Titolo: Lecce e le sue “isole”
Sottotitolo: Uno Stato delle Anime nel primo Seicento (1631)
Autore: Aldo Caputo
Editore: Grafiche Giorgiani, 2021, pagg. 432, euro 25,00
di Nicola DE PAULIS

Il 30 settembre scorso è stato presentato presso il Convitto Palmieri il volume di Aldo Caputo “Lecce e le sue ‘isole’. Uno Stato delle Anime del primo Seicento (1631)” (Giorgiani Ed.) per la Collana Cultura e Storia della Società di Storia Patria per la Puglia, sezione di Lecce.
Relatori i proff. Mario Spedicato, presidente della stessa Società di Storia Patria-Sezione di Lecce, Paolo Agostino Vetrugno, storico dell’arte e Michele Mainardi, geografo e saggista. L’autore, già docente di materie economiche, sociologo, autore di numerose pubblicazioni, fra cui il recente volume “L’Inquisizione in Terra d’Otranto” pubblicato nella collana “Cultura e Storia” della Società di Storia Patria per la Puglia.
L’opera ricostruisce, attraverso l’analisi di un manoscritto conservato presso l’Archivio della Curia Arcivescovile di Lecce, la situazione socio-economica di Lecce nel XVII secolo. All’analisi demografica si accompagna una ricostruzione dell’assetto urbanistico, che evidenzia la ridefinizione degli spazi operata dalle autorità civile ed ecclesiastica e la rinnovata articolazione parrocchiale; una coeva statistica della delittuosità rileva i reati denunciati alle Autorità competenti, fino a delineare un efficace quadro giudiziario della città.
La popolazione, ripartita nelle quattro parrocchie cittadine, è rilevata nel manoscritto secondo la consuetudine ecclesiastica secentesca per famiglie, per numero di abitanti e per isole.
Più popolosa risulta quella di Santa Maria della Porta in prossimità di Porta S. Giusto, oggi Porta Napoli, subito seguita da quella del Vescovado presso la Porta di Rugge; la meno popolosa è la parrocchia di Santa Maria della Grazia presso la Porta S. Martino oggi non più esistente. Risultano, inoltre, 17 fuochi fuori le mura, indice di una progressiva espansione demografica e di urbanizzazione dei territori agricoli limitrofi alla città, cui se ne aggiungono 17 di Lazzari. L’isola con la più alta concentrazione di popolazione è quella di S.ta Maria Maddalena, nella parrocchia di Santa Maria della Luce, con 119 fuochi e 392 abitanti.
Lo Stato delle Anime, sebbene non rilevi la totalità degli abitanti, permette di colmare le lacune delle numerazioni dei fuochi, che si rivelano assolutamente incapaci di rappresentare l’effettiva entità della popolazione e funzionali solo al prelievo fiscale. Ne deriva che la città conti una “popolazione da Comunione” raccolta in 2.591 fuochi, corrispondenti a 10.257 abitanti, a fronte dei 2.610 fuochi, corrispondenti ai 10.244 abitanti dichiarati dai Parroci. Ma la popolazione effettiva è incerta, dovendo considerare tutte le esclusioni, e stimabile intorno alle 18.000 unità.
Si evidenzia una preponderanza del numero delle femmine (55%) su quello dei maschi (45%) in tutte le parrocchie. Il portato sociale era che alcune, fatte salve monache e bizzoche, dovevano trovare marito nei paesi vicini e chi non trovava rischiava di cedere a pratiche di vita devianti. Il documento rileva solo una prostituta, Cardonia Cena, nella parrocchia di Santa Maria della Porta e 12 cortigiane nella parrocchia di Santa Maria della Grazia, in zona adiacente al castello, ove alloggiavano le guarnigioni militari. Stigmatizzati dal Parroco erano anche i concubini, quali Francesco de Arco Napolitano e Giulia Carrozza nell’isola di San Cataldo; Pietro Antonio Sterone e Caterina Sundia nell’isola del Salvatore; Domenico Capigrasso e Sibilla Maglietta nell’isola degli Esperti. Ma significativo è anche il dato sui nati da madre e padre incerti, esposti nelle ruote: nel 1631 vi furono 39 nati da padre e madre incerti, mentre nell’anno precedente ve ne erano stati 40 e nel successivo 47.
