Filippo Cluverio, particolare di Apuliae Messapiae in qua Calabri ac Salentini et Lucaniae, in Italia Antiqua, Elsevier, Leida 1624

di Nazareno VALENTE

Bisogna riconoscerlo anche noi attempati siamo ormai tutti presi letteralmente dalla rete, intesa nel senso dei protocolli che permettono la navigazione in internet. Abituati alle difficoltose ricerche vecchio stampo, dove ogni dato era una sudata conquista — e proprio per questo prezioso perché tutto nostro — restiamo esterrefatti da questo nuovo approccio che offre le informazioni su un piatto d’argento, in maniera sempre più rapida e diffusa.

Di fronte a questo strapotere, hai voglia che i bibliotecari s’inventino brillanti spot per invogliare i giovani a riscoprire le biblioteche, se queste sono poi gestite come quando Berta filava, ed i telefoni avevano ancora i fili. Serviranno a far loro guadagnare qualche like parrocchiale oppure a giustificare la loro esistenza o, meglio, a far fare loro carriera; non certo a combattere la disinformazione o a soddisfare gli scopi per cui le strutture bibliotecarie sono state create. Si combattesse davvero, e non solo a parole, per una causa culturale e per la diffusione della conoscenza, allora occorrerebbero armi diverse che magari avvicinassero le biblioteca agli utenti mettendo a disposizione online materiale e documentazione che, adesso come adesso, languono inutilizzati in polverosi archivi. Avere, in altri termini, riguardo per i nuovi approcci conoscitivi, che pretendono l’utilizzabilità di fondi librari digitalizzati, e quindi consultabili senza bisogno di spostarsi necessariamente da casa.

Ormai l’ottica dovrebbe essere rovesciata: è la biblioteca che deve avvicinarsi alla gente, e non viceversa. Mentre i servizi bibliotecari continuano nel loro tradizionale tran-tran, facendo perdere memoria delle ricchezze possedute, i motori di ricerca conquistano sempre più larghe quote di mercato, assumendo una posizione di privilegio nella diffusione delle informazioni. Per rendersene conto, basterebbe pensare a Wikipedia, ormai divenuto lo strumento basilare da cui studenti e cronisti traggono le notizie essenziali per le loro ricerche.

Ora, se Wikipedia fosse attendibile, non ci sarebbe motivo per lamentarsi. Il problema è che, per come è strutturata, l’enciclopedia online è quanto di più aleatorio possa trovarsi, condizionata com’è dall’anonimo compilatore di turno. Per questo, a pagine ben confezionate, fanno riscontro pagine scarsamente documentate e spesso contenenti informazioni obsolete, se non addirittura errate. Non è per altro questo l’unico tema che spingerebbe ad essere cauti nell’utilizzo d’uno strumento che, riassumendo in sé tutti i pregi della rete ma, nel contempo, pure tutti i suoi peggiori difetti, meriterebbe un approccio critico e non di accettazione incondizionata, come spesso avviene. Per accreditare in un qualche modo queste mie perplessità, affronterò la questione limitando l’esame ad un argomento d’interesse comune – il nostro Salento – per il quale fornirò esempi di imprecisioni, di informazioni distorte e, addirittura, di vere e proprie bufale (o, dette con linguaggio moderno, fake news) che, per evitare giudizi frettolosi, verranno esaminati in più interventi.

Già di per sé, il disquisire sul Salento comporta qualche difficoltà. Scherzandoci su, verrebbe da dire che, a volte, possa sussistere la stessa difficoltà di quando si parla del sesso degli angeli.

Quale zona il Salento effettivamente occupi o abbia occupato; quali località comprenda; quale l’origine della sua denominazione geografica, sono tutti quesiti sui quali è difficile trovarsi d’accordo tanto che, più spesso, s’innescano discussioni senza fine in cui può pure capitare che le opinioni siano in numero maggiore degli interlocutori.

Limitando il campo d’azione, concentriamoci sulle antichità, partendo da una questione annosa: perché la nostra terra si chiama Salento?

L’enciclopedia in linea affronta la questione nella scheda (https://it.wikipedia.org/wiki/Salento – consultata il 22 novembre 2021) dedicata appunto al Salento, premettendo in maniera corretta che «il toponimo Salento ha origini incerte».

Dopodiché considera la versione leggendaria che, veniamo a sapere, si basa sul «nome del Re Sale, un mitico re dei Messapi» il cui nipote, Malennio, «avrebbe fondato Sybar (primo nome della località costiera Roca, che significa Città del Sole), nonché Lyppiae (l’attuale Lecce) e Rudiae».

Passa poi alle possibili spiegazioni scientifiche del termine riportando tre diverse ipotesi.

La prima, ricavata da uno studio di Mario Cosmai, “Antichi toponimi di Puglia e Basilicata”, che farebbe derivare il coronimo da “salum”, «inteso come “terra circondata dal mare”: i Romani, infatti, indicavano con Sallentini gli abitanti delle paludi acquitrinose che si addensavano intorno al Golfo di Taranto». E, per meglio precisarne il pensiero, si ricopia il brano del saggio in cui si afferma che: «Salento in messapico significa “mare”: ce lo conferma Plinio che dice “Salentinos a salo dicto” (cfr. il greco hals, halòs e il latino salum, mare)».

La seconda ipotesi si rifà ad un autore latino, Marco Terenzio Varrone, il quale lo fa provenire da «un’alleanza stipulata “in salo”, ovvero in mare, fra i tre gruppi etnici che popolarono il territorio: Cretesi, Illiri e Locresi».

L’ultima è di un autore greco, Strabone, che, a detta del compilatore della scheda, lo riterrebbe originato «dal nome dei coloni cretesi che qui si stabilirono, chiamati Salenti in quanto originari dalla città di Salenzia».

Lasciando da parte la leggenda, perché in quanto tale è poco discutibile da un punto di vista storico, esaminiamo le altre teorie presentate.

Innanzitutto va rilevato il piglio forse troppo schematico con cui le informazioni sono state messe insieme, così da dare la sensazione che esse siano state raccolte qua e là alla rinfusa, senza un ben definito criterio di selezione e senza un qualsivoglia approfondimento critico. Soprattutto disorganica appare la trascrizione del pensiero di Cosmai che, così com’è riportato, risulta confuso e, per certi versi, incomprensibile. In questa ipotesi sono infatti vari i punti che destano perplessità.

Dalle fonti narrative antiche non risulta, ad esempio, che i Romani identificassero i Sallentini con «gli abitanti delle paludi acquitrinose che si addensavano intorno al Golfo di Taranto», per cui l’asserzione non è suffragata da nessuna prova documentale. Non si capisce poi quale significato l’autore effettivamente assegni al vocabolo sălum, dapprima letto come “terra circondata dal mare” e, in seguito, come “mare”.

La frase, «Salentinos a salo dicto», per altro non corretta dovendo il verbo concordare con «Salentinos» e non con «salo», non è attribuibile a Plinio ma semmai, nella forma «Salentinos a salo dictos», a Verrio.

Ma ciò che più conta, poiché la voce «sălum» è comunemente tradotta con alto mare, e che il termine greco, («σάλος, salos»), da cui trae origine rinvia al movimento impetuoso tipico del mare aperto, non si comprende quale nesso vi possa essere tra l’affermazione erroneamente attribuita a Plinio e le paludi acquitrinose tarantine, considerato che non vi è legame logico possibile tra l’alto mare (sălum) ed