Pietro DE FLORIO
Introduzione
Lucilio Vanini o meglio Giulio Cesare, come volle farsi chiamare, nacque a Taurisano nel 1585 fu un filosofo libertino, esponente di spicco tra gli intellettuali materialisti antesignani di ciò che sarebbe stato nel Settecento il pensiero critico illuminista.
Dopo gli studi giuridico – teologici e medici a Napoli e Padova e una avventurosa vita da perseguitato in giro per l’Europa, accusato di ateismo e blasfemia fu arso vivo a Tolosa nel 1619. Quando dal commissario gli fu comunicato di partire dal palazzo di giustizia al patibolo, pare che abbia risposto: “andiamo, andiamo allegramente a morire come conviene a un filosofo” e soggiunse che gli controllassero il polso per dimostrare la propria saldezza di spirito [1].
In camicia con una scritta “ateo e bestemmiatore” appesa al collo, fatto salire su un carro, fu condotto (come prevedeva il macabro rituale) in Piazza del Salin a Tolosa. Rifiutò ogni ammenda o conforti religiosi, non si pentì di nulla, rifiutò per un istinto naturale, di porgere la lingua al boia che gliela strappò con la tenaglia (in conformità al testo biblico per blasfemia). Grondante di sangue, appeso alla forca, fu gettato sul rogo e poi le ceneri vennero sparse al vento, come prevedeva il rituale. Tutte le fonti, anche quelle più critiche, sottolineano la grandezza del filosofo davanti alla morte [2].
Le opere in latino del Vanini conosciute sono due la prima: Anfiteatro dell’eterna provvidenza, divino-magico, cristiano-fisico, nonché astrologico-cattolico, contro gli antichi filosofi atei, epicurei, peripatetici e stoici, pubblicato a Lione nel 1615; la seconda, il dialogo: I Meravigliosi segreti della natura regina e dea dei mortali, pubblicato a Parigi nel 1616. In quest’ultimo scritto i protagonisti sono presumibilmente lo stesso Giulio Cesare in veste di sapiente e l’interlocutore Alessandro (allusione al proprio fratello), affascinato dalla cultura del suo maestro.
Il Vanini confuta l’antropocentrismo filosofico tradizionale, pensa a un universo illimitato, autonomo, senza un Dio provvidente e corti di intelligenze angeliche a supporto. Concepisce un mondo prettamente materialistico e deterministico, regolato dal moto e dalla quiete, privo di anime e causalità metafisiche. La suo filosofare demolisce le prove dell’esistenza di Dio, mette in crisi il modello creazionistico, fino ad anticipare, per taluni aspetti, l’evoluzionismo, in cui teorizza l’origine dell’uomo dai primati. Al riguardo pubblicai su questa rivista due articoli, il primo dal titolo: Le origini dell’uomo nell’evoluzionismo pre-scientifico di Giulio Cesare Vanini del 15.03.2024, il secondo: La metafisica dei cieli in Giulio Cesare Vanini, del 05.02.2025 [3].
Il testo che segue evidenzia uno degli aspetti, forse quello meno conosciuto della filosofia del Vanini, cioè il sesso, liberato dall’aura dottrinale e visto attraverso un’analisi materialistica cosa alquanto pericolosa (per quei tempi) e potenzialmente inquisitoria. L’autore cerca di spiegare i fatti attraverso “la ragione” (o per meglio dire la coerenza) e “l’esperienza”, in base a quello che gli viene riferito, a fonti storiche e a ciò che osserva, in un quadro approssimativo di ipotesi deduttive.
L’Epicureismo de Vanini
Sosteneva il filosofo greco Epicuro (341 – 271 a.C.) che si conosce il mondo grazie alla sensazione e alle conseguenti, quanto necessarie, elaborazioni mentali delle rappresentazioni. Quindi una visione materialistica della realtà che escludeva la presenza di anime o essenze angeliche preposte ai moti fisici, rimaneva, invece e semplicemente, il movimento meccanicistico dei corpi, oltre qualsiasi finalismo. Sono argomenti fatti propri dal Vanini (che di finge di condannare), soprattutto nell’esercitazione 26 dell’Anfiteatro, ma ciò che qui interessa maggiormente, dal punto di vista sessuale, è il concetto dei piaceri e dei bisogni dell’uomo.
Epicuro sosteneva che i piaceri (in quanto sensazioni) conducono alla vita serena e beata, se limitati e ponderati moralmente, per eliminare o ridurre il dolore. Comunque il filosofo greco non rinnegava il piacere naturale e non necessario del sesso e in una sua lettera scriveva:
la carne impone limiti infiniti al piacere e solo un tempo infinito può procurarglielo. La ragione, comprendendo il fine e i limiti della carne ed eliminando paura dell’eterno, prepara la vita perfetta e non necessita più di un tempo infinito. Ma non rifugge più dal piacere. Bensì quando arriva la fine dell’esistenza non ha alcun rimpianto [4].
Tra artifici dissimulatori (tipici dell’argomentare vaniniano), impiegati per eludere l’attenzione dell’inquisizione, il filosofo si proponeva di sovvertire, a suo dire, la disdicevole dottrina epicurea del piacere sensitivo e farla poi riemergere di soppiatto energicamente in più punti dei suoi scritti. Riprendendo il concetto di piacere-dolore di Epicuro, il Nostro afferma che ai piaceri naturali e sensibili è
compagno il dolore (tristitia), che li precede ed è sempre unito ad essi. Li precede, perché il piacere è necessariamente riposto in qualche senso, ma i sensi si caratterizzano per il mutamento e questo nasce dal contrario. Dunque, il piacere nasce dal mutamento del male in bene. Quindi il male è necessariamente anteriore. Chi, infatti, ha mai avvertito il piacere di mangiare, se prima non ha avuto fame, e quello di bere, prima non ha avuto sete? E come si può avere il piacere dell’atto sessuale senza il prurito della libidine? [5]
La mancanza di qualcosa, un bisogno fisico, uno stato di necessità richiedono un soddisfacimento organico, perché l’uomo non è solo un essere morale e teologico, ma persona fisica che possiede una specie di energia pulsionale in cerca appagamento, come si direbbe oggi in psicoanalisi.
Il Vanini sostiene che l’eccitazione amorosa derivi dalla percezione del dolore, secondo quanto documentato da Pico Della Mirandola (1463 – 1494) dove un tizio provava piacere sessuale solo dopo essere stato percosso da “violente sferzate” [6]. Su questa vicenda il filosofo salentino prova a dare una spiegazione causale, cioè l’intelletto acquisisce il senso del dolore, di conseguenza gli spiriti (quelle entità meccaniche e fisiologiche della medicina dell’epoca, paragonabili al sistema nervoso), rimuovono questa sensazione, facendo emergere il desiderio [7].
A determinare l’azione sessuale non può essere una causa, per così dire, metafisica di potenza, atto e compiutezza formale, ma un fatto prettamente meccanicistico, inoltre è l’energia dei cibi di Cerere e le bevande di Bacco che producono il vigore per fare sesso, altrimenti “la voglia sessuale si spegne” [8]. Tuttavia, se cibi e bevande danno forza per fare sesso, gli effetti si rivelano a volte ripugnati e possono provocare cattive impressioni, in quanto “un ventre pieno zeppo deve scaricarsi con rumore e fetore”, inoltre l’ingozzarsi genera malattie, la digestione diventa difficoltosa ecc. pertanto come suol dirsi “la gola uccide più della spada” [9]. Quindi gola e sesso non sono piaceri assoluti, ma si collocano in relazione al dolore, per esempio nell’atto sessuale, dopo il trastullo dei sensi si avverte un senso di prostrazione, come testimoniano coloro che lo hanno provato.
E’ evidente che nell’atto stesso del coito si avverte una certa malinconia (tristitia) [o una specie di senso di colpa, tuttavia gli amanti], come rapiti da un certo estro e presi da pensieri di tutt’altro genere, non avvertono nulla. All’atto stesso poi segue una grandissima malinconia, perché chi ha fatto l’amore prova vivissima vergogna di essersi invischiato nei più fetidi recessi degni veramente di una fogna. Perciò, la natura, maestra prudente, per evitare che gli animali avessero ripugnanza dell’atto sessuale, aggiunse alla vergogna del sesso un certo ardore, così che quasi fuori di noi siamo spinti ad accoppiarci [10].
Una citazione, per certi versi anticipatrice: oggi si potrebbero tradurre psicoanaliticamente “malinconia” e “ardore” in senso di colpa e pulsione. È proprio questo ardore, per così dire pulsionale, che permette di superare il pudore e far sì che si possa realizzare l’accoppiamento tra i sessi.
