Pantaleone PAGLIULA

Spinto dalla notizia della mobilitazione nazionale del 15 novembre 2024 degli studenti con il grido “Vogliamo potere” ho provato un momento a immaginare come sarebbe la mia adolescenza se mi trovassi improvvisamente a riviverla adesso. Mi sono chiesto quali sarebbero le mie paure e se riuscissi a immaginare un futuro a lungo termine.

Mi sono reso conto che mi sarebbe molto difficile non sentirmi come loro impotente, perché, vedrei un futuro invisibile e a momenti mi sentirei incapace di agire in un mondo che entra nella mia vita, mi mostra tutto l’orrore che accade e che senza propormi niente mi chiede di essere sempre più attivo, competitivo, informato ed efficiente.

Essere giovani in questo momento non è facile. Non lo era anche nei tempi in cui ero studente ma il malessere che respiro nelle classi e nelle aule universitarie adesso è diverso. I giovani sono il prodotto di aspettative sociali e familiari soffocanti, una generazione di figli diventati lo specchio della società e delle famiglie a cui viene chiesto di eccellere e distinguersi dai primi anni di scuola e incalzati da spinte per studiare, fare sport, fare musica e tante altre cose non per crescere ma per vincere a tutti i costi. Si bada poco a loro, non li si ascolta e non si cerca di accompagnarli alle loro aspirazioni e nei loro sogni.

Tutto questo a fronte dell’incertezza del lavoro, di come mantenersi all’università, di come si vivrà nelle nostre città, di come cambierà la vita a causa dei cambiamenti climatici.

Mi trovo davanti giovani attenti, desiderosi di conoscenza, alcuni arrabbiati e desiderosi di reagire ma che non sanno cosa fare perché da una parte subiscono continue emergenze strutturali e dall’altra sono educati ad essere individualisti, non credere nella collettività e a essere costretti in spazi in cui è difficile scambiarsi idee, convergere e divergere. I fatti che si succedono continuamente e che con molta facilità vengono considerati e dibattuti male soprattutto dai mass media sono un grido di aiuto che i giovani lanciano al mondo degli adulti, un desiderio di ascolto ai genitori, alla comunità scolastica e alla società. Siamo immersi in una crisi sociale e culturale che porta ad un abbandono evidente del vivere e del pensare con il cuore e con la mente e che apre spazi al mondo digitale negativo, a segnali dei media sbagliati che invece di educare e accompagnare molto spesso distorcono portando stereotipi negativi e idee sbagliate sul consenso e sul rispetto.

Ignorare tutto questo equivale a compromettere il futuro stesso della nostra società. Noi adulti dovremmo dirci con forza e sincerità che se i giovani non hanno speranze per il futuro e non reagiscono a questo immobilismo forse tutto questo “non sapere che fare” lo stiamo vivendo anche noi adulti. Anziché accusarli di essere poco protagonisti e passivi, dovremmo riconoscere la mancanza di speranza come un fenomeno culturale e sociale comune e cercare di iniziare con loro un dialogo in cui ci viene chiesto, prima di ogni altra cosa di comportarci da adulti e di avere l’umiltà di starli ad ascoltare.

Non possiamo permetterci il lusso di voltare lo sguardo altrove e non impegnarci a lavorare e affrontare insieme a loro questo vuoto sociale e culturale e lavorare insieme per riempirlo.

Solo allora potremo sperare in un futuro più equilibrato, rispettoso e soprattutto umano.