di Giovanni SECLI’

La cabina di Stresa “precipita” sulla riapertura turistico-economica post- restrizioni pandemiche; sull’immagine del Belpaese; indirettamente -quasi premonito – sul Decreto semplificazioni e sul Codice degli appalti, investendo di conseguenza anche il PNRR. Per questo si intreccia, in modo pervasivo e divisivo, al dibattito politico, o meglio, alla vivace differenziazione e spesso contrapposizione tra le forze della maggioranza e tra i singoli dicasteri.
Decreto semplificazioni, strumento indispensabile per utilizzare appieno le risorse del Recovery Found entro i cinque anni previsti: quindi dimezzando i tempi degli uffici, eliminando pareri o passaggi rituali, accentrando competenze locali in uffici nazionali, oppure decentrando scelte e interventi nelle mani di Comuni e Regioni.
Semplificazione sarà sinonimo di dinamismo ed efficienza politico-amministrativa ed esecutiva, preservando gli strumenti di garanzia sulla compatibilità e sostenibilità ambientale e sociale (legalità, tutela dei lavoratori, etc) delle opere; oppure dinamicizzazione – modello deregulation -, in cui il fine dell’efficientismo esecutivo “giustifica” i mezzi, cioè modalità meno rigorose e garantiste, se non lassiste? Il Decreto semplificazioni fa risaltare la conflittualità del il dibattito politico: riemerge il bipolarismo tra destra liberista, con corifeo Salvini (niente lacci e lacciuoli burocratici a-priori, ma solo controlli (?) in corso d’opera o a-posteriori), e la sinistra in veste anche ecologista.
In assenza di una leadership politica che dia voce coerente e netta a queste ultime culture politico-sociali, riemerge il ruolo suppletivo del sindacato. Landini ha imposto la revisione del Decreto semplificazioni e del sul Codice degli appalti, soprattutto denunciando con successo la perversa gara al massimo ribasso (oggetto di recenti, motivate e dure critiche ) lesiva dei diritti dei lavoratori, in primis quello sulla sicurezza sul lavoro, minaccia per la qualità delle opere realizzate (quali controlli?), foriera di aperture verso interessi discutibili. Il tutto con pesanti ricadute sull’ambiente.
La semplificazione e la velocizzazione dei tempi di approvazione ed esecuzione sono favorite dalla strategia del PNRR incardinata sulla realizzazione di grandi singoli progetti. Ma ancora una volta la logica dell’emergenza –attuativa- rischia di collidere con uno scenario più complesso, solo all’interno del quale i progetti possono avere ricadute durature. Il paese ha bisogno di processi virtuosi strutturali, la cui realizzazione è più impegnativa, ma che pur bisogna avviare: incardinati in questi i singoli progetti hanno ricadute e prospettive durature. La sicurezza delle infrastrutture pubbliche e private – il ponte Morandi la cabinovia di Stresa…!-; la manutenzione di un territorio fragile e complesso, minato in gran parte da problematiche e criticità idrogeologiche (alluvioni, terremoti, frane, etc); la realizzazione di una omogenea, articolata e moderna rete di collegamenti pubblici (reti ferroviarie, le dimenticate autostrade del mare, etc); la lotta contro la desertificazione di aree sempre più vaste; la fotovoltaicizzazione di tutti gli edifici pubblici oltre gli incentivi per quelli privati. Solo alcuni esempi di processi prioritari rispetto a pochi grandi ma costosi progetti (il Ponte sullo Stretto…?).
Come declinare ciò sul Salento? Non liberalizzare ulteriormente il far west dei maxi impianti eolici e fotovoltaici sulle campagne, che vanno invece rinaturalizzate, sottraendole alla desertificazione e alla speculazione; fotovoltaicizzare subito circa 100.000 mq di tetti pubblici (edifici scolastici, comunali e ospedali) solo nelle province di Lecce e Brindisi, secondo Legambiente ultime a livello nazionale (ma prime per impianti privati al suolo), istallando così circa 800 mw di potenza, equivalente al fabbisogno del territorio! Le opere pubbliche bloccate? Non certo per responsabilità della normativa esistente, ma soprattutto per responsabilità della classe politica e burocratica. Il depuratore di Tricase perché continua a sversare in mare le acque reflue depurate, invece di immetterle in un costoso acquedotto rurale a servizio di seicento ettari, realizzato e abbandonato da oltre un decennio? Le criticità della falda non legittimano ulteriori costosi e assurdi scarichi a mare dei reflui depurati (Gallipoli e Nardò), imponendo invece il loro riuso e il suo ripascimento, anche attraverso bacini di accumulo e di fitodepurazione! A norme restrittive o piuttosto a oziosi e viziosi conflitti e inadempienze politico-amministrative è dovuto il terzo blocco scolastico incompiuto, tra i due attivati da ben vent’anni in v. V. Copertino a Lecce (Il Decreto semplificazioni in tal caso prevede commissariamento)? La 275 è stata bloccata solo dall’opposizione ambientalista o ancor più da conflitti aziendali (ricorsi, controricorsi) da scelte tecniche discutibili, da opzioni mega, insostenibili soprattutto sull’ultimo esile tratto del Salento a sud di Tricase? Il grande parcheggio interrato a Lecce sarebbe stato realizzato già da anni se non fosse stato progettato “inopinatamente” su una nota e preziosa area archeologica a ridosso del cuore della città, ma su un’altra pubblica non “vincolata”, inutilmente suggerita agli amministratori! Imputabili di tali ritardi sono le complessità burocratiche, i dovuti e opportuni controlli a tutela di aspetti diversi e talvolta ancor più importanti, oppure “colpe politiche” – per omissione, miopia o altro – che pesano sul Salento e sul Sud?
Il disastro della cabinovia, come del ponte Morandi denunciano – anche se solo indirettamente – le preoccupazioni per una strategia improntata alla velocizzazione, ma meno attenta ai controlli reali e sistematici, alla qualità del progetto e dei risultati, alle sue ricadute virtuose per l’intero territorio. Soprattutto quando gli interessi privati, in clima di deregulation, possono far aggio sull’interesse pubblico.