Prestazioni e dolore
Dall’esperienza risulta evidente che far l’amore indebolisce i corpi, “ottenebri il cervello, faccia fremere i nervi, conduca a una vecchiaia prematura e soprattutto debiliti gli occhi” [11] (da qui, probabilmente, il pregiudizio che la masturbazione adolescenziale danneggi la vista). Insomma dolore (assenza/ voglia) c’era prima del coito e dolore, mestizia e sofferenza dopo, allora il piacere diventa un episodio o emerge dal patimento ed è quanto in parte sosterrà nel secolo dei lumi Pietro Verri (1728 – 1797) che la ricerca del piacere e la fuga dal dolore stanno alla base della sensibilità [12].
Pertanto il piacere sessuale corporeo è pieno “di ansietà” e “carico di afflizione” e lo stesso godimento non fa che ingenerare pentimento e amarezza [13].
Dissimulando (per evitare guai censori e inquisitori), il Vanini condanna le pratiche sessuali, perché portatrici di sofferenze e vergogna, però superando il dualismo dolore – piacere, si compiace, al contempo di parlare, come in specie di liberazione, del “gallo gallinaceo”, protagonista di libere ed esuberanti prestazioni sessuali, non provando alcun rimpianto o rimorso. Questo animale
ha intorno a sé schiere di galline, disponibili all’accoppiamento, pronte immobili e può soverchiarle, se gli fa piacere; tutto gli è permesso senza preghiera, senza alcuna mercé, senza alcun pentimento, dal momento che dopo il coito canta allegramente. Infatti, essendo un animale dotato di moltissimo liquido seminale, canta non perché si sente svigorito, ma per scaricarsi [14].
Anche l’uomo “fra tutti gli animali, emette parecchio liquido seminale in rapporto al suo corpo” [15], proprio come il gallo gallinaceo, dopotutto la persona biologicamente non è diversa da questo animale.
Il sesso è una gioia per tutti i viventi uomo compreso, contribuisce a far superare gli affanni della vita e, soprattutto, emancipa la persona dal senso del peccato e dai moralismi opprimenti che se prendessero il sopravvento, genererebbero nevrosi e oppressioni sociali [16].
Materialismo Sessuale
In sintonia con la speculazione epicurea nell’esercitazione 29 dell’Anfiteatro, il filosofo si propone di approfondire l’argomento del piacere, liberandolo dalla stupida definizione di affezione dell’anima e simili [17].
Piacere o dolore nulla hanno a che fare con l’anima, appartengono al corpo, sono solo percezioni, per esempio se il calore è gradevole, oltre una certa temperatura, genera dolore. Come in uno stampo di cera viene impressa l’immagine di Mercurio (per un ipotetico monile), così avviene per la sensazione (o specie). In altre parole la cera corrisponde al senso o significato che conferma il percepito ricevendone piacere, oppure se viene danneggiata, dolore. L’essere umano percepisce in un primo momento la specie (l’immagine di Mercurio), questa diviene senso ed, infine, l’intelletto elabora e giudica il percepito [18]. La sensazione (di piacere o dolore) ha a che fare con il corpo, non deriva da intellegibilità divine ed è un fenomeno intellettuale. Per similitudine stessa cosa avviene nella sessualità (o “sesto senso” come la definisce l’autore), cioè l’esperienza sessuale diventa “piacere dei sensi” è la natura ci ha resi sensibili per il “godimento che ci spinge a fare l’amore”, cosa peraltro concessa da Dio, “per la conservazione dell’individuo” [19].
Con questa visione della sensazione – piacere, il filosofo, per mettersi al sicuro da incriminazioni di blasfemia introduce una nota provvidenzialistica e legittimante riguardo la procreazione e soggiunge:
per la conservazione della specie fu istituita l’unione del maschio e della femmina e ciò non senza una qualche miracolo della Divina Provvidenza. Infatti, quella unione fu istituita non ad opera di uomini santissimi, ma da Dio stesso, creatore di tutte le cose […]. Che anzi Cristo Signore non solo con la sua divinissima presenza, ma con quel mobilissimo suo primo miracolo, volle segnalare tale unione. Perciò egli indicò quale simbolo e immagine della sua unione con la Chiesa e stabilì che si dovesse annoverare tra i sacramenti della sua Chiesa [20].
Tuttavia, afferma il filosofo, noi non possiamo aspirare ad identificarci con Dio, rimaniamo esseri naturali dotati di corpo e di percezioni per stare al mondo, altrimenti perderemmo l’essenza di ciò che ci fa essere persone [21]. Proprio perché siamo esseri umani che si riproducono, come tutti gli altri viventi, non dobbiamo provare alcun pudore a parlare degli organi sessuali, Alessandro, l’interlocutore di Giulio Cesare li definisce “organi nobilissimi che sono artefici e maestri della procreazione” [22] e invita i pudici fanciulli a tapparsi le orecchie per ciò che verrà esposto più avanti in materia di sesso. Il piacere sessuale di solito inizia con il tatto e vari toccamenti, certamente non può essere efficace senza questi preliminari che stimolano il cosiddetto “sesto senso”, in armonia con forza dello spirito che collega corpo e intelletto. “Noi siamo stuzzicati solo dallo spirito e ciascuno può farne esperimento soprattutto all’età di tredici anni” con le prime eiaculazioni, perché è lo spirito che determina il funzionamento dell’eccitazione o “titillamento” e, di conseguenza, l’emissione di sperma specialmente quando si fa l’amore [23].
Il piacere sessuale è la “più dolce di tutte le cose”, non perché, come credeva Aristotele, il seme veniva prodotto da tutto il corpo (e, così, ogni particella di corpo sarebbe capace di generare), accompagnato da un godimento globale, sono invece i testicoli ad elaborare prontamente il liquido seminale con il quale si accompagna il piacere. A tal proposito il Vanini fa valere una sua diretta osservazione: “a Parigi in un uomo sottoposto alla dissezione anatomica, ho visto nascosta nei vasi spermatici una gran quantità di seme. Perciò è necessario che il seme, emesso nell’amplesso, sia prima preparato e accumulato dalla potentissima energia dei testicoli […]. Quindi il seme non è secreto durante l’amplesso da tutto il corpo” [24]. Il vigore prodotto dai testicoli viene dallo pneuma, come scriveva Aristotele nel secondo libro Della riproduzione degli animali, citato dal Vanini: “Nel seme di tutti gli animali è presente ciò che rende fecondi i semi: ciò è chiamato caldo. Questo però non è fuoco, né facoltà simile al fuoco ma il pneuma racchiuso nel seme e nella schiuma e la natura contenuta nel pneuma, che è analoga all’elemento di cui sono fatti gli astri” [25]. Insomma il seme schiumoso è della stessa sostanza eterna e incorruttibile dei cieli, capace di generare la vita e per questo determina una certa spossatezza nell’individuo, svuotandolo momentaneamente della propria sostanza vitale, ma la natura prontamente “essendo nemica del vuoto si appresterebbe a riempire i vasi di seme, prelevandone la materia dall’intero corpo” [26].
Dunque è il corpo che diffonde la materia del seme nei testicoli che con la loro energia producono sperma e, quando avviene l’eiaculazione durante il coito, diventiamo deboli [27]. Ma il piacere sessuale non è necessariamente in correlazione con la riproduzione, “anzi, prova maggior diletto colui che non si dà affatto pensiero della generazione” ed è, in un certo senso, più rilassato. “Chi, dunque, fa l’amore in vista della generazione dei figli, prova un mediocre piacere in quanto il fine a cui tende, cioè i figli, è ancora lontano”, sentendosi vincolato [28]. Qui polemicamente il Vanini, contro i principi religiosi che ammettono il sesso solo nel contesto matrimoniale per generare i figli [29], predilige il piacere sessuale in sé appagante.
Insomma il fine del sesso non è segnatamente riproduttivo, ciò si può constatare quando, quasi meccanicamente e involontariamente, gli spiriti spingono “il pene ad alzarsi” facendolo “diventare turgido”, nelle polluzioni notturne, “forse perché l’immagine dell’amata apparsa nella notte rimane nella fantasia e così eccita gli spiriti” [30].
Riguardo all’orgasmo alla donna, Alessandro domanda: “perché la maggior parte delle donne nell’accoppiamento raggiunge più tardi l’orgasmo?” Riprendendo i temi della medicina classica da ippocratica – galenica di stampo rinascimentale, Giulio Cesare risponde che il liquido seminale della donna risulta più umido e freddo, di conseguenza ciò che è freddo scorre più lentamente, contrariamente al calore che è il principio di moto. Ma le cose stanno diversamente, soggiunge Giulio Cesare, l’esperienza e la ragione, come sempre, ci dimostrano che la donna raggiunge il piacere più velocemente, perché si scalda meglio e il suo seme fluisce più rapidamente, benché ne emetta poco [31].
Ritornando sull’eccitazione sessuale maschile, Alessandro domanda: “perché a coloro che immaginano una bella fanciulla il pene si rizza?” Probabilmente, risponde Giulio Cesare, questa eccitante immagine passa dal cervello all’anima infiammando il cuore e, per mezzo dei nervi (che accendono il desiderio) il calore si trasforma in spirito che “attraversando i condotti del pene, lo rende turgido” [32].
