Pantaleone PAGLIULA
Secondo un sondaggio effettuato su un campione di 700 studenti del Liceo Classico Galileo Galilei di Nardò pochi conoscono che la maggior parte degli indumenti che indossano sono quasi tutti composti da fibre sintetiche derivati dal petrolio (poliestere, nylon, acrilico, elastan, lycra, ecc.) che, oltre a inquinare l’aria e l’acqua, a contatto per sfregamento e abrasione diretta con la nostra pelle possono penetrare nel nostro organismo e rilasciare additivi e composti tossici.
Il pericolo è maggiore negli indumenti sportivi o tecnici spesso indossati a lungo e a contatto con le parti intime.
A questo si aggiungono le sostanze chimiche impiegate per colorazioni e trattamenti, come i PFAS, gruppo di migliaia di composti chimici sintetici, utilizzati per rendere i tessuti idrorepellenti o antimacchia che oggi, in parte, fortunatamente sono sotto restrizione da parte dell’UE.
Ridurre l’esposizione a nanoplastiche, microplastiche, microfibre e sostanze persistenti presenti negli indumenti che indossiamo è ormai una priorità per la salute pubblica e ambientale poiché non essendo inerti, possono causare a medio e lungo termine infiammazione, stress ossidativo, alterazioni endocrine e immunologiche.
Inoltre veicolano additivi chimici, quali coloranti, ritardanti di fiamma, plastificanti, che amplificando il rischio possono portare danni alla fertilità, al metabolismo, allo sviluppo neurologico e come recenti ricerche dimostrano possono anche promuovere processi alla base della carcinogenesi, quali infiammazione cronica, stress ossidativo, danno al DNA e disregolazione immunitaria.
Questo non significa che ogni capo sintetico causi tumori, ma che l’esposizione cumulativa a microfibre e ad alcuni additivi tessili può aumentare il rischio nel tempo.
L’ aumento della produzione di queste fibre è cresciuto esponenzialmente a partire dagli anni Trenta del Novecento, ed è raddoppiato negli ultimi 25 anni contribuendo a fare del tessile la terza industria a usare più prodotti petrolchimici. Si prevede che a fronte di una produzione globale di plastica che raddoppierà ancora entro il 2040, quella del poliestere in particolare aumenterà di circa l’8% ogni anno entro il 2027.
Il trionfo delle fibre artificiali sulle fibre naturali viene sancita soprattutto dall’affermarsi sempre di più del fast-fashion, modello di business, che basandosi su un’incessante produzione di abbigliamento da vendere a grandi volumi e a bassi costi in questi ultimi anni sta invadendo in modo esponenziale il mercato.
Anche sulle passerelle dell’alta moda si sono visti frequentemente diversi capi di plastica. Molti marchi hanno cavalcato questa tendenza, facendo sfilare impermeabili trasparenti, stivali trasparenti, accessori in plexiglass e pvc. Tuttavia, non serve seguire le ultime tendenze per vestirsi di plastica, dato che comunemente lo facciamo già ogni giorno quando indossiamo calze e collant in microfibra, camicie di poliestere, sneakers e giubbotti imbottiti. Insomma siamo letteralmente vestiti di plastica.
Il poliestere, che oggi è diventata la fibra più utilizzata nel mondo, deve la sua fortuna alle caratteristiche che gli sono proprie. È infatti un tessuto che non si restringe e non si stropiccia, è molto resistente alla lacerazione e all’abrasione, è inattaccabile da batteri, muffe e tarme, è idrorepellente, ha un buon potere isolante e asciuga alla svelta, in più, è economico da produrre ma purtroppo mette ad alto rischio il nostro benessere.
Quindi prendendo atto che oggi il 63% della produzione tessile globale è composto da derivati del petrolio, la nostra conoscenza e consapevolezza resta la vera arma per cambiare rotta. La plastica invade l’industria della moda e non accenna a diminuire, anzi fa fatica a mettere in atto strategie per contenere la sua sovrapproduzione che genera quantità ingenti di rifiuti con conseguenze dannose, per l’ambiente e la salute umana.
Prima di acquistare un capo di abbigliamento, informiamoci e cerchiamo di avere un approccio consapevole sull’impatto ambientale e sociale dei nostri acquisti, acquistiamo meno vestiti, privilegiando capi di qualità, durevoli e sostenibili, scegliendo fibre naturali o riciclate e optando per marchi etici e sostenibili.


















