Ha tolto la fede di sua madre dal collo e l’ha messa al dito medio. Di giorno, quando c’è il sole le piace come si muove l’anello sul petto sotto la luce del sole diffondendo una miriade di raggi. Di notte, però, la toglie e la mette al suo dito medio. Quando va al letto la sente più vicino e più sicura al dito.
Negli ultimi mesi di vita sua madre era molto dimagrita ed è stata costretta a togliere la fede nuziale dall’anulare. E lei senza saperlo aveva messa la fede allo stesso dito medio dove l’aveva messa sua madre prima della scomparsa.
«Lo sai – le disse la sorella maggiore – anche la mamma ultimamente teneva la fede allo stesso dito».
Lei si era sentita così bene, solo al pensiero che questo gesto l’avesse avvicinata alla madre, le aveva creato l’idea come se la stesse incontrando veramente. Erano passati pochi mesi dalla sua scomparsa. Mille pensieri frullavano nella sua testa, si confrontavano, ma nessuno di essi la convinceva pienamente se non l’idea che attraverso la fede potesse incontrare l’amore della sua vita, l’adorabile madre.
Erano le undici di sera, era già nel letto, non aveva sonno. Non si era sforzata di dormire, ha lasciato perdere il sonno, dicendo a sé: «che il sonno faccia quel che vuole stasera». Ha preso il libro che da tempo teneva sul comodino, erano rimaste le ultime pagine da leggere, ma non riusciva più a leggere come una volta, non riusciva a concentrarsi. Prima la lettura e la musica erano le sue migliore amiche.
Il lutto aveva costruito un vuoto, che sentiva fortemente dentro e fuori di sé, che quasi la impietriva, rimaneva nel letto con lo sguardo fisso su un punto del soffitto e il libro come lo apriva, lo chiudeva nuovamente.
Da fuori ha sentito sbattere la porta d’ingresso della vicina di casa. Succedeva sempre, ormai era normalità. Se non avessero sbattuto la porta avrebbero litigato ad alta voce come al solito. All’inizio la infastidiva, ma a furia di sentirli a qualsiasi ora del giorno e della notte si era abituata. Riusciva a isolarsi nel suo silenzio che tuonava più forte dei rumori esterni. Il silenzio era la sua protezione, era proprio esso che la faceva volare altrove.
«Che tristezza il solo pensiero di accostare vita e solitudine, nebbia e vecchiaia…», le ha scritto Ambra, una sua amica, riferendosi a una poesia di Hesse. Lei ha sorriso nel leggere il messaggio, non soffriva mai la solitudine come l’amica. Viveva da sola, ma si sentiva sempre circondata di vita. Non si capacitava perché la gente ne soffriva così tanto il vivere da soli. Ambra poi non era proprio sola, aveva due figli, Romeo trentadue anni e Beatrice ventisette.
A lei, invece, spesso i giorni non le bastavano, il tempo passava così in fretta tra una cosa e l’altra, che, quando arrivava la notte tardi quasi le dispiaceva di dover andare al letto.
Si è girata dall’altra parte del letto, abbandonandosi nel buio della notte fonda.
Liljana Qafa


