Può capitare che non si riesca ad avere un rapporto sessuale e a tal proposito il Vanini ricorre ad una spiegazione, per modo di dire, psicologistica di Girolamo Cardano (1501-1576): “la volontà contrae gli spiriti, li richiama alle parti superiori del corpo e pone ostacoli alla facoltà dell’immaginazione, che è particolarmente utile all’amore”. [33]. Ma poi aggiunge il Nostro che si tratta di sciocchezze, la volontà gioiosa tende sempre ad espandere gli spiriti e fa sì che l’animo si rivolga verso ciò che è bello e a ciò che ama e dà vita, attraverso la libera immaginazione [34], quindi l’impotenza sarebbe da attribuire a cause organiche.
Materia e Seme
Le creature vengono al mondo per mezzo del seme, “come nel seme del cavallo è contenuta la forma equina”, anzi con il seme, stando ad Aristotele, si trasmette materia e forma al nuovo individuo e, quindi, anche l’anima [35]. Ma l’anima, osserva Giulio Cesare, utilizzando una terminologia aristotelica, non è qualcosa che proviene dall’esterno avente una propria autonomia trascendente, essa, invece, è insita nel seme “lo spirito […] è nel corpo del seme”, un po’ come il caglio nel latte [36]. Il seme, inoltre, è energia architettonica ed ordinatrice (non accidentale) che agisce nel corpo, perché
ha la capacità di fabbricare in modo assai conveniente. Quindi è anima. D’altronde, che cos’è l’anima se non spirito? E questo si trova nel seme il quale è appunto informato dal nostro spirito; infatti, noi lo emettiamo respirando affannosamente e per questo è ritenuto idoneo alla generazione il seme spumeggiante in quanto si mostra di possedere abbondanza di spiriti [37].
In altre parole l’anima è soffio vitale riposta nel respiro, naturalmente emesso come il seme. Non solo gli uomini, tutti gli esseri viventi producono seme e si riproducono più o meno allo stesso modo, insomma esiste una certa uguaglianza tra gli esseri terrestri che esclude l’azione vivificatrice e provvidenzialistica di anime calate dall’alto per ogni individuo. Se nell’uomo, in quanto reputato essere privilegiato, la forma/anima (contenuta nell’essenza del seme) venisse, invece, infusa direttamente da Dio, paradossalmente la persona non potrebbe riprodursi, perché nascerebbe da Dio stesso e sarebbe geneticamente insufficiente. Il seme umano risulterebbe allora inferiore a quello di un cagnolino, perché almeno questo è capace da generarsi da solo con il proprio sperma, “dunque il seme del cagnolino sarà più eccellente del mio?” [38] (soggiunge Alessandro all’argomentazione del suo maestro).
Le persone vengono al mondo dal seme dei genitori, cioè per accoppiamento (ad eccezione del primo uomo nato dalla “putredine”), (si veda: www.ilgrandesalento.it/le-origini-delluomo-nellevoluzionismo-pre-scientifico-di-giulio-cesare-vanini/), inoltre il maschio non possiede alcun primato sessuale, entrambi i sessi nel generare hanno pari dignità, contrariamente a quanto sostenuto da Aristotele [39]. “La donna nell’amplesso emette seme, anzi lo emette anche quando nel sogno dà sfogo ai suoi notturni desideri d’amore” e in una donna in dissezione, prosegue Giulio Cesare, “ho visto […] una gran quantità di seme che già cominciava a biancheggiare”. Pertanto “La natura ha predisposto il seme per la generazione, ma lo ha posto anche nelle donne; quindi quella sapientissima maestra, che non fa nulla invano, ha predisposto per la generazione anche il seme femminile”. [40]. Insomma si rigetta quell’orientamento culturale maschilista aristotelico e cattolico dove la femmina veniva vista passivamente e al maschio, invece, si attribuiva il principio vitale e creativo, come un artigiano che plasmava la materia [41]. La cosiddetta superiorità dell’uomo, per Aristotele starebbe nel fatto che il suo seme viene prodotto dal sangue, mentre quello della donna (essere più debole), produrrebbe solo e semplice sangue mestruale, perché dotate di meno calore riproduttivo [42].
In realtà sostiene il Vanni, sussiste l’uguaglianza dei sessi, sebbene le teorie del primato maschile siano di Aristotele, io afferma l’autore “non le stimo un fico secco, perché in quelle cose in cui ognuno è libero di esprimere il proprio giudizio io non mi sentirò mai costretto a pensare sulle parole del Maestro! Aggiungo anche che, per quanto Aristotele mi sia amico, ancora più amica è la verità, come egli stesso ebbe a dire contro Platone” [43].
Genitorialità e Fecondità
Il dialogo 39 dei Meravigliosi spiega le pratiche per favorire il concepimento, ovviamente e prima di tutto, occorre stimolare l’immaginazione con una “bella fanciulla”, affinchè il sangue prodotto dall’umore genitale, fluisca nel pene. Ma lo stimolo erotico non è sufficiente, occorre, secondo un approccio deterministico, seguire una dieta di cibi stimolanti quali: uova, fagiani, tordi, mandorle, pinoli, cibi piccanti e varie pietanze calde, “la cui energia fa bollire il seme il quale si riscalda per bene e diventa bianco”, tutto ciò permette “di far erigere i genitali e di far eiaculare lo sperma” [44]. Grazie all’eccitazione e ai cibi, il caldo liquido seminale, diventa idoneo per procreare e schizzare nelle profondità dell’utero, però è bene che si evitino rapporti sessuali quando la donna è mestruata, per evitare che il seme venga dilavato dal sangue. Stessa prescrizione fu data dal principe degli ebrei Mosè, perché (con tono ironico) per motivi troppo elevati per essere compresi, vietò qualsiasi rapporto con donne mestruate [45].
Il periodo più favorevole, affinché una donna rimanga incinta avviene dopo le mestruazioni, quando “gli orifizi sono aperti”, inoltre la vulva dev’essere ben lubrificata e, nello stesso tempo, né troppo umida, né troppo secca, altrimenti il seme scivolerebbe via o non verrebbe irrorato dallo sgocciolio del sangue mestruale residuo. Divertito, l’autore elenca una serie di ritrovati da inserire nella vagina per aumentare “il vigore dell’utero”: polvere d’avorio, corno di cervo, varie cortecce, sostanza di scarafaggi, frutti di cipresso, incenso, rose rosse ecc. [46].
Ma, una volta stabilita la procedura più idonea a per procreare, Alessandro domanda: quando è possibile concepire un maschio? come si fa per averlo? Giulio Cesare risponde che ci si deve accoppiare dal quinto al settimo giorno dopo le mestruazioni, in quel lasso di tempo il seme maschile (che farebbe generare un maschio) attecchisce meglio di quello femminile (riprendendo il pensiero di Aristotele [47]). Inoltre l’utero dopo le mestruazioni risulta particolarmente caldo, quindi è necessario far defluire il seme verso la cavità destra, dove è più intensa l’attrattività del fegato e del rene destro (da cui proviene il sangue caldo per formare il feto), da evitare la parte sinistra fredda e intirizzita. Pertanto “solo le parti destre offrono quelle energie per le quali viene concepito il maschio”, evidentemente le parti sinistre vanno sempre evitate, altrimenti verrebbe fuori una femmina. Ma ciò non basta è necessario che lo sperma prodotto dal testicolo destro si insinui nella cavità dell’utero (e qui iniziano le raccomandazioni divertite del Vanini), dunque “l’uomo tenga legato il testicolo sinistro nell’accoppiamento e la donna, finito l’atto, si giri sul fianco destro e si abbandoni al sonno. In questo modo, infatti, gli spiriti vengono richiamati all’interno ed elaborano il seme con maggior impegno” [48]. E, ancora, ironicamente, per scongiurare la fuoriuscita di sperma dalla vagina, è bene che la donna “se nel corso dell’amplesso non vuole astenersi dalle forti eccitazioni, di volgersi, almeno alla conclusione del gioco amoroso, dolcemente sul seno destro” [49].
Il periodo per concepire un maschio, contrariamente a quanto si creda, non è l’estate, per il fatto che il sangue mestruale e seme ricercano più calore, ma l’inverno. In questa stagione l’utero trattiene il calore ed è più caldo rispetto al freddo invernale e, non c’è di meglio che i coniugi “si diano battaglia” vicino al fuoco, in un letto caldo e confortevole “non languidamente o sbadigliando, quasi si trattasse di un compito imposto o dovuto”, ma con passione e trasporto “come se desiderassero ingaggiare una singolare battaglia” [50]. Tutto, in questo modo, funziona meglio: pene, seme, vagina ecc. l’amplesso diventa efficace ed è consigliabile che entrambi gli amanti durante il rapporto pensino l’immagine di un maschio e, in particolare, la donna si concentri a guardare l’uomo (proprio per imprimerlo nell’immaginazione, affinché nasca un maschio). Al limite l’uomo se non vuole immaginare altri uomini, può guardare se stesso nello specchio mentre fa l’amore, perché la propria figura si imprima e diventi forma nel feto [51] e qui l’autore si compiace nel descrivere questa nota di auto voyeurismo.
