di Adelmo GAETANI
Raccontava José Saramago, una vita tra Portogallo e Spagna: oggi, in luogo dei misteriosi e vagamente inquietanti uliveti del mio tempo di bambino, c’è una monotona distesa di granturco. Il prima e il dopo di un territorio che cambia volto e intristisce gli occhi di chi guarda. E tutto questo per interessate scelte, quasi sempre di natura economica, che finiscono con il minare alla radice gli antichi ancoraggi e le ancestrali certezze custodite nel cuore.
C’era una volta il Salento, con i suoi infiniti uliveti, un universo di alberi monumentali, rocciosi, rugosi, contorti, ma capaci di consegnare al nostro sguardo figure antropomorfe che dialogavano con noi, ci interrogavano e noi rispondevamo. Era un dialogo vivo e continuo, così come continua era la millenaria presenza sul nostro territorio di queste meravigliose sculture naturali in legno.
C’era una volta. Sino al giorno del giudizio, quando con le spettrali sembianze di una moderna piaga biblica è comparsa la Xylella alla quale è stato concesso tutto il tempo per portare a termine il suo piano di devastazione. Iniziale sottovalutazione del pericolo; fregole negazioniste; ritardi, incompetenza e giravolte della politica regionale; improvvida irruzione dell’autorità inquirente hanno ostacolato qualsiasi piano di contrasto su basi scientifiche alla diffusione del batterio.
Sette anni per un delitto perfetto che ha avuto come vittime predestinate 10 milioni di alberi di ulivo (ha resistito la varietà Leccino), su un totale di 11, in provincia di Lecce, la più colpita dalla Xylella; circa 3 milioni di ulivi su 9 in provincia di Brindisi; percentuali al momento meno significative, ma ugualmente allarmanti, per le possibili evoluzioni, nel Tarantino e nel Barese.
Compiuto il danno, non resta che il classico interrogativo sul futuro: che fare? Come ricostruire il paesaggio e l’immagine di un Salento con i suoi iconici uliveti ridotti a grigie, cadenti, e queste sì inquietanti, carcasse?

Il salentino Gianluca Tramutola, agronomo, esperto in Progettazione del paesaggio e docente presso l’Accademia di Architettura di Amsterdam, ha una visione strategica che parte da lontano e dalla considerazione che le “paesaggistiche” vanno sempre considerate “in transizione” perché modificate dall’uomo. Sino a 2.500 anni fa il Salento era un grande querceto, i greci hanno portato l’ulivo che nei secoli è diventato una sorta di emblema del territorio. Spiega il prof. Tramutola: «Certamente noi siamo figli della civiltà degli ulivi, ma oggi dobbiamo capire che dopo il disastro Xylella va ricostruito un mosaico nelle campagne, superando le fragilità insiste nella monocoltura. C’è bisogno di un piano strategico di ripristino del paesaggio agrario che va messo a punto e realizzato con il contributo di studiosi-progettisti e il coinvolgimento dei potenziali attori della trasformazione, cioè di coloro che materialmente vorranno prima e dovranno poi impegnarsi nel lavoro di ripristino delle produzioni agricole».
«Serve una visione – continua Tramutola -, altrimenti non si esce dall’emergenza o se ne esce male. Personalmente ho giudicato negativamente il bando sulla rigenerazione olivicola emanato dalla Regione Puglia lo scorso autunno, a pochi giorni dal voto. Ci sono state 8.000 richieste di finanziamento e può sembrare un fatto positivo, ma io lo considero un azzardo perché mettere delle toppe, assecondando il fai-da-te, non significa risolvere il problema».
Quindi, gli ulivi che fine fanno? «Bisogna ragionare: il Salento è un paesaggio di pietra dove va ricostruita la copertura arborea, sicuramente con gli oliveti, ma anche con specie da frutto, oltre che con i boschi. Lo spazio per gli ulivi ci deve essere, ci mancherebbe altro, l’errore sta nel voler improvvisare un intervento a macchia di leopardo che invece ha assoluto bisogno di essere studiato e programmato strategicamente. Non mi pare che questo si stia facendo».

Anche Giovanni Melcarne è agronomo, ma è soprattutto uno dei più noti e combattivi imprenditori olivicoli salentini. In prima linea contro la Xylella, non ha risparmiato energie sia per contrastare le posizioni antiscientifiche che per l’attività di ricerca e sperimentazione di nuove cultivar resistenti al batterio. Oggi il suo atteggiamento è improntato a sano realismo: «Tutto il danno possibile è stato fatto. Abbiamo perso 10 milioni di ulivi, ora dobbiamo ricostruire e per farlo bisogna dare sostegno e speranza nel futuro agli imprenditori agricoli che non hanno voluto ancora mollare, pur ridotti allo stremo. Ecco perché i bandi della Regione sulla rigenerazione olivicola sono positivi: consentono di avviare l’operazione di reimpianto degli ulivi di Leccino e Favolosa, varietà che resistono alla Xylella, su circa un terzo degli 85mila ettari di terreno prima olivetato. La tutela del paesaggio è concretamente possibile solo se le aziende agricole che devono provvedere hanno un reddito. Questo aspetto dev’essere ben compreso, altrimenti facciamo buchi nell’acqua. In conclusione, l’ulivo resterà nel Salento, ma non sarà più l’immagine esclusiva del territorio».
Quali produzioni per ricostruire un nuovo modello di Salento? «Mandorlo, pesco, susino, fico, agrumi, avocado – dice Melcarne – sono tra le varietà arboree liberalizzate pochi giorni fa dalla Regione, attraverso il Servizio Fitosanitario Nazionale che si è avvalso dei dati scientifici forniti dal Cnr. E’ la strada che dobbiamo intraprendere stando attenti a rimanere dentro i confini della sostenibilità ambientale e paesaggistica se abbiamo a cuore il futuro del territorio».
In pratica, Melcarne? «Faccio un esempio emblematico perché raccorda l’aspetto identitario con le esigenze di tutela fitosanitaria. Mi riferisco ai muretti a secco che vanno ricostruiti e bordati di lentisco, pianta-esca perché ghiotta di sputacchina, è quindi un fattore di contrasto naturale alla diffusione della Xylella. Ho chiesto all’assessore regionale all’Agricoltura un intervento in questa direzione. Speriamo voglia ascoltare».
E’ sorta un’associazione per la tutela e la valorizzazione artistico-artigianale di tronchi monumentali e legno pregiato degli ulivi estirpati. Qualcosa, non molto, si potrebbe fare in modo selettivo. Toccherebbe alla Regione affrontare il problema. Ma bisogna tener conto delle difficoltà oggettive, essendo milioni di tonnellate le piante essiccate da trattare.
Il Salento e l’ulivo, una storia destinata a continuare in forme e modi diversi, come sostengono, seppur con sottolineature dovute alla specificità dei loro ruoli, lo studioso-paesaggista e l’agronomo-olivicoltore.
Gli alberi c’erano e ci saranno, seppur di specie varie. Non ci capiterà – come accadde al grande scrittore iberico – di trovare, davanti ai nostri occhi increduli, una monotona distesa di granturco.
Nuovi oliveti e frutteti colorati riempiranno la foto del Salento che verrà.


















