di Massimo FERRARESE
La storia, purtroppo, dimostra che quella del rigassificatore a Brindisi è stata un’occasione perduta non soltanto per il nostro Paese, che oggi avrebbe sicuramente una grande possibilità in più per tamponare la crisi energetica che sta vivendo a causa della dipendenza dal gas russo, ma soprattutto una grande occasione di sviluppo, occupazione e ricchezza per il nostro territorio.
Fin dall’inizio credetti in quel progetto e chiesi al sindaco dell’epoca di avallare quell’investimento in cui noi imprenditori e i sindacati credevamo. Anche perché, vent’anni fa, il progetto del rigassificatore costituiva davvero il primo tentativo di produrre energia alternativa al carbone. Gli chiedemmo di farsi garante affinché, per la prima a volta a Brindisi, le imprese del territorio avessero avuto un appalto diretto dalla committente. Per raggiungere questo obiettivo noi imprese locali costituimmo anche un consorzio.
Nell’autunno 2003 il progetto si arenò per l’intervento della magistratura, che fece il suo lavoro e lo fece benissimo. Ma chi racconta oggi che furono i giudici a fermare a Brindisi il progetto del rigassificatore mente: doveva essere proprio la consapevolezza di poter contare sulla lente della Procura la garanzia che non venissero compiute irregolarità e quell’investimento poteva essere realizzato comunque, cambiando la storia di questa città. E invece la politica si fece scudo di quelle indagini per far arenare definitivamente il progetto, facendo perdere a Brindisi l’occasione più importante della sua storia.
La campagna elettorale del 2004 fu incentrata proprio sul rigassificatore e mentre la sinistra, che precedentemente aveva approvato quel progetto, cominciò a mostrare la propria contrarietà, il candidato sindaco del centrodestra, Domenico Mennitti, si mostrò molto possibilista sulla realizzazione dell’impianto. Dopo le elezioni però accadde che, a differenza di quanto sostenuto in campagna elettorale, anche il sindaco Mennitti e il centrodestra si schierarono apertamente contro. Passarono gli anni e, mentre la Brindisi del Gas naturale liquefatto (LNG) eseguiva i lavori di colmata, i problemi e le manifestazioni contro “a prescindere” aumentavano sempre più e le amministrazioni divenivano sempre più rigide nei confronti degli investitori.
I manifestanti e la politica chiedevano un nuovo modello di sviluppo per Brindisi e per il suo porto che, dicevano, avrebbe subito intralci col traffico delle navi metaniere. Nel 2007 intervenne nuovamente la magistratura con altri arresti e il sequestro dell’area dì Capobianco. La magistratura brindisina ha svolto il suo lavoro in modo ineccepibile, come hanno confermato poi anche le successive sentenze, ma altrettanto non fecero la politica e le istituzioni dell’epoca che avevano il dovere di trovare una soluzione affinché non si perdesse definitivamente un investimento di 800 milioni di euro e tanti posti di lavoro a Brindisi. Si sentiva invece solo dire la frase “là no”, senza che nessuno proponesse mai una diversa e alternativa localizzazione.
Da presidente della Confindustria brindisina, iniziai a lavorare per cercare soluzioni alternative e, poiché per ovvi motivi la Brindisi LNG era in difficoltà non trovando una sponda politica, riuscì a convincere gli investitori inglesi a fare molto di più di quello che speravano di spendere inizialmente per la città e incartai delle migliorie progettuali ed economiche per la comunità, inimmaginabili fino a pochi mesi prima e che riferì immediatamente ai vertici di Comune e Provincia. Si trattava di un nuovo molo esterno al porto per l’attracco delle navi metaniere e per un costo di 250 milioni di euro, interamente a carico degli inglesi, di royalties per circa 20 milioni di euro da versare annualmente nelle casse del Comune di Brindisi (immaginate questa cifra per 20 anni), della realizzazione, sempre a loro carico, di un anello per far circolare il gas a -160 gradi nell’area industriale per attrarre investimenti per l’industria del freddo e per la logistica e la realizzazione dell’intera opera da parte del consorzio brindisino costituito per l’occasione.