Dagli amplessi possono nascere figli legittimi o illegittimi e non per questo i secondi sono naturalmente inferiori ai primi. Anzi, nota il Vanini, proprio i figli nati fuori dal matrimonio sembrano meglio dotati mentalmente e fisicamente: “non ho mai visto un figlio illegittimo che non fosse fortissimo e ingegnosissimo”. A quanto pare
essi hanno ricevuto dai lombi e dalle viscere paterne tutto in abbondanza e con grande effusione e in quei furtivi e clandestini accoppiamenti i doni della natura sono stati dati loro non con parsimonia, con limitatezza e con superficialità, ma con generosità. [Evidentemente] quando ciascuno degli amanti si abbandona con sfrenata avidità alla soddisfazione del proprio desiderio sessuale e si avvinghia con prodigalità di baci e abbracci e con tutte le energie e pazzamente si scatena addosso all’altro per generare il figlio, allora accade che tutto ciò che è necessario al concepimento venga perfettamente compiuto e che in tutta la faccenda non manchi alcunché” [52].
Quindi i figli illegittimi ereditano il meglio di questo surplus, per così dire, passionale e genetico, pertanto “Da tale energia generatrice deriva nella prole prontezza di alto ingegno e generosità di animo”. I figli illegittimi, per compensare il loro stato di inferiorità pubblica e di frustrazione (in quanto non accedevano a cariche pubbliche ed onori), tentano di “affrancarsi dalla vergogna e con l’onestà dei costumi e con l’integrità della vita cancellano quel marchio, imposto loro dagli sprovveduti”. Pertanto è possibile essere retti e virtuosi, pur essendo figli del peccato, mettendo in crisi il precetto paolino e nel complesso l’etica cristiana [53].
A questo punto il Vanini introduce una gradevole nota autobiografica e dice di aver sognato di essere nato fuori dal matrimonio dei propri genitori e avrebbe ereditato il meglio della loro forza riproduttiva genetica e dal loro calore sessuale, dunque essi mi “avrebbero fatto dono generoso di seme abbondante, da cui io avrei conseguito aspetto bello ed elegante, vigorose energie fisiche e lucidità di mente” [54]. Ma ribadisce di essere figlio legittimo nato dal matrimonio dei propri genitori, da un padre in età avanzata, comunque stimolato e rinvigorito dal calore di una giovane moglie, per questo dice il filosofo: “ora sono di animo eccellente e di aspetto gradevole e se il corpo è soggetto a poche malattie, ciò dipende dal fatto che mio padre, benché vecchio, era tuttavia dolce e gioviale ed una consorte piuttosto giovane”. E, continuando, suo padre scaldò il proprio corpo freddo al calore affettuoso e fecondo della giovane moglie, bevendo senza esagerare vino e aspettò la primavera per concepire un figlio, al risvegliò della natura, quando nitrivano le cavalle sfinite dal parto [55]. Ma in primavera, osserva Alessandro ironicamente, i cristiani sono più deboli a causa del digiuno quaresimale, Giulio Cesare saggiamente ribatte che proprio in questo periodo (a dispetto delle pratiche penitenziali), aumenta l’eccitamento e “l’appetito sessuale”, perché la natura fornisce una gran quantità di cibi, spezie, crostacei, alimenti piccanti ecc. che sortiscono effetti afrodisiaci provocando “abbondanza di spiriti” che stimolano “le voglie sessuali” [56]. In definitiva, oltre la primavera (che fa nitrire le cavalle), sono il vino e i sani cibi salti a provocare ed eccitare “l’appetito sessuale” rendendo le donne “più atte a concepire”, perché il sale elimina l’umido dalla vulva rendendola più secca e, in questo modo, il seme “si attacca più tenacemente” [57]. In altre parole l’autore deterministicamente sostiene che è la dieta alimentare a stimolare le prestazioni sessuali; pertanto il concetto scolastico di potenza e atto declinato ontologicamente nel perfezionamento della forma, viene superato. Alla metafisica tradizionale il Vanini preferisce la causalità prettamente fisica.
Le voglie sessuali femminili si fanno sentire anche nelle “verginelle”, per questo diventano pallide (e ingialliscono), “bruciano dal desiderio”, svengono, hanno spasmi nell’utero, solo dopo sposate tornano ad essere normali e attraenti. Il malessere è dovuto al fatto che le donne, per così dire represse comprese le nubili e le “vedove vogliose”, trattengono il proprio seme che corrompendosi causa violenti sintomi, ma quando “il seme viene eiaculato dal chiavistello maschile, sistemato a modo, ecco che rifioriscono ed acquistano un colore roseo”. In questo quadretto umoristico, lo sblocco delle femmine represse avviene quando fanno sesso, emettendo “sospiri”, “palpitazioni” e, spesso “tremori cardiaci” [58].
Giulio Cesare dice di aver letto queste cose su un opuscoletto in tedesco il cui autore non meritava di essere menzionato. Con questo espediente di tutela dissimulatorio, utile per scongiurare possibili denunce, il filosofo può parlare liberamente di sesso e il detestabile autore anonimo può continuare a raccontare al Nostro “miseramente” cose sessuali “frivole”. Costui sosteneva che la masturbazione (come il fare l’amore), procurava benefici al corpo e, il conseguente sperma dissipato (atto immorale per i cristiani), equivaleva al taglio dei capelli, al rosicchiarsi le unghie o cosa da smaltire come gli escrementi [59]. Sono discorsi che l’autore disapprova (a parole) “non solo come cristiano, ma anche come filosofo”, il seme non va sprecato, in esso c’è qualcosa di divino che attua un fine naturale e religioso, “nell’architettura del divino tempio” del corpo [60].
La dottrina della Chiesa fa del maschio il protagonista della vita che attraverso la preziosità del proprio seme genera la discendenza, a tal proposito va ricordato l’episodio biblico di Onan che fu punito da Dio, perché disperse il proprio seme in terra, non fecondando la moglie di suo fratello morto, secondo la legge del levirato [61]. Tommaso D’Aquino (1255-1274), nell’opera Somma Teologica sosteneva che lo sperma maschile è “quel sangue puro, preparato per il concepimento, e che è più puro e più perfetto dell’altro sangue” (quello comunemente inteso) [62]. Anche Dante Alighieri (1265-1321) nel XXV canto del Purgatorio, riprendendo Tommaso, fa dire al poeta latino Stazio che lo sperma maschile è “sangue puro”, cioè un qualcosa di superiore al sangue che scorre nelle vene e indica nel “sangue vero” quell’essenza vitale che Dio ha dato all’uomo per concepire e creare, quasi divinamente, la vita [63].
Ma il Vanini guarda al mondo dei sensi, al piacere e al “dolce sfregamento” [64] della masturbazione alimentata dalla fantasia erotica. A tal riguardo cita un passo del filosofo rinascimentale Girolamo Cardano (1501-1576), questi sosteneva che l’autoerotismo “mi procura un’assidua brama di piaceri sessuali da non farmi avere mai tregua. […] Quest’assidua brama di piaceri mi ha tormentato in continuazione e quei piaceri che di fatto non mi è stato lecito ottenere, o che mi sono vergognato di soddisfare quando potevo, ho sempre cercato immaginarmeli almeno con il pensiero” [65].
Ma nella fenomenologia sessuale dal coito alla masturbazione non esiste solo il sistema fisso binario uomo – donna compare, quasi di sfuggita, l’omosessualità e la transessualità [66]. Raccontava Plinio (24 – 79, d.C.) “che talune donne si trasformano in maschi” e il Pontano (1409 – 1503) “attesta che ai suoi tempi una certa Gaetana ed un’altra di nome Emilia, entrambe sposate si trasformarono in maschi” [67]. Ciò è dovuto alla forza dell’immaginazione che attiva quelle funzioni (o “virtù formative”) cosiddette psicosomatiche, affinché l’individuo possa realizzarsi nel sesso desiderato. Il Vanini tratta in nuce ciò che sarà a breve il dualismo delle res cogitans e res exstensa di Cartesio (1569-1650), insomma una questione attuale d’interazione tra un contenuto psichico a cui corrisponde in termini di effetto un’alterazione somatica.