Una cittadina dedita alle attività commerciali e artigianali è la Lecce che emerge dal manoscritto, residenza di gran parte della nobiltà e borghesia provinciale emergente.
Non risulta mai indicata la professione delle donne – fatta eccezione di quella di serva – per quanto importante specialmente nelle famiglie meno abbienti, la cui attività, ad esempio, di filatrice, tessitrice, mammana, serviva ad integrare i redditi familiari.
È invece specificata la condizione clericale: nel 1627, epoca vicina al manoscritto esaminato, c’erano a Lecce 120 sacerdoti e 52 chierici, cui vanno aggiunti frati, monaci e suore.
Nella città svolgono la loro attività professionale undici medici, di cui tre nella parrocchia Cattedrale; tre in quella di Santa Maria della Grazia; due in quella della Madonna della Porta e tre in quella di Santa Maria della Luce. È attestato un solo speziale o farmacista Gio. Andrea de Napoli nella parrocchia Cattedrale. Nel settore giuridico rileviamo 24 dottori in utroque iure (diritto canonico e civile), che svolgevano la professione di avvocato e 23 notai. Poi un pittore Andrea Lubello e un libraro Bernardo Rocco.
Degne di nota sono la famiglia di Gesmumdo Zimbalo nell’isola di S. Gregorio della parrocchia di Santa Maria della Porta, in cui ritroviamo ‒ segnato con la croce insieme gli altri tre componenti ‒ un Cesare Penna (1607-1653), che dovrebbe essere l’artefice dell’ornato del secondo ordine della chiesa celestina di Santa Croce e di altri capolavori architettonici e quella di Santo Cino, nell’isola di Santo Vito della stessa parrocchia, in cui rinveniamo un Ferrante Cino, dal cui matrimonio con Domenica Donnj sarebbe nato il futuro architetto Giuseppe (1635-1722).
Il profilo giudiziario della città emerge da un documento conservato nell’Archivio di Stato di Lecce, dal quale risalta immediatamente la maggior frequenza del reato di ferite (vulneribus) procurate con o senza armi, quali bastoni, pugnali, spade, seguito dalla querela e dai furti; elevata frequenza evidenziano le lesioni personali, schiaffeggiate e pugni.
Reati di tipo predatorio, come il furto di beni, fanno presumere un disagio esistenziale e un livello di povertà insopportabili, una diffusa qualità comportamentale dominata da istinto, supponenza, ostentazione di forza. Sono rilevati dieci omicidi già giudicati e cinque non sopiti, ma nessun dato circa l’epoca in cui furono commessi; dalle Cronache di Lecce sappiamo che nel 1631 vi fu un solo omicidio: il diacono Marco Antonio Panzera ucciso con una archibugiata dal chierico Carlo Mendino. Percentualmente i reati violenti risultano più frequenti rispetto a quelli predatori. In tutto i reati criminali denunciati sono 622 e le vittime quasi sempre uomini.
Ai fini fiscali risulta infine che Il Regno di Napoli con i suoi privilegi, usi e abusi, gli interessi consolidati della feudalità, le tensioni politiche, si riteneva che non rispondesse in maniera adeguata alle richieste finanziarie della Corona e il suo ordinamento finanziario era il frutto di questi interessi conflittuali. Non potendo imporre nuove tasse a un popolo già stremato, si incrementava il numero dei fuochi, che risolveva ugualmente la questione a favore del governo centrale, ma scaricava sulle amministrazioni locali la responsabilità di un maggior prelievo.
«Sebbene costituisca un documento isolato e non collegato a rilevazioni contigue, lo Stato delle Anime di Lecce del 1631», scrive l’autore, «consente di acquisire dati importanti relativamente ai diversi problemi di demografia storica e ad altri ambiti di ricerca».


















