di Giovanni SECLI’
“Mi sento sicuro sotto l’ombrello Nato” sentenziò Berlinguer, in contrapposizione sia con l’accusa di molti movimenti pacifisti: “Nato per uccidere”; sia con l’egemonia repressiva del Patto di Varsavia (rimarcando la scelta filoccidentale e l’autonomia dall’URSS del Partito comunista italiano), peraltro sorto solo nel 1955, quale risposta difensiva militare all’Alleanza atlantica. Da allora la criminalizzazione della Nato da parte della sinistra italiana si è ridimensionata; anche se non sono stati rimossi i sospetti sulla perversione della sua strategia, in funzione della stabilizzazione in senso filo-atlantista della politica di alcuni stati europei, a iniziare dall’Italia. E ora permane il dubbio sul reiterarsi dell’eterogenesi delle finalità della sua nascita.
Nel 1949: da un anno il fronte antinazifascista si è dissolto, generando il bipolarismo mondiale; due blocchi, contrapposti soprattutto in Europa. Qui la tensione restava imbrigliata nella guerra fredda; mentre nell’estremo Oriente si surriscaldava in conflitti di liberazione anticoloniale, ideologicamente marcati.
Le ragioni di fondo della nascita: la paura che la divisione in due blocchi dell’Europa non venisse rispettata dal fronte sovietico, in espansione su tutti i Balcani, nonché per la forte presenza comunista in Italia, in Francia, in Grecia. Ancor più la scelta di egemonia politico-militare degli USA nell’Europa occidentale, per controbilanciare quella opposta, in crescita sull’altro versante della “cortina di ferro”: scontro di civiltà, tra liberal-democrazie e socialismo reale.
Ma 30 anni dopo il crollo di quest’ultimo, possono reggere tali giustificazioni fondanti? Con l’URSS si è dissolta la galassia sovietica, la sua egemonia su vaste aree mondiali e anche il Patto di Varsavia. In ossequio agli impegni non formali, sembra auspicati se non assunti da Gorbaciov e Bush, un’alleanza militare aveva ragion d’essere solo insieme all’altra. La sopravvivenza di una sola avrebbe configurato lo scenario dell’unilateralismo, ancor più esecrabile e pericoloso del bilateralismo; né giustificabile, dissolta, forse definitivamente, la cortina di ferro idelogica, politica, sociale e militare; ma anche quella economica, smantellata dalla globalizzazione liberistica di merci e commerci. La Russia mantiene solo un’ombra di limitata microegemonia geografica con la CSI, l’alleanza politico-economica, solo tra poche repubbliche ex URSS. Infatti alcune di esse e altri stati ex galassia sovietica sono parte dell’U.E. o anche della stessa Nato. Inoltre esistono accordi di partenariato – Per la pace e l’Euroatlantico – sottoscritti con numerosi di essi da parte dell’U.E. nella fine XX sec..
Uno scenario che – sostenuto da un processo di multilateralismo legato all’accrescimento dell’egemonia della Cina e non solo – sembrava aver ridimensionato per sempre il ruolo e l’importanza strategica della Nato, costretta quanto meno a ridefinirli.
Ciò fu favorito anche dall’ settembre 2001, dopo l’attentato nel cuore dell’impero. Una nuova legittimazione per l’Alleanza atlantica, difendere la civiltà euro-occidentale dalla minaccia del terrorismo di matrice islamica; cui si aggiungeva – in relazione alle guerre nei Balcani e nel Medioriente – il ruolo di strumento politico-militare per operazioni sul campo e per favorire l’attuazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Quindi il rilancio della Nato oltre il suo obiettivo iniziale di difesa comune degli stati aderenti dalla minaccia comunista. Contestuale il relativo detrimento del ruolo dei Caschi blu e in genere dell’ONU, quale arbitro nella risoluzione (oltre che per la prevenzione) dei conflitti su scala mondiale.
La politica statunitense – in modo bipartisan e in termini spudorati con Trump – non è stata aliena dal perseguire strategie di depotenziamento dell’ONU, per rimarcare unilateralmente la propria egemonia. Talvolta dagli USA è stata messa sotto accusa anche la Nato, ma solo per richiamare al proprio dovere di impegno finanziario alcuni paesi europei aderenti. Però il ruolo di tale alleanza, quale longa manus della strategia geopolitica a stelle e strisce sullo scenario euro-asiatico, non è stata mai messa in discussione. Tant’è che la nascita dell’Unione Europea e il suo processo – pur contrastato e limitato – di coesione politica sono stati visti con sospetto dagli USA, quale probabile percorso di parziale autonomizzazione dell’Europa nei loro confronti e di rafforzamento del multilateralismo. Così si spiega l’assenza di una comune politica estera europea e l’aborto di quella militare; non solo a causa della politica di grandeur della Francia, più dichiarata che praticata…!
Il dibattito politico sul diritto della Ucraina di far parte della Nato, sull’ ostracismo della Russia verso tale indiretta espansione egemonica degli USA, nonché sulle altre problematiche anche storiche connesse (la comune matrice culturale che lega da secoli Kiev a Mosca) non possono silenziare tale questione strutturale: quale la ragion d’essere della NATO oggi; gli obiettivi della sua espansione, a favore di quali strategie geopolitiche, a detrimento di quali interessi o assetti consolidati? Strumento di difesa da chi o piuttosto carro armato per estendere una sempre più complessa e articolata egemonia?
E’ legittimo il diritto di uno stato ad aderire a organizzazioni regionali internazionali; ma lo è ugualmente sospettare che ciò possa essere motivato e incentivato anche da interessi eterodiretti, finalizzati a destabilizzare equilibri di una macroarea. Ciò vale anche per le rivendicazioni nazionalistiche o indipendentistiche, non sempre guidate da ragioni interne e nobili.
L’allargamento della Nato ad est promuove la estensione degli interessi geopolitici dell’occidente, oppure favorisce inintenzionalmente il consolidarsi di altre macroalleanze di segno opposto, strategiche o solo tattiche? Tra Russia e Cina ora, come di recente fra Russia, Turchia e Iran per la gestione di crisi e conflitti mediorientali! Interrogativi strutturali che imporrebbero opzioni di analisi e strategia geopolitica lungimirante. Mentre finora sembrano prevalere tatticismi strumentali miopi, motivati soprattutto da finalità di politica interna e dall’ostentazione di muscoli per addivenire con più forza a tavoli di compromessi. Cui però si immola ancora una volta la doverosa pianificazione di nuovi percorsi per la geopolitica: incentrati su un vero multilateralismo, guidato solo dall’ONU, rinnovata nella equa rappresentanza e nel funzionamento potenziato e libero da controlli privilegiati.


