Condotte Sessuali
Il Cardano, citato dal Vanini (che sottobanco ne condivide il pensiero), nell’opera “Sulla Sapienza” affermava che “il ricordo tra gli uomini, che è la ragione per cui si dovrebbe attendere alla generazione, si interrompe necessariamente ed infine svanisce. Ed una volta svanito che cosa rimane di te nel figlio e tanto meno nei pronipoti? In realtà che cosa sia generato da questo o dal quel frutto fa più o meno lo stesso perché un diverso escremento è prodotto anche da un cibo diverso […]” [68]. Vale a dire, non vi è una sacralità specifica e univoca nella nascita da un determinato seme e ciò viene avvalorato dal fatto che i fratelli uterini figli dello stesso padre, seguono destini diversi. Esiste solo la cruda realtà della vita, in barba ai buoni principi delle discendenze prodotte dalla intangibilità del seme. Al riguardo si possono menzionare casi esemplari, per così dire di intercambiabilità generativa, risalenti sia alla legge mosaica in cui una vedova doveva accoppiarsi con il fratello del marito per generare la sua discendenza, sia all’antica legge greca voluta da Licurgo che prevedeva la sostituzione di un vecchio incapace di generare attraverso la propria moglie, con un giovane qualsiasi e che i figli avuti fossero considerati del marito [69].
Il Cardano viene ancora chiamato in causa riguardo la questione scottante dell’incesto, riportando il biasimo di Cornelio Tacito (55 – 120 d.C. ca.), “perché (i gentili), non diversamente dai cani e dalle bestie non si astengono dall’accoppiamenti con i parenti e si uniscono in amplessi promiscui”. Anzi, rincarando la dose, l’interlocutore del dialogo Alessandro, afferma che si prova un piacere maggiore quando ci si accoppia con donne del proprio sangue, cosa sbandierata dagli atei a ciò si aggiunge il parere dei giuristi, in quanto, per loro, i vincoli della parentela e del sesso sono più forti del solo vincolo di comunanza, in altre parole la discendenza dal capostipite, in termini giuridici, è più sicura attestata anche da “simpatia ed una somiglianza di sangue e di umori” [70].
Ricorrendo ancora all’accorgimento narrativo retorico deresponsabilizzante, Alessandro sostiene di aver incontrato un ateo belga (“infelicissimo ciarlatano”) il quale andava dicendo che il matrimonio tra affini venne vietato per convenienza politica, perché l’accoppiamento tra consanguinei sarebbe stato più dolce e appagante [71]. E, ritornando ancora sulla Bibbia, quasi a voler far emergere comportamenti discutibili, l’autore afferma che non sono rari i casi di rapporti incestuosi e accenna alla vicenda di Lot nipote di Abramo che ubriacato dalle sue figlie generò con esse Moab e Ammon, progenitori dei due popoli nemici di Israele, i Moabiti e gli Ammoniti [72]. Si potrebbero aggiungere altri episodi incestuosi, basti considerare che Abramo e sua moglie Sara erano fratellastri; che Giacobbe e Rachele erano primi cugini come Isacco e Rebecca. [73].
Il Vanini relativizza i comportamenti incestuosi che al limite potrebbero essere giustificati positivamente per la trasmissione di una stirpe, oppure giudicati negativamente, perché minerebbero i fondamenti della società. In quest’ultimo caso il matrimonio fra consanguinei è proibito (quasi anticipando il pensiero di Levy Strauss), “perché altrimenti le famiglie con grandissimo danno per lo Stato, non si unirebbero con vincoli e moltissime vergini rimarrebbero senza marito” [74]. Giulio Cesare insiste sulla Bibbia in cui si dice che Mosè concesse agli ebrei di contrarre matrimonio all’interno del proprio gruppo parentale [75], sia perché si tratta di un popolo racchiuso in un piccolo territorio, sia per non volersi contaminare con altre popolazioni idolatre [76]. Insomma, questi ebrei osserva con irrisione l’autore, ripudiavano le mogli e Mosè consentì l’unione matrimoniale tra parenti, affinché l’amore coniugale tra consanguinei dissuadesse i coniugi dal pensiero di invalidare il contratto matrimoniale [77]. L’autore beffardamente lascia intendere che Dio non può avere consigliato agli ebrei l’incesto, un atto contro natura, tenuto conto che persino tra i pagani questa pratica era considerata “biasimevole”, quindi cita Cicerone (106 – 43 a.C.) che trattò l’incesto alla stregua di un atto infame (Conversazioni a Tuscolo IV), come lo stupro, l’adulterio e depravazioni varie [78]. Insomma della Bibbia Giulio Cesare evidenzia le incoerenze etiche e certamente il testo sacro non può essere un coerente fondamento religioso.
Il Vanini si proclama difensore della fede cristiana e, quando in giro per l’Europa incontra questi odiosi atei (ma utilissimi per le proprie tesi di fondo) che affermano cose blasfeme, dice di non aver temuto “pur a rischio della vita, di schiacciare, rintuzzare e indebolire i discorsi sacrileghi, le scellerate maldicenze e le vergognosissime dispute di quell’ateo” [79], cioè quello belga incontrato a Ginevra. Tuttavia l’autore riflette e dichiara, in sintonia con lo spirito libertino sulla tolleranza, che non bisogna minacciare di morte gli atei sostenitori di idee contrarie [80], dopotutto essere cristiani, credere nell’immortalità dell’anima e aver fede, non porta necessariamente all’onestà e a una sana condotta morale. I comportamenti virtuosi o cattivi dipendono invece dai buoni costumi e, in sostanza dall’educazione, come sostenevano gli epicurei e gli atei, evidentemente non si è virtuosi per una ricompensa o un castigo nell’aldilà, ma per conseguire il bene in sé. Gli epicurei “che tenevano in gran conto l’onestà, si occupavano con senso del dovere dell’eredità dei figli, sostenevano con il proprio denaro i figli degli amici defunti, erano considerati uomini eccellenti, benché non venerassero gli dei di cui negavano fermamente l’esistenza” [81]; insomma i comportamenti umani vanno visti in relazione alle buoni abitudini e costumi, aldilà di ciò che insegna la religione [82].
Nel dialogo 48 del terzo libro dei Meravigliosi il filosofo salentino descrive una serie di bizzarrie sessuali: Alessandro dice che la sua “servetta” ha respinto il suo imberbe bel fidanzato e ha invece sposato “un omaccione zoppo” [83]. Giulio Cesare ribatte che la donna ha fatto un’ottima scelta, perché gli uomini privi barba sono poco virili (assenza di calore) e, lo zoppo in particolare, per una sorta di fisiologia compensativa dovuta all’arto claudicante hanno “i genitali d’inusitata grandezza” e una marcata predisposizione a far sesso. In condizioni fisiche normali chi ha “un membro lungo”, perlopiù è sterile, a meno che non si “scuota” con una “calda giovincella”, il cui calore impedisca allo sperma di perdere la propria forza fecondante, nel lungo percorso fino all’eiaculazione [84]. Inoltre chi fa molto sesso, prima o poi diventa calvo, ciò è dovuto al fatto che con il coito si raffredda la parte superiore del corpo dotata di poco sangue e la minore di irrorazione sanguigna fa cadere i capelli [85].
Tornando a trattare seriamente di sesso, nel dialogo Affetti dell’uomo il filosofo dà una bella definizione di congiungimento amoroso:
“Le cose simili desiderano fortemente unirsi, poiché ciò che non è uno, non esiste. Così ciò che è separato dal proprio simile sembra defraudarlo e insieme essere da esso defraudato di ciò che è quasi il complemento dell’essenza. Per questo desiderano essere una cosa sola, perché questo è il loro vero essere. Per tale motivo gli spiriti escono e così l’amante, preso dal desiderio di essere una cosa sola con l’amata, tende all’unione dei corpi e fa sì che i due spiriti, nell’unione delle bocche, diventino uno solo. Perciò i sapienti, ritenendo che il bacio fosse il fondamento dell’amore, lo chiamarono con la parola greca basium” [86].
Ma questo ricongiungimento che ricorda il Simposio platonico, potrebbe essere crudamente stroncato dalla lue, vale a dire la sifilide. Questa malattia era diffusa dappertutto e proveniva, a quanto pare, dall’India [87]. L’eziologia va ricercata esclusivamente nella corruzione della vulva della donna simile a una “putrida cloaca” e “colma di tutte le sozzure” e non nelle influenze astrali, secondo un certo determinismo astrologico di derivazione aristotelica. Il morbo si diffonde per “l’impurità delle sgualdrine che accolgono semi diversi”, tant’è che non colpisce le donne maritate. Quindi, per il Vanini, il fenomeno patologico è collegato alle condizioni, per così dire, igieniche. Infatti la malattia si genera da “sozzi umori putrefatti” che infettano il “membro virile”, provocando per contatto “un’ulceretta”, inoltre la putredine si insinua nell’apertura del pene infettando il sangue. Tuttavia il fegato reagisce a questa corruzione infettiva, originando nell’inguine un bubbone che esplodendo fa si che dai “vasi spermatici e dai reni affetti” fuoriesca “la gonorrea” [88]. La lue o sifilide si propaga negli organi interni e, con il sangue, passa nelle articolazioni e nei muscoli, producendo sulla pelle “pustole livide e rossastre e ulcerette incrostate”. Simile al veleno di un cane rabbioso, la pestilenza si trasmette oltre che con l’amplesso, anche per contagio, ad esempio quando si allattano i bambini; per contatto attraverso gli umori della pelle; con la saliva ecc. [89].
