Oscar ZAGABRIA
Nel 1916 Albert Einstein pubblica la sua teoria fisica della gravitazione, con cui teorizza la curvatura dello spazio-tempo dovuta ad un oggetto dotato di massa. Non era altro che una declinazione in fisica delle geometrie non euclidee, che si basavano sulla confutazione del quinto postulato di Euclide sulle “Rette parallele”, dando vita alle geometrie iperboliche ed ellittiche.
In altre parole, senza la presenza di un corpo dotato di massa l’Universo seguirebbe la metrica di Minkowski: lo spazio-tempo sarebbe globalmente piatto, senza distorsioni o curvature. Insomma, non ci sarebbe vita, arte, letteratura. Tutto sarebbe abbastanza scontato e noioso. Grazie al cielo, Einstein ci ha liberati da Minkowski!
Etimologicamente la parola Gravità deriva da Grave o Greve, dal latino “gravis”, che significa “pesante” o “serio”; in francese “grave” ha significati simili. Si usa per descrivere qualcosa di serio o importante. Anche in musica, “grave” descrive un tono basso e profondo.
Grave è, quindi, qualcosa che pesa molto, il contrario di leggero. Il suo significato figurato è sia molesto, increscioso, intollerabile, difficile, severo, che autorevole, maestoso.
La scrittura di Paolo Vincenti, come in questo lavoro, può sembrare grave, molesta, incresciosa, urticante. La sua produzione artistica, frutto di un’accumulazione scritturale (La bottega del rigattiere), quasi un bottino di un veliero da corsa del ‘600 che solca e saccheggia i mari tempestosi della produzione poetica, narrativa e saggistica contemporanea, è capace di curvare lo spazio-tempo di una provincia asettica e sonnacchiosa e il suo moto perpetuo e uniforme, dove ogni Cristo, prima o poi, si ferma nella propria Eboli.
In questa prospettiva la gravità nel nuovo romanzo di Vincenti assume il significato di autorevole e maestoso, in quanto distorsivo. Di lente gravitazionale, attraverso la quale vediamo ciò che non avremmo mai potuto vedere di più originale nel panorama culturale locale. Non so se questo sia un bene o un male. È comunque un gettare lo sguardo oltre, e questo mi sembra già tanto.
“Le storie dello scirocco” non è un libro da leggere sotto l’ombrellone – Dio ci liberi dal caldo, dal mare, dalle spiagge affollate, dal puzzo di abbronzanti e, soprattutto, dalle urla dei bambini! – ma è un lavoro certosino che testimonia l’accumulo, una disposofobia scritturale intesa come antidoto al nulla, e paradossalmente quella stessa distorsione spazio-temporale che come cartavetro raschia volti, passati e, infine, la stessa vita. Insomma, il passare del tempo.


















