Lette, Torre di Belloluogo

di Giorgio MANTOVANO

«Avanti avanti – ma prima di scostarmi intieramente da Lecce lasciatemi un tantino sorridere con questa torre del medioevo. Vedete quant’è svelta, come ha sfidato e sopravvissuta ai secoli, come agil coronata dei merli, come è profondo il suo illaquelato fosso. Chiamasi la Torre di Bello-luogo perché delizia dei principi di Taranto e conti di Lecce, quali prevalevano col consiglio e colla forza in tutti gli affari del reame. Guarda se vera non è la tradizione: il giardino nel di cui mezzo sta salda segna irregolarità artificiate, chiesette, scale, tagliamenti, stanzoni, grotte, terme con acqua viva e perenne, per le quali alcune volgari dicerie che disonorano la fama di Giovanna Regina si sussurrano. Questa Torre più antica dell’altra all’occidente della città che lasciamo, detta del Parco, venne abitata dal figlio di Raimondello Balso Orsino e di Maria d’Engenio.
Caballino, 23 dicembre 1843
Sigismondo Castromediano».

La narrazione del Castromediano è tratta dal prezioso saggio di Aldo Vallone, Sigismondo Castromediano, storico e letterato, in AA.VV., Contributi alla storia del Risorgimento Salentino, Centro di Studi Salentini, 1961.

L’Autore pubblica per la prima volta alcuni giovanili scritti del Castromediano nel ventennio dal 1827 in poi. «Qui», annota Vallone, «siamo alla fonte più schietta e inconfessata di un’educazione rivolta alla vita, alla patria, alla fede. Il tutto sentito, romanticamente, come culto e religione».

Toccante la descrizione del Palazzo di Giustizia, nell’attuale via Rubichi, in cui, ironia della sorte, l’indomito patriota sarà processato:

«Questo che maestoso s’innalza con due lunghi ordini di finestre e di pilastri appartenne agli antichi Gesuiti. Forse prima di loro c’era stato un cenobio di greci. Ma quelli scacciati, raccolti vennero ultimamente in questa città e fatti governanti del Collegio, che in altro punto della medesima si ritrova.
Dopo dei Gesuiti il fabbrico che ci sta innanzi occupossi dai Cassinesi, e, per conto regio la gioventù studiosa v’apprendea scienze e letteratura, espulsi anche questi, la Giustizia lo elesse per Tempio.
Quivi si condanna e si assolve, si giudica e si manda, si dà pace agli innocenti, si umiliano i colpevoli, quivi tuona la voce del giudice, rischiara quella dell’avvocato, implora quella dell’imputato, il cavillo si abbatte e la ragione vince. Amerei per poco trasportarmi in quelle vastissime sale, per contemplare sulle fisionomie che giudicano, e sulle altre, su cui fende giudizio, sull’avaro satanico creditore, e sul timido debitore (…). Vorrei anche trovarmi tra quel frastuono che in talune ore nelle medesime sale si ascolta, tra quell’ire e ridere, ridere, interrogare, domandar pareri: proporre questioni, corrucciarsi, motteggiare, formicolare, tra quella casa del diavolo insomma: che non solo in questo, ma in tutti i fori del mondo s’è visto e mai cesserà di vedersi. Ma l’ora in cui mi trovo non è propizia. ( …)».

Giorgio MANTOVANO
Ideatore di www.iusimpresa.com - Osservatorio Bibliografico del Diritto dell’Economia in Europa. Dottore commercialista, appassionato di Storia Patria.