Il Contesto
Per il Nostro, le azioni e i comportamenti umani sono determinati dall’ambiente, dalla fisiologia e, in parte, anche dalla psicologia, pertanto “io, se non fossi figlio e discepolo di cristiani direi che gli uomini sono spinti al delitto non per istigazioni dei demoni, ma dagli umori viziati” e che i comportamenti sono condizionati “dal seme, dall’immaginazione dei genitori nel momento in cui si accoppiano, dall’educazione, dagli influssi astrali, dall’insalubrità dell’aria e dai cibi” [90]. Insomma, pur ammettendo di essere cristiano (nel collaudato schema concessivo – difensivo) e credere che i comportamenti corretti derivino dall’etica religiosa e dal timore di Dio, la devianza umana, invece è determinata da cause concrete quali gli umori fisiologici viziati, dall’ereditarietà del seme, dai genitori perversi (per esempio, se i genitori durante il coito osservano un’immagine di marte, trasferiscono nel seme e poi nel feto una predisposizione aggressiva), da concepimenti influenzati da visioni violente, da una educazione priva di bontà, dal clima non propizio e dalla cattiva qualità degli alimenti [91]. Generalmente, soggiunge Alessandro, è la stessa forza della tradizione o usanza che contribuisce al formarsi dei comportamenti umani [92] e, in particolare, l’uomo assimila come in una tabula rasa le azioni di chi ci sta intorno che imprimendosi tenacemente nella nostra mente, diventano modelli comportamentali [93].
Quindi, ritornando sulle cause fisiche dei vizi umani, si aggiungono le esalazioni negative emanate dai malati e altri vapori sparsi da chi compie azioni spregevoli (si veda Il Tarantismo e il Vanini, “Fondazione Terra d’Otranto” del 05.08.2023, online). I miasmi intossicano le persone vicine, ne alterano spiriti e sangue, producendo effetti che ottenebrano la mente e spingono alle azioni più delittuose [94]. Insomma le condotte corrotte e degenerate dipendono essenzialmente da cause fisiche e biologiche compressibili.
L’uomo è un’entità psico – fisica determinabile dai contesti esterni e le azioni fisiche e le attività spirituali hanno in comune la materia, “dal momento che ‘spirituale’ deriva da ‘spirare’ e la respirazione non è priva di materia”, in quanto l’aria è costituita di particelle. Lo spirito possiede qualcosa di materiale, quindi tutto deriva dalla materia e dai sensi che informano l’intelletto permettendo alla volontà di operare [95]. Inoltre la materia dell’aria se è cattiva (oggi diremmo inquinata) produce nell’organismo turbamenti che opprimono la mente con strampalate fantasie orientando il corpo a compiere nefandezze [96]. Perciò la ragione può essere, per così dire, appannata
come una nube oscura e densa, stendendosi davanti al sole, ne intercetta i raggi e ne offusca lo splendore, così gli spiriti melanconici, prodotti da sozza aria, ottenebrano il cervello di neri fumi. Perciò la ragione è oppressa e la luce della mente si estingue tanto da non poter opporre resistenza alla violenza dell’abbondante umore melanconico. Quindi esso si aggira liberamente e ci spinge ad azioni nocive [97].
In conclusione i comportamenti umani non seguono un tracciato provvidenzialistico, ma sono determinati da cause esterne [98]. Si tratta argomentazioni derivanti dalla medicina proto sperimentale rinascimentale da cui il Vanini trae spunto, ma adoperata quale strumento critico, preludio alla filosofia illuminista e deterministica nel secolo dei lumi.
Il Discorso sulla Sessualità
Il discorso sul sesso durante il periodo controriformistico, coincide con la fase storica della maggior repressione religiosa, politica e culturale, in contrasto con il coevo stile barocco che mostrava figure sensuali fatte di densità carnose (es. nelle arti, figurative, in scultura con il Bernini ecc.), nudità ed estasi più fisiche che religiose.
Secondo Paul Michel Foucault (1926-1984), esiste una teoria un po’semplicistica, ma non del tutto infondata, che identifica nell’epoca moderna a partire dal 1600, l’inizio sistematico della repressione sessuale, tesi conciliabile con l’inizio del capitalismo borghese che imponeva uno spostamento delle energie sessuali nella forza lavoro. Pertanto i temi successivi sull’emancipazione del sesso, non sarebbero altro che forme di lotta di liberazione anticapitalista. Scrive Foucault: “se si reprime il sesso con tanto rigore, è perché è incompatibile con la costrizione al lavoro generale ed intensiva: nell’epoca in cui si sfrutta sistematicamente la forza lavoro si potrebbe tollerare ch’essa vada a disperdersi nei piaceri, salvo in quelli, ridotti al minimo che permettono di riprodursi?” [99]
Ma all’inizio del Seicento il sesso viene elevato a discorso da quel meccanismo che Foucault chiama beneficio del locutore: costui è il promotore delle questioni sessuali [100], quando ancora il sesso veniva visto in termini di repressione. E proprio questo prestare l’orecchio a chi vuole ascoltare i fatti sessuali che sposta l’ipotesi della repressione in un contesto più ampio di controllo tattico di un potere diffuso (e non quello scontato capitalistico-borghese), in cui
la «trasposizione in discorso» del sesso, lungi dal subire un processo di restituzione, è stata al contrario sottoposta ad un meccanismo d’incitazione crescente; che le tecniche di potere che si esercitano sul sesso non hanno obbedito ad un principio di selezione rigorosa, ma al contrario di disseminazione e d’insediamento delle sessualità polimorfe e che la volontà di sapere non si è arrestata dinnanzi a un tabù inamovibile, ma si è accanita – probabilmente attraverso molti errori – a costituire una scienza della sessualità [101].
Quindi il racconto carnale del Vanini potrebbe essere sovrapposto a quello del locutore seicentesco, egli esorta i bambini per pudore a tapparsi le orecchie, perché sta per dire cose scabrose riferite agli organi riproduttivi, all’eccitamento sessuale allo sperma, agli orgasmi, alle fisiologie, all’amore libero, alla masturbazione, al piacere fine a se stesso senza finalità procreative, non trascurando le questioni riguardanti l’ereditarietà genetica e le malattie sessuali. Il Vanini parla di sesso è attento ai particolari, ai “recessi” agli “sfregamenti”, alle fantasie erotiche masturbatorie ai “sospiri”, alle vulve più o meno lubrificate ecc. che potremmo inserire in quella storia più articolata foucaulatina la quale non è solo repressione, ma anche fatto di controllo sociale di una “tecnica polimorfa del potere” di accoglimento, come la confessione in cui la carne è protagonista di tutti i mali e, quindi, il sesso, dev’essere portato alla luce attraverso il discorso, rintuzzato e represso [102].
Nel Seicento, a detta di Foucault, c’è stata una vera esplosione discorsiva sul sesso, sebbene mitigato nel linguaggio, rispetto alla crudezza carnale delle domande contenute nella manualistica confessionale del Medioevo. Contava delineare, in maniera articolata, quel tratto di congiunzione tra corpo e anima, tra pensiero e la carne, una sessualità da amministrare e controllare che vede l’individuo sottomesso a molteplici figure: il confessore, il genitore, il medico l’educatore e altri nel polimorfismo del potere.
Infatti il Vanini non fu condannato a morte dall’Inquisizione ecclesiastica, ma dal potere civile, cioè dal parlamento di Tolosa (un segmento polimorfo del potere). Il reato si configurava in termini di lesa maestà nei confronti del re di Francia legittimato dal diritto divino, proprio quando la monarchia transalpina andava rafforzandosi in senso assolutista dopo i bagni di sangue, tra cattolici e ugonotti [103].
Pratiche e Superstizioni
I dialoghi 38 e 39 dei Meravigliosi trattano argomenti che potrebbero essere inquadrati in ambito etno – folklorico. Si inizia con la descrizione delle pratiche per determinare nelle donne incinte il sesso maschile del nascituro e, come è facile intuire, era il genere preferito, sia per le classi abbienti per la trasmissione dei patrimoni, sia dai ceti popolari per il lavoro nei campi. Riguardo al dialogo Le macchie contratte dei bambini nell’utero, cioè le cosiddette “voglie” o macchie che segnano la pelle dei bambini, domanda Alessandro: “perché talvolta nascono esseri animati segnati in qualche parte del corpo da una macchia di ciliegia, di melagrana o di qualche frutto?” Avviene questo, risponde Giulio Cesare, “se la femmina nel periodo della gravidanza pensa nell’animo qualcosa di simile” [104] In tutto ciò vi è un precedente biblico citato dal Vanini riferito alla disputa tra Labano e Giacobbe [105]. Queste “voglie” o macchie che si imprimono sulla pelle sono causate dalla forza dell’immaginazione della donna, quando desidera qualcosa,
così il pensiero insistente fisso della donna muove potentemente le immagini di ciò che è stato visto e desiderato, indugia su di esse e imprime negli spiriti la forma pensata con fervida immaginazione. Gli spiriti a loro volta, così affetti, imprimono nel seme l’immagine della cosa pensata e il seme la imprime nel feto [106]. [Tutto ciò che viene desiderato dalla donna incinta] “l’anima, nell’intento di rendersi utile, visita tutte le parti del corpo, come se fossero delle piccole dispense, per offrire qualcosa che sia affine a ciò che è l’oggetto del desiderio [106].
