista nel 1981. Ha svolto la sua attività professionale nel "Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto" e per oltre un decennio ha ricoperto l'incarico di Caporedattore centrale. Attualmente è Editorialista. Nel corso degli anni ha collaborato con varie testate giornalistiche.