Varietà Leccino
di Enrico ASTURO
Premetto di non essere un tecnico ma solo una persona da sempre vicina all’ agricoltura, che si considera sufficientemente informata per poter esprimere un’opinione in materia.
Le varietà di olive nostrali erano la Ogliarola e la Cellina di Nardò, ora distrutte dalla Xylella.
ordine: più anticamente non esisteva alcun ordine. Si innestavano con la varietà “ogliarola” gli “olivastri”, il selvaggio nato dal seme, lì dove erano spontaneamente nati.
Con l’estendersi della Cellina di Nardò si introdusse anche un sesto per gli impianti, mediamente metri 15×15 (vale a dire 44 piante per ettaro), la coltivazione originaria era a secco e tale è rimasta sino a buona parte del ‘900.
Le varietà idonee per reimpianti, dopo la distruzione dei vecchi, sono per ora il Leccino e la Favolosa.
Il Leccino può essere allevato a cespuglio, a spalliera o a distanza maggiore per la quale sembra prevalere il sesto 7×7 che dà 204 piante per ettaro. La coltivazione richiede l’irrigazione.
La Favolosa pare si preferisca allevarla a spalliera, ordinamento che consente anche la raccolta meccanica con macchine tipo vendemmiatrice. La coltivazione richiede abbondante irrigazione. In questo caso il sesto è circa metri 2,5×4 che dà 1000 piante per ettaro.
Questo è quello che dice la storia, la buona tecnica agraria e su questa base si sono eseguiti i nuovi impianti di oliveti prima che intervenisse la falcidia causata dalla Xylella. Gli agricoltori potevano sperimentare e, scegliendo di impiantare olivi, decidere, in base a ubicazione, estensione e natura dei terreni, capacità finanziarie, ecc., su varietà ed ordinamento, quasi mai contrastati dagli organi regionali.
Oggi la situazione è incredibilmente ed imprevedibilmente cambiata.
Nei terreni ove vigono vincoli paesaggistici, (cioè per diversi chilometri lungo tutto il litorale salentino) Sovrintendenza e commissioni intercomunali addette (che, manco a dirlo, anziché mostrare senso pratico stanno mostrando senso ideologico, più delle sovrintendenze!) pretendono di dire la loro e imporre il proprio punto di vista interferendo pesantemente su scelte agronomiche.
Da parte loro, gli uffici regionali si adeguano!
L’interferenza più pesante ed eclatante è quella che vorrebbe limitare le piante da reimpiantare a quelle preesistenti, senza tenere conto di aspetti elementari quali quelli sopra evidenziati, dettati dalla diversa natura delle varietà colturali e dalle mutate condizioni economiche: gli impianti recenti di ogliarola e cellina di Nardò, finchè sono state ancora esistenti e perciò possibili, non si facevano più con sesto 15×15 ma si era più o meno adottato quello 7×7. Questo soprattutto perché lo richiede l’economia. Quindi dovendo impiantare, ad esempio, un oliveto di Ha. 10, su cui c’erano circa 440 maestosi alberi centenari di cellina e/o ogliarola, andrebbero reimpiantate non altrettante piante bensì messe a dimora:
– a sesto 7×7 (preferibilmente Leccino), circa 2.000 piantine;
– a 2,5×4 (preferibilmente Favolosa), circa 10.000 piantine.
Le autorizzazioni vengono rilasciate per il reimpianto dello stesso numero di alberi prima esistenti sul terreno.
Non c’è alcuno stolto disponibile a vedersi imporre alla propria impresa condizioni insostenibili. Di questi tempi sarebbe semplicemente risibile e fallimentare avventurarsi nel reimpianto di un oliveto di 10 ettari mettendoci 440 alberelli. Spese iniziali, compreso impianto irriguo, e di gestione sarebbero insostenibili.
Gli agricoltori sono presi tra l’incudine e il martello. Non possono rinunciare all’autorizzazione perché non sanno se potrebbero ottenerne un’ altra nei tempi previsti dalla validità della normativa, ma non possono peraltro accettare condizioni che li porterebbero a sicura rovina.
Il problema è gravissimo e, allo stato delle cose, sembrerebbe irrisolvibile. Accogliendo assurde condizioni gli agricoltori verrebbero trasformati in giardinieri di … parchi, però senza stipendio. E’ questo che si pretenderebbe?