di Adelmo GAETANI
Il dibattito sul Grande Salento ha subito un’accelerazione grazie alla ricerca di Lino De Matteis sul passato, il presente e il possibile futuro, convergente o divergente si vedrà, delle province di Brindisi, Lecce e Taranto, comunque dentro l’attuale cornice regionale.
Superare la fase dell’inarrestabile tira e molla che accompagna da alcuni decenni la discussione sul Grande Salento, non è cosa semplice, soprattutto se le parole e le dichiarazioni di principio, tante e il più delle volte confuse, non trovano sbocchi operativi degni di questo nome. Insomma, i fatti sono a zero, mentre la speranza che prima o poi qualcosa si possa muovere, ricorda la triste sorte di Godot nel teatro dell’assurdo, tra attesa infinita e crescente disperazione.
Nel nostro caso, parlare di attesa infinita è qualcosa che rispecchia perfettamente la realtà; di crescente disperazione, invece, non c’è nemmeno l’ombra, come se il Grande Salento non fosse un problema, un obiettivo, una visione strategica di un territorio vasto – subregionale, si potrebbe dire – che, per ragioni storiche e stratificate interconnessioni economiche e sociali, sarebbe obbligato a cercare una prospettive unitaria per sfuggire alla trappola della marginalità nel sistema decisionale o all’accettazione supina della sudditanza. Come oggi puntualmente accade, senza accorgersi che, quasi sempre, ci si accontenta di un piatto di lenticchie, pur di tirare a campare.
Se questo è lo stato dell’arte, c’è da chiedersi se sia possibile accendere il faro, spento da tempo, per illuminare gli obiettivi percepibili e comprensibili che possono avvicinare l’idea di Grande Salento alla sensibilità dei cittadini, delle organizzazioni imprenditoriali e dell’associazionismo diffuso, cosa questa che potrebbe dare la spinta ad una mobilitazione capace di destare da un lungo e incomprensibile letargo le Istituzioni, in particolare le Amministrazioni locali e gli Enti pubblici.
Un obiettivo imprescindibile, quanto simbolico della volontà di aprire una nuova fase, è certamente la Bradanico Salentina (la Lecce-Taranto o 7 Ter), la superstrada che chiuderebbe il triangolo delle moderne infrastrutture stradali con Brindisi e rilancerebbe nella concretezza del fare l’idea del Grande Salento.
C’è da chiedersi come mai e nell’interesse di chi la Bradanico Salentina costituisca una sorta di buco nero nella storia dei lavori pubblici, nonostante una raffica di promesse, attraverso quasi mezzo secolo, da parte della politica, sia a livello di Governo centrale che di Regione. Solo per ricapitolare gli ultimi fasti delle operazioni “fumo negli occhi”, ricordiamo la vicenda del sindaco di Manduria, Roberto Massafra, che nel 2014 scrisse un circostanziata lettera al premier Renzi per raccontare l’odissea della Lecce-Taranto. Risorse finanziarie vennero inserite nel Patto per la Puglia sottoscritto dallo stesso premier e dal governatore Emiliano, ma dopo oltre 8 anni tutto è rimasto come prima.
Successivamente, parliamo del 2019, il senatore tarantino dei Cinque Stelle, Mario Turco, sottosegretario alla Programmazione economica e agli investimenti del governo Conte, riaprì il dossier e inserì la Bradanico Salentina in una lista di opere da realizzare con un finanziamento previsto di 50 milioni di euro diviso in due lotti da 25 milioni ciascuno, uno da Taranto a Manduria, l’altro sino a Lecce. L’iter per la cantierizzazione, fecero sapere da Palazzo Chigi, sarebbe stato concluso nel dicembre (2019). Sono passati 4 anni e si è ancora al punto di partenza.
Anche il Piano strategico dei trasporti della Regione Puglia che pure aveva tra i suoi obiettivi la realizzazione della Taranto-Lecce è rimasto lettera morta.
Questa è la storia, con la sua inerzia che non indica nulla di buono e che, a dire il vero, non suscita reazione alcuna, mentre tutto si trascina nell’indifferenza generale davanti alla privazione di un’opera strategica che darebbe uno slancio alla prospettiva di un Grande Salento interconnesso e competitivo. Ma al di là dell’aspetto generale, quello che più sconcerta è l’indifferenza o l’assuefazione di cittadini e amministratori direttamente penalizzati dalla situazione di oggi, con i collegamenti stradali garantiti, si fa per dire, da un percorso di guerra, una strettoia a due corsie realizzata quasi un secolo fa. Partendo da Lecce, troviamo Campi Salentina, Guagnano, San Pancrazio Salentino, Manduria, Sava, Fragagnano, San Giorgio Jonico per poi arrivare a Taranto. E ancora un lungo elenco di Comuni in prossimità del percorso: Surbo, Novoli, Carmiano, Trepuzzi, Squinzano, Salice Salentino, San Donaci, Veglie, Cellino San Marco, Erchie, Torre Santa Susanna, Avetrana, Maruggio, Torricella, Lizzano, Pulsano, Leporano, Talsano, Roccaforzata, San Marzano di San Giuseppe, Carosino e Monteiasi.
Stando così le cose, che fare se non pensare ad una mobilitazione dal basso, sostenuta dall’associazionismo sociale ed economico, che spinga le tante Amministrazioni locali, con in testa i sindaci, ma anche Enti attivi nel tessuto produttivo come le Camere di Commercio, ad iniziative condivise per tutelare interessi vitali dei cittadini e dei territori? Ma c’è davvero la volontà di agire, di aggirare le lentezze esasperanti della politica, di inviare un preciso messaggio a chi la superstrada Taranto-Lecce non la vuole, e la ostacola con tutte le sue forze e con l’esercizio ostativo di un potere che teme il Grande Salento unitario e protagonista, al pari delle altre aree regionali?
A questi interrogativi si può rispondere solo in un modo, battendo un colpo, almeno da parte di chi non si è ancora rassegnato.


