Capita anche (con un procedere argomentativo causalistico) che il sangue spinto dall’anima e prodotto dal cibo imprima nel feto la forma del cibo desiderato, per questo le macchie dei bambini sono perlopiù rossicce, oppure è l’anima che rappresenta la cosa desiderata modellandola nel sangue. Andando oltre, ironicamente Alessandro soggiunge: “spiegazione davvero sottilissima! – e, rincarando la dose Giulio Cesare risponde -: “Ma aggiungerò delle spiegazioni ancora più sottili desunte dai tesori del principe dei filosofi” (vale a dire Aristotele), il quale nel Dell’Anima (esplicitamente citato) [107] sosteneva che l’anima sensitiva si identifica con i sensibili (vale a dire ciò che viene percepito), come la “voglia” si identifica con gli intelligibili [108]. Viene anche scomodato Platone il quale pensava che le idee o specie delle cose si trovassero in Dio, anzi Dio, con una sola idea, ha creato il mondo (rapporto idee – cose). Allora (ironicamente), per analogia è lecito pensare che l’idea di qualcosa presente nella nostra mente, possa riprodurre il medesimo oggetto o rappresentazione, tramite il sangue e gli spiriti [109].

Note
[1] A. Nowicki, La teoria vaniniana dell’eroismo, riv. “La zagaglia”, sett. 1968, n. 39, p. 28 dove si cita il Mercure François, Paris, 1619, p. 64. Cfr. G. Papuli, F.P. Raimondi (a cura di), Introduzione a Giulio Cesare Vanini, Opere, Congedo Galatina, 1990, p. 38.
[2] G. B. Gramond, Historiarum Gallicae ab excessus Henrici IV libri XVIII, Tolosae, 1643, p. 209, in G. Papuli, F. P. Raimondi, cit., p. 39.
[3] www.ilgrandesalento.it/le-origini-delluomo-nellevoluzionismo-pre-scientifico-di-giulio-cesare-vanini/; www.ilgrandesalento.it/la-metafisica-dei-cieli-in-giulio-cesare-vanini/
[4] Epicuro, Massime e aforismi, Lettera a Meneceo, a cura di A. Liori, Newton Compton Roma, 1993, pp. 39-41
[5] G. C. Vanini, Anfiteatro dell’eterna provvidenza, 28, p. 156, in Giulio Cesare Vanini, Tutte le Opere, Monografia introduttiva, Testo critico e Note di F. P. Raimondi; traduzione di F. P. Raimondi e L. Crudo, appendici di M. Carparelli, Bompiani, Milano, 2010. D’ora in avanti tutti passi riportati sia da I Meravigliosi segreti della natura regina e dea dei mortali (1616), sia dall’Anfiteatro dell’eterna provvidenza (1615), sono tratti dall’opera citata e i titoli abbreviati (anche nel testo) in Meravigliosi e Anfiteatro.
[6] Anfiteatro, 27 p. 157.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
[9] Ivi, pp. 160 -161.
[10] Ivi, p. 161.
[11] Ivi, pp. 161 – 162.
[12] Cioè il piacere non può mai sopravanzare il dolore, perché questo produce insoddisfazione e desiderio senza i quali non si spiegano le azioni dell’uomo (P.Verri, Discorsi sull’indole del piacere e del dolore XIV, in Ediz. Nazionale delle Opere di Pietro Verri, vol. III: I discorsi e gli altri scritti dagli anni Settanta, a cura di G. Panizza, Roma, Edizioni di storia e letteratura 2005, pp. 150 – 151)
[13] Anfiteatro, 27, p. 162.
[14] Ivi, p. 163.
[15] Ivi, p. 161
[16] Cfr. W. Reich, Psicologia di massa del fascismo (1933), Mondadori Milano 1977, pp. 42 – 44; H. Marcuse, Eros e Civiltà [1955], Einaudi Torino 1964, pp. 96 -114, 163 – 167.
[17] Anfiteatro, 29, pp. 181 – 182.
[18] Ivi, pp. 183 – 184.
[19] Ivi, p. 184.
[20] Ivi, p. 189.
[21] Ivi, pp. 190 -195.
[22] I Meravigliosi 3, 48, p. 311.
[23] Ivi, p. 312.
[24] Ivi, p. 313.
[25] Aristotele, Opere, La Riproduzione degli animali, vol. V, Laterza Bari – Roma 1987, libro II, p. 736b – 737a.
[26] Meravigliosi, 3, 48, p. 313.
[27] Ivi, p. 314.
[28] Ivi, p. 315.
[29] Perciò scrive san Paolo “Camminerete secondo lo spirito e non appagate la concupiscenza della carne. La carne concupisce contro lo spirito”. La carne rende l’uomo schiavo con la “la fornicazione, impurità, lascivia […] tali cose non erediteranno il regno dei cieli” (s. Paolo, Atti degli apostoli Lettera ai Galati, 6, 16)
E, per quanto riguarda la famiglia: “il matrimonio sia in onore presso tutti e il talamo senza macchia, perché Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri”. (s. Paolo, Atti degli Apostoli, Lettera agli Ebrei 13, 4, cit.).
Tommaso D’Aquino, ripercorrendo le Sacre Scritture vede nella seduzione di Eva da parte del Diavolo e il conseguente peccato, l’inizio della concupiscenza che toglie all’uomo lo stato di originaria perfezione in Dio. (s.Tommaso, Compendio di teologia e altri scritti, a cura di A. Selva e T. S. Centi, Utet, Torino, 2001, cap. 186 -191). Quindi dopo il peccato “l’uomo avvertì nell’appetito inferiore sensibile i moti disordinati della concupiscenza, dell’ira e delle altre passioni non sottomesse più all’ordine della ragione, ma piuttosto in contrasto con essa e il più delle volte tali da annebbiarla e quasi perturbarla” (Tommaso, cit, cap. 192).
Ma l’incarnazione di Cristo e poi la Chiesa salvano l’uomo e i peccati vengono rimessi grazie alle opere di bene (Tommaso, Somma Teologica, a cura di P. T. Centi e P. A. Belloni, 2009, Fiesole, Preticattolici. it, disponibile online II/II, arg. 154, art. 2)
E, per la salvezza, San Tommaso indica un comportamento sessuale eticizzato che passa attraverso la famiglia e la generazione dei figli “tieniti lontano da ogni fornicazione, e non ti permettere mai di commettere un crimine con una che non sia tua moglie” (Ibidem).
Pertanto Tommaso soggiunge che “il lussurioso non ha di mira la generazione, ma il piacere venereo: il quale può essere ottenuto anche senza gli atti a cui consegue la generazione umana. E questo è quanto viene ricercato nel vizio contro natura” (Tommaso, Somma Teologica, cit. II/II, arg. 154, art. 11).
[30] Meravigliosi, 3, 48, p. 315.
[31] Ivi, pp. 315 – 318.
[32] Ibidem.
[33] Ivi, p. 318
[34] Ivi, pp. 318 – 319.
[35] Ivi, 3, 29, pp. 186 – 187.
[36] Ivi, p. 192
[37] Ivi, p. 187
[38] Ivi, p. 192
[39] Scrive Aristotele: “La femmina offre sempre la materia, il maschio l’agente del processo di trasformazione” (Aristotele, La riproduzione degli animali, cit. p. 738b.). Più avanti Aristotele puntualizza: è “La secrezione uterina della femmina acquista consistenza per effetto dello sperma maschile, che svolge un’azione simile a quella del caglio sul latte” (Ivi, pp. 739a – 739b).
[40] Meravigliosi, 3, 29, p. 193.
[41] Aristotele, La riproduzione degli animali, cit. II, p. 740b; I, p. 730a.
[42] Ivi, I, p. 730a.
[43] Meravigliosi, 3, 29, p. 193, la frase di Aristotele riportata dal Vanini in Etica Nicomachea I, 6, 1096.
[44] Ivi, 3, 39, pp. 247 – 248.
[45] Ivi, p. 249 – 250
Riguardo a Mosè nel Levitico si legge: “Non ti accostare a una donna per scoprire la sua nudità durante l’immondezza della sua impurità. […] Colui che giace con una donna mestruata e scopre la di lei nudità […], li uccidete ambedue di mezzo al loro popolo” (Levitico XVIII, 19; XX, 18).