Mentre l’allora presidente della Provincia, Michele Errico, continuò a dire che non voleva ascoltare nessuna proposta alternativa, il sindaco Mennitti si convinse ad incontrare con me i vertici londinesi della British Gas a Milano per capire di persona la volontà della società inglese. Quell’incontro durò quattro ore e terminò con l’accettazione da parte di British Gas di tutte le condizioni da noi proposte e con una stretta di mano tra il sindaco Mennitti e il presidente della British. Il tutto sarebbe stato messo nero su bianco a Brindisi nella successiva settimana. Accadde invece che, nonostante quell’accordo chiuso, Mennitti mi disse che non se la sentiva di firmare più perché sarebbe iniziata per lui una battaglia contro le tante associazioni ambientaliste e contro quella politica che aveva ormai già preso una decisione contraria a qualsiasi possibilità di realizzazione di un rigassificatore a Brindisi.
Da presidente della Provincia di Brindisi, ricevetti la visita dell’Ambasciatore inglese nel luglio del 2011, in prossimità del Consiglio provinciale fissato sull’argomento, il quale venne a ribadirmi la forte volontà del governo inglese di far realizzare quel progetto, aggiungendo che se fosse andato in porto il governo avrebbe mandato altri investitori nel nostro territorio. Nonostante fossi stato da sempre favorevole alla realizzazione di quell’impianto, non volli mettere in imbarazzo la mia maggioranza e lasciai tutti liberi di esprimere in aula il proprio voto su quel progetto. Purtroppo il Consiglio – ricordo molto bene quel giorno la presenza e la pressione delle associazioni ambientaliste tra il pubblico – votò contro, mettendo di fatto una pietra tombale sul rigassificatore a Brindisi, proprio perché tutti i consiglieri si sentivano pressati da quell’onda ambientalista che diceva no parlando di un altro modello di sviluppo.
Mi rendevo conto di avere una visione molto diversa sulle possibilità di crescita di questo territorio. Ho messo però in preventivo che magari mi stavo sbagliando davvero io e che fossero loro, quelli del modello di sviluppo alternativo, che avessero ragione. Mentre mi allontanavo gradualmente dalla politica, ho visto che proprio quelle persone che urlavano, e dicevano no, quelli che scrivevano sui cartelli “Ferrarenel”, scalavano pian piano posizioni sino ad arrivare al governo della città. Così mi aspettavo che mi stupissero davvero, non mi sarebbe dispiaciuto che avessero avuto ragione loro e che Brindisi si fosse ripresa seguendo un altro modello di sviluppo. Ma il risultato, ahimè, è sotto gli occhi di tutti.
Penso che Brindisi abbia perso una grande occasione che avrebbe dato ricchezza alla città, al territorio, avrebbe creato migliaia di posti di lavoro diretti e successivi per l’industria del freddo e avrebbe fatto crescere le aziende locali. È invece accaduto che quel nuovo modello di sviluppo non si è mai visto, che decine di migliaia di cittadini non riescono a farcela, che i nostri migliori giovani sono scappati dalla nostra città, che nessun nuovo investimento è stato attratto, che il porto è ormai uno stagno e che quasi tutte quelle aziende del consorzio non hanno retto alla crisi, creando migliaia di altri disoccupati.
A tutto questo si aggiunge il fatto che per i problemi dovuti alla carenza del gas per la produzione di energia nel Paese, la centrale Enel dovrebbe aumentare di tanto l’alimentazione a carbone. Molto di più di quel carbone che a me (da presidente della Provincia) contestavano nel peggiore dei modi nelle piazze e nelle strade. Ho capito solo dopo che era un modo per farsi conoscere. Loro sì che seminavano davvero veleni. E ora amministrano una città povera e che brucerà più carbone di vent’anni fa.


















