Giovanni SECLÌ

Un evento atteso, il Work-shop “Xylella fastidiosa: quali opportunità dai progetti di ricerca” organizzato dal CNR -ISPS a Bari; doveroso dopo i dieci anni (ormai passati) dall’individuazione di Xylella e i 6 da quello precedente organizzato dalla Regione Puglia a Lecce. Ha focalizzato lo scenario attuale sulla diffusione del disseccamento e della presenza del batterio, soprattutto in Puglia, all’interno del più ampio contesto euromediterraneo. Ha tematizzato le due nuove sub-specie, xylella fastidiosa-fastidiosa e multiplex che minacciano il nord della Puglia, anche se ad ora senza gravi allarmi, conseguenze, né la prospettiva di misure di contenimento draconiane simili a quelle imposte contro xylella pauca nel Salento. Sono state focalizzate ulteriori strategie di analisi, prevenzione e contrasto del famigerato batterio, intervenendo con prodotti sperimentali (biopesticidi, estratti alcalini, studi sul genoma e sul vettore. Interessanti i risultati dei test sul germoplasma degli ulivi da semenzali, sugli incroci, sulle proprietà di oltre centinaia di cultivar monitorate, tra le oltre 1500 conosciute; così per gli innesti e le sperimentazioni in campo, ormai pluriennali e quindi più validate.

Dalla relazione introduttiva di D. Boscia, dir. dell’ISPS del CNR di Bari emerge un quadro non allarmistico, per alcuni aspetti fiducioso, ma improntato dal richiamo a prudenza e costanti vigilanza e monitoraggio del territorio. Bandite le misure draconiane per le due nuove subspecie di xylell:il loro impatto potrebbe essere più devastante della fitopatia. Si ipotizza che la multiplex possa essere presente da oltre un decennio in Puglia, senza che gli esperti se ne siano accorti, anche senza gravi sintomi. Sugli olivi confermata la “svolta” ormai a datare dal 2018: rallenta la diffusione geografica in nuovi areali, al cui interno si attenua il contagio; si registra un numero minore di vettori infetti, rispetto a quello della fase precedente nel sud Salento; nelle aree della prima ondata la situazione è più sostenibile rispetto alle altre; eppure il batterio non è mutato nel corso degli anni, quindi resterebbe di per sé aggressivo; ma vi è stato il crollo del serbatoio di inoculo. Soprattutto la Cellina di Nardò ha ripreso a vegetare e anche a produrre. Resilienza?

Questo scenario, condiviso dalla comunità scientifica, non esime dal dovere di riflessioni ineludibili, talvolta utili anche per chiarire interrogativi e aspetti relativi alla gestione complessiva della fitopatia.

  • Se è acclarata la regressione dell’epidemia a partire dal sud Salento, non è opportuno adeguare la strategia, finora incentrata solo sugli incentivi per l’espianto-reimpianto datata 2017, per orientarla sul sostegno delle cure agronomiche (non chimiche), per Boscia in grado di gestire al meglio il patrimonio storico sopravvissuto degli ulivi (ancora milioni, solo a sud di Brindisi), salvaguardando paesaggio e risorsa idrica?
  • Le nuove ricerche sul ruolo fitopatologico assai aggressivo di funghi (in particolare neofusicoccum), anche in assenza di xylella, sul disseccamento degli ulivi, già studiata dall’Università di Foggia e oggetto di pubblicazioni scientifiche del 2023 in particolare da parte del dott. Scortichini del CREA, non meritano un’adeguata valutazione, anche per un efficace contrasto mirato?
  • Le università di Foggia e di Lecce sono state assenti nel convegno; in particolare non si hanno più notizie dell’evoluzione di ricerche (lautamente finanziate da diversi anni) ad es. su nanoterapie, già presentate come promettenti e in avanzato stato di sperimentazione. Assenti anche contributi di ricercatori Californiani (o loro citazioni), i più avanzati nelle indagini su Xylella e coinvolti per primi sull’emergenza pauca. Nessuna traccia dell’università “D’Annunzio” di Chieti che aveva pubblicato nello scorso anno i risultati sull’efficacia terapeutica di ArgiriumSunc, contro xylella e funghi.
  • E’ stato annunciato il raddoppio a 4 delle cultivar tolleranti/resistenti, con l’ingresso di Corno di Leccio e Lecciana.

Ma resta il mistero sull’esclusione mai chiarita della più pregiata Coratina, che nei test di patogenicità del 2015 del CNR di Bari presentava una carica batterica di Xylella inferiore anche a quelle di Leccina e Favolosa e maggiore tolleranza; non si fa cenno alla strana scomparsa della cv. Santagostino, dichiarata tollerante dai centri di ricerca pubblici e privati pugliesi e italiani, da Coldiretti e in diverse pubblicazioni della fine 2023.

Ma se a Bari si discute a Lecce si tace, a parte un convegno dell’Ordine degli agronomi dello scorso anno. Le istituzioni pubbliche, Regione e Provincia avrebbero dovuto tematizzare pubblicamente questo nuovo scenario; nella Camera di Commercio si è discusso solo su come accellerare e accrescere i finanziamenti; da Unisalento si aspetta ancora una pubblica iniziativa scientifica sulla fitopatia degli ulivi, superando diatribe passate e recenti sull’esclusione dei suoi laboratori. Parimenti si attende che le altre istituzioni culturali (Il Museo Castromediano, l’Accademia di Belle arti) diano un autorevole contributo per promuovere percorsi di valorizzazione almeno artistico-culturale (oltre quelli professionali) del legno d’ulivo; insieme ad altri enti pubblici e associazioni di categoria siano attivi nel dare gambe di attuazione alla recente legge regionale in merito. Una risposta virtuosa del territorio, un percorso anch’esso di rigenerazione.