di Giovanni SECLÌ
Non è la prima guerra che accompagna la Giornata della Terra dal 1970; purtroppo centinaia di conflitti, più o meno estesi e drammatici hanno scandito le sue tappe fino ad ora. Ma il conflitto in Ucraina coinvolge e travolge soprattutto l’Europa come non mai, decentrando la tematica ambientale dalle priorità dell’opinione pubblica, dei governi, del dibattito culturale. Già da due anni la pandemia Covid aveva prodotto lo stesso processo di semirimozione della problematica, pur in continua crescita nella graduatoria delle priorità sociali ed esistenziali. Gli stessi Friday for Future – punta più avanzata della sensibilità e mobilitazione sociale ecologista – decimati dalle restrizioni e dalle angosce pandemiche, non hanno negli ultimi mesi riempito le piazze, come si attendeva e sperava; i giovani hanno vissuto e subito privatamente il sommarsi delle drammaticità militari a quelle ambientali e sanitarie; ne hanno coniugato nel loro privato – e forse con il senso di impotenza – l’interdipendenza (la guerra devasta il territorio, ne inquina le matrici, produce crisi agro-alimentari e fiumi di profughi, etc: con effetto tsunami): ma finora senza la forza di trasformarle in mobilitazione per rivendicare un nuovo modello di società.
Eppure le criticità della Terra rimpallano tra l’effetto serra e la violenza regressiva della guerra. Come a Glaskow, così in Ucraina: la necessità e capacità degli Stati e delle organizzazioni sovranazionali – di proporre strumenti e interventi radicali, immediati e lungimiranti, diplomatici, scientifici e politici, di prevenzione e contrasto ad entrambe le catastrofi in atto – ne sono uscite inficiate, spiazzate, calpestate dal prevalere degli interessi egoistici e miopi dei singoli Stati. La corsa al riarmo e la logica delle armi hanno soppiantato le armi della logica, scritta in decenni di lotta per il disarmo, per una globalizzazione dei diritti fondamentali, per la crescita sociale condivisa.
La terra e l’umanità si trovano ora di fronte al bivio: o far prevalere i singoli interessi egoistici e miopi per accaparrarsi le risorse del pianeta limitate ed in via di esaurimento, con i conseguenti conflitti, perfino armati, indiretti o diretti tra le grandi potenze, e senza escludere anche prospettive infernali …; oppure rivitalizzare la logica della cooperazione internazionale , affidata ad organismi sovranazionali dai poteri rafforzati, per dichiarare guerra alla fame, alla miseria crescente, alle guerre e conflitti (invece di alimentarli con le armi), agli stravolgimenti climatici e quindi alla non vivibilità del pianeta.
Collaborazione finalizzata a promuovere la sostenibilità e giustizia sociali oltre che ambientali della terra; quindi cogestione delle risorse, perseguendo il risparmio, il riciclo, la consapevolezza del limite; prevenzione dei disastri ambientali imputabili a processi e interventi insostenibili, da rimuovere e superare con politiche virtuose (energia rinnovabile diffusa, contrasto alla desertificazione, stop all’urbanizzazione selvaggia, riduzione dell’impronta chimica non solo in agricoltura, salvaguardia dell’acqua, quale bene comune primario, etc).
Processo che rimanda e interpella un’ulteriore scelta dirimente e ineluttabile per la vivibilità umana sulla terra. Basta rendere sostenibile, con riforme limitate o di verniciatura verde, lo stile di vita e il modello economico, sviluppista e consumista, egemone (finora ecologicamente insostenibile soprattutto se universalmente diffuso); oppure è necessario intraprendere un percorso alternativo, all’insegna della consapevolezza dei “limiti dello sviluppo”, paradigma ineludibile, proposto non dall’ecologismo fondamentalista, ma da intellettuali, imprenditori e scienziati lungimiranti, uniti mezzo secolo fa nel “Club di Roma”?


















