Dario STEFÀNO
Ospitata da qualche settimana fa sulle pagine del Nuovo Quotidiano di Puglia, è stata riaperta una discussione rimasta troppo a lungo ai margini del dibattito pubblico: quella sul destino del Sud Puglia e, più in generale, sull’idea di un assetto policentrico della nostra Regione. Non si tratta di una disputa nominalistica né di una rivendicazione istituzionale in senso separatista – come ho sempre considerato la battaglia per la Regione Salento, anacronistica e di retroguardia, forse solo strumentale ad altri obiettivi – ma di una riflessione sostanziale sul modello di sviluppo, sulla qualità della democrazia territoriale e sulla capacità della Puglia di governare le proprie differenze interne trasformandole in risorsa.
Adelmo Gaetani nella sua riflessione richiama uno studio del 1983, dell’urbanista Giulio Redaelli, che già allora individua nell’area jonico-salentina una struttura territoriale naturalmente policentrica, assimilabile a una grande città diffusa, ovvero un sistema composto da poli maggiori e da una fitta rete di centri più piccoli, legati da relazioni storiche, economiche e sociali stratificate nel tempo. Quell’intuizione, maturata oltre quarant’anni fa, non si è però mai tradotta in una discussione vera e, men che meno, in una scelta politica coerente, al di là di qualche timido tentativo sul finire degli anni Novanta, poi naufragato. Una intuizione che va letta non solo a vantaggio del Sud Puglia, poiché forse ne avrebbe beneficiato l’intera Regione da un assetto policentrico fondato su macro-aree cooperative, capaci cioè di dialogare tra loro e con il livello regionale ma in modo più equilibrato.
Non si tratta di riesumare la questione, pur evidente, del baricentrismo regionale, emersa con chiarezza negli ultimi anni e su più livelli. Né tantomeno, ripeto, di indulgere in rivendicazioni campanilistiche che in passato hanno prodotto persino “tentativi bandiera” di secessione e improbabili ipotesi di frammentazione della Puglia, oggi abbandonate anche dai sostenitori più radicali, comodamente approdati su lidi più “sicuri”. Si tratta, più semplicemente, di prendere atto, da un lato, delle differenze strutturali che attraversano ampie porzioni del territorio regionale e, dall’altro, dalle comuni peculiarità (storiche, territoriali, di identità culturale…) che caratterizzano alcune macro aree.
In questo quadro, solo per fare l’esempio più evidente, le criticità sul fronte infrastrutturale restano centrali, a partire dai collegamenti, con ricadute dirette sulle opportunità di sviluppo e di crescita.
Le disparità tra gli aeroporti, l’accesso diseguale all’alta velocità ferroviaria, una rete di connessioni spesso frammentata e inefficiente anche tra capoluoghi – emblematica, in tal senso, la complessa tratta Lecce-Taranto, su strada e su ferro – sono solo alcuni esempi.
Disuguaglianze infrastrutturali che finiscono per tradursi in disuguaglianze sociali, come ha richiamato nel programma elettorale anche Antonio Decaro, così come lo stesso Gaetani nel suo contributo a questo dibattito.
È qui che il policentrismo può venire in soccorso, non come riforma dei confini, ma come diverso modo di organizzare il “potere”, le politiche pubbliche e la programmazione dello sviluppo all’interno della Regione Puglia. Una possibile risposta alla centralizzazione che, di fatto, si è progressivamente affermata negli anni, tradendo in parte la stessa missione originaria delle Regioni, nate per avvicinare le decisioni ai territori.
Non a caso, negli ultimi decenni il rapporto tra l’ente regionale, le periferie e i cittadini si è progressivamente deteriorato. Il venir meno del ruolo originario delle Province, oggi ridotte a enti svuotati di funzioni e di legittimazione politica, ha poi aggravato questa distanza, privando i territori di un livello intermedio di raccordo e rappresentanza. Il tentativo di compensare tale frattura attraverso figure assessoriali “territoriali” è spesso scaduto in una gestione personalistica e clientelare dei ruoli, più attento al consenso elettorale che alla programmazione strategica.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, con una crescente disaffezione verso le istituzioni regionali, testimoniata da un astensionismo che supera ormai la metà del corpo elettorale. Un segnale che non può essere liquidato come semplice apatia, ma che chiama in causa la percezione diffusa delle Regioni come centri di spesa autoreferenziali, poco trasparenti e distanti dalla vita reale delle comunità locali. In questo senso, le parole del Presidente della Repubblica sul ruolo delle Province assumono un significato che va oltre la contingenza, richiamando la necessità di ricostruire una filiera istituzionale più equilibrata e partecipata.
L’idea di una Puglia policentrica, allora, può essere letta non come un’utopia né come un’operazione nostalgica. Va guardata come una possibile risposta a una crisi di sistema che riguarda la qualità della democrazia territoriale prima ancora che l’efficienza amministrativa. Pensare a una Regione articolata su grandi aree funzionali – Capitanata/Gargano, area centrale Bari-Bat, area jonico-salentina – significa creare le condizioni per una programmazione più aderente alle specificità dei territori.
Nel caso del Sud Puglia, ciò si potrebbe tradurre nella possibilità di superare l’isolamento reciproco di Brindisi, Lecce e Taranto, costruendo una visione condivisa capace di mettere a sistema infrastrutture, porti, università, filiere produttive, turismo e capitale umano. Non per contrapporsi ad altri territori, né per duplicare soluzioni infrastrutturali, ma per contribuire in modo più forte e organizzato allo sviluppo complessivo della Regione.
Che questa “innovazione” di governo del territorio possa partire dalla Puglia, come auspica Gaetani, può essere una speranza. Ma non deve rimanere una speranza passiva quanto piuttosto tradursi in una tensione vitale capace di chiamare in causa la responsabilità della classe dirigente, delle istituzioni intermedie e dei cittadini. Perché, in un contesto segnato da stagnazione e perdita di fiducia, forse il policentrismo può diventare il terreno su cui ricostruire un “noi” territoriale, capace di andare oltre la semplice gestione dell’esistente.
Non si tratta di sopravvivere, ma di scegliere una direzione. La Puglia policentrica non divide ma integra. Non indebolisce la Regione, ma può renderla più giusta, più credibile, più vicina ai territori. È una scelta politica, prima ancora che amministrativa, che interpella l’attuale classe dirigente regionale e le forze che si accingono a governare: continuare a gestire l’esistente oppure aprire una stagione nuova, capace di ridurre le disuguaglianze territoriali e ricostruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e comunità. È su questo terreno che la discussione chiede oggi di misurarsi, senza ambiguità.


