[46] Ibidem.
[47] “Il seme del maschio poi differisce perché possiede in sé un principio tale da agire da impulso ed operare la cozione dell’ultimo alimento, mentre quello della femmina possiede soltanto materia”. La femmina è caratterizzata dalla “mancata cozione e per la freddezza dell’alimento sanguigno”. (Aristotele, Opere, La Riproduzione degli animali, cit., IV, 1, 766b.
[48] Meravigliosi, 3, 39, p. 252 – 253.
[49] Ivi, p. 253.
[50] Ibidem.
[51] Ivi, 3, 39, p. 254.
[52] Ivi, 3, 48, pp. 320 – 321.
[53] Ivi, p. 321.
“Il marito renda alla moglie quel che le deve e parimenti la moglie al marito. La moglie non ha libera disponibilità del proprio corpo, ma alla stessa maniera anche il marito non ha libera disponibilità del proprio corpo, bensì la moglie” (San Paolo I lettera ai corinzi, 7,3).
[54] Ibidem.
[55] Ivi, pp. 322 – 323.
[56] Ibidem.
[57] Ibidem
[58] Ivi, p. 324
[59] Ibidem.
[60] Ivi, p. 325.
[61] Genesi, 38, 6 -11.
[62] Tommaso, Somma Teologica, cit, III, art. 5,3. La masturbazione è un peccato contro natura, in quanto non vi è alcun atto generativo, ma solo “piacere venereo” e come tale “immondezza” (Ivi, II/II, 154, art. 11) Quindi, ribadisce Tommaso, il seme generato dall’uomo non deve essere sprecato, in quanto e come recita Aristotele nell’opera Sulla generazione degli animali, l’uomo è il principio attivo, mentre il seme della donna non è atto alla generazione, poiché imperfetto (Ivi, III, 31, art. 5). D’altro canto nella Genesi, come annota Tommaso, sta scritto che Dio prima crea l’uomo a sua immagine e solo successivamente trae la donna da una costola di Adamo.
[63] Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, canto XXV.
[64] Meravigliosi, 3, 30, p. 207.
[65] Anfiteatro, 28, p. 179.
[66] Meravigliosi, 4, 57, p. 439.
[67] Ibidem.
[68] Ivi, 3,48, p.325.
[69] Ivi, pp. 325 – 326.
[70] Ivi, p. 326.
[71] Ibidem.
[72] Genesi, 19, 30.
[73] Levitico 20, 10 -18; San Paolo, Lettera Prima ai Corinzi 5,1 – 2.
Nel Medioevo, per san Tommaso l’incesto è un grave atto di lussuria e si ha “un eccesso di turpitudine che è incompatibile con l’onore: per cui gli uomini se ne vergognano più di ogni altra cosa”. (tommaso, Somma Teologica., cit., II/II. 154, 9).
Dell’incesto, nell’ottica Etno – antropologica ne hanno parlato vari studiosi, in particolare Claude Levi – Strauss (1908- 2009). L’antropologo franco – belga affermava che questa proibizione serviva a far sopravvivere una comunità primitiva o etnica trovando al proprio esterno (tribale, di clan o parentela) o dei nemici o dei parenti. Si scambiano le donne per evitare le conflittualità, per trovare legami coniugali oltre il proprio gruppo di appartenenza. Una comunità così non vive chiusa in se stessa sopraffatta da odii, timori e ignoranze in un unico e chiuso orizzonte della consanguineità perpetuante se stessa, ma proiettandosi al di fuori può realizzare attraverso vincoli matrimoniali una più vera e articolata società umana. (C. Levi – Strauss, Le strutture elementari della parentela [1947], Feltrinelli Milano 1969, p. 67 e Il Pensiero selvaggio [1962], Il saggiatore Milano, 1966, p. 140, C. Levi – Strauss, La vita, il pensiero i testi esemplari, a cura di C. Backès – Clément, Sansoni, Milano 1971, pp. 126-127).
[74] Meravigliosi,, 3, 48, p. 327.
[75] Num. 36, 6-12; Mt, 22,24; Mc12,19; Lc, 20, 28.
[76] Meravigliosi, 3, 48, p. 327.
[77] Ibidem.
[78] Ibidem.
[79] Ivi, p. 328.
[80] Ibidem.
[81] Ivi, p. 329
[82] Ivi, pp. 327 -329.
[83] Ivi, p. 329.
[84] Ivi, p. 330.
[85] Ivi, p. 331.
[86] Ivi, pp. 332 -333.
[87] Ivi, 1, 14, pp. 80 -81.
[88] Ivi, pp. 76 – 78.
[89] Ivi, p. 79.
[90] Ivi, 3, 49 pp. 339 -340.
[91] Ivi, pp. 339 -342.
[92] Ivi, p. 343.
[93] Ivi, p. 344 -345.
[94] Ivi, p. 345.
[95] Ivi, p. 346.
[96] Ivi, p. 347.
[97] Ibidem.
[98] Ivi, p. 348.
[99] M. Foucault, Storia della sessualità, (1976), Feltrinelli Milano, 1994, pp. 9 – 12.
[100] Ivi.p. 12
[101] Ivi, pp. 13 – 19.
In altre parole la prospettiva foucaltiana, non vuole solo spiegare il contenimento storico della sessualità, ma ha compreso perché si sono intensificati i discorsi sulla sessualità proprio nel Seicento. Nei periodi successivi, la sessualità, invece di venire ridotta e depotenziata come vuole interpretazione psico – sociologica classica sulla repressione è stata cristallizzata nelle varie discipline mediche, sociali, psicologiche ecc. La famiglia risulta il principale agente in cui i comportamenti sessuali non normati socialmente si spostano sul patologico, nella devianza e nelle disfunzioni, con una psichizzazione della sessualità irregolare ecc. Quindi il potere che intende Foucault, non reprime la libertà sessuale direttamente, ma si dispone in una trama reticolare di rapporti dentro e fuori la famiglia e disciplinati socialmente.
[102] Significativo è il caso (secondo Foucault) del sacramento della penitenza nella pastorale cattolica dopo il concilio di Trento con la quale la “Controriforma si adopera in tutti i paesi cattolici ad accelerare il ritmo della confessione annuale; perché cerca di imporre regole meticolose d’esame di coscienza”. Quindi, pensieri, desideri, immaginazioni voluttuose, piaceri, movimenti congiunti dell’anima e del corpo, tutto ciò deve entrare nelle pratiche connesse della confessione e nella direzione di coscienza. Il sesso, secondo la nuova pastorale, non deve più essere nominato senza prudenza; ma i sui aspetti, le sue correlazioni, i suoi effetti; devono essere seguiti fin nelle loro ramificazioni più sottili: “un’ombra in una fantasticheria, un’immagine scacciata troppo lentamente, una complicità mal scongiurata fra la meccanica del corpo ed il compiacimento della mente: tutto deve esser detto. Una duplice evoluzione tende a fare della carne la radice di tutti i peccati, ed a spostarne il momento più importante dall’atto stesso verso il turbamento del desiderio così difficile da percepire e da formulare; poiché è un male che colpisce l’uomo internamente e nelle forme più segrete” (M. Foucault, Storia della sessualità, cit. p. 21). In questo intento di trasporre il sesso in discorso Foucault cita il gesuita Paolo Segneri (1624 – 1694): “Esaminate tutte le vostre potenze, memoria, intelligenza volontà. Esaminate tutti i vostri sentimenti, particolarmente i due primi del vedere e dell’udire e molto più ultimo del toccare. Esaminate i pensieri, le parole e le opere. Esaminate sino i sogni, se poi svegliato avete prestato loro qualche consenso…Finalmente in questa materia non reputare nessun difetto per leggiero” (P. Segneri, Il penitente istruito a ben confessarsi [1672], Torino, pp. 241- 242, in M. Foucault, op., pp. 21-23). Quindi il sesso viene braccato, portato alla luce e, senza tregua, fatto diventare discorso. Un compito estenuante nel dire dei piaceri e delle sensazioni, si deve dire tutto insistono i direttori e come dice Alfonso De Liguori (1696 – 1787 “non solo gli atti consumati ma i toccamenti sensuali, tutti gli sguardi impuri, tutte le parole oscene….tutti i pensieri disonesti”(A. De Liquori, Istitutio catechistica, Opere, vol III, Torino, p. 848, in M. Foucault, cit., p. 23).
[103] G. Papuli, F. P. Raimondi, cit., p. 34.
[104] Meravigliosi, 3, 38, pp. 236 – 237.
[105] Genesi XXX, 23 – 43.
[106] Meravigliosi, 3, 38, p. 237.
[107] Ivi, p. 239.
[108] Ivi, p. 239; cfr. Aristotele, Opere, vol. IV, Dell’Anima, Laterza Bari – Roma, 1984, III, 431b.
[109] Ivi, p. 240.


















