Adelmo GAETANI
Non i cittadini elettori, ma i sindaci e gli amministratori dei Comuni salentini eleggeranno oggi il presidente della Provincia di Lecce, dopo le dimissioni di Stefano Minerva, diventato consigliere regionale. Candidati, il primo cittadino del capoluogo, Adriana Poli Bortone, e il vicepresidente provinciale uscente, Fabio Tarantino.
Infatti, con la legge Delrio (2014) le Province sono diventate Enti di secondo grado con competenze e funzioni ridotte. Eppure, non sono pochi a chiedere un ritorno al passato, perché le realtà locali avrebbero bisogno di un raccordo intermedio per poter interfacciarsi meglio con la Regione. E, comunque, tutti chiedono che si faccia definitiva chiarezza sul futuro delle Province e del loro ruolo. Tra questi vi è il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che, lo scorso novembre, intervenendo alla 38.ma Assemblea dell’Upi, svoltasi a Lecce, ha affermato che «le Province non possono rimanere eterno limbo», ribadendo che sono parte integrante della Repubblica e fondamentali per l’assetto istituzionale.
Parole forti, inequivocabili che il Governo e, in generale, i partiti politici dovrebbero tenere in considerazione, decidendo la strada da intraprendere, perché il nodo va sciolto, dal momento che la legge Delrio era stata concepita come soluzione provvisoria.
Uscire dal “limbo eterno”, può voler dire solo due cose: o rimettere in piedi le Province, riconoscendone il ruolo politico e amministrativo nella costruzione di una rete diffusa e operativa, capace di una progettualità efficiente, tra le realtà comunali, spesso piccole e impossibilitate a muovere le leve della loro autonomia e di confrontarsi utilmente con l’Ente regionale; o archiviarle definitivamente, abbandonando i singoli Comuni al loro destino che si tradurrebbe in un più accentuato isolamento con ricadute negative su programmazione, realizzazione di connessioni infrastrutturali e, di conseguenza, sulla competitività e gli equilibri socio-economici.
Ma se Roma è distratta da altri pensieri, qualcosa inizia a muoversi in periferia, segno che il tema-Province, che richiama la grande questione delle Autonomie locali, è sempre vivo e richiede, come sollecitato da Mattarella, una risposta, seppur tra le prevedibili divisioni delle forze politiche. A smuovere le acque ci ha pensato il Friuli Venezia Giulia che con un escamotage, e forse favorito dall’essere una Regione a Statuto speciale, ha fatto rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta, restituendo ai cittadini il diritto di eleggere Presidenti e Consigli provinciali. Questo è avvenuto attraverso la riforma dello Statuto Regionale da parte del Consiglio e la successiva approvazione del relativo disegno di legge costituzionale che nei giorni scorsi è giunto al quarto e definitivo passaggio parlamentare con il voto favorevole del Senato, decretando la resurrezione delle Province in Friuli. Ora la Regione friulana è chiamata a varare la legge istitutiva, cosa che potrebbe avvenire in aprile.
La mossa del Friuli ha generato interesse anche in Regioni a Statuto ordinario, come il Veneto che si è già fatto avanti. Ma il processo istituzionale “a pezzi” già avviato solleva almeno due interrogativi: il primo riguarda l’incidenza reale della soluzione “regionalistica”, dal momento che al ripristino dell’elezione diretta non corrisponde un effettivo rilancio di ruolo e funzioni delle Province, quindi è solo un’uscita dal limbo a metà, se non addirittura simbolica; il secondo attiene al giudizio sull’effettiva necessità funzionale di un Ente intermedio tra Comuni e Regione.
Al primo interrogativo si può rispondere che smuovere le acque non vuol dire risolvere i problemi, ma solo portarli all’attenzione, cosa buona e giusta ma non sufficiente, perché è necessario e urgente che il tema sul futuro delle Province torni quanto prima nelle mani del legislatore.
La risposta al secondo interrogativo è più complessa: riguarda il rapporto tra Stato e Autonomie locali, incardinato in Costituzione, con il relativo ruolo delle Province, oggi mutilate ma che, rinnovate, potrebbero diventare il punto nevralgico di connessioni istituzionali e funzionali tra territori vasti, convergenti per storia, tradizioni e obiettivi di sistema condivisi. Ragione e visione del futuro, vorrebbero che si tornasse a parlare di quelle Macro-Province che, nel caso della Puglia, avvicinerebbero il traguardo di una Regione Policentrica (Capitanata, Bari-Bat, Brindisi-Lecce-Taranto) capace di coniugare autonomia e competitività, sottraendo i territori alle asfissianti ipoteche del doppio centralismo Statale e Regionale. Sarebbe un nuovo inizio che potrebbe esaltare il coinvolgimento delle forze sociali, produttive e culturali nel processo di crescita socio-economica e di sviluppo dei percorsi di innovazione.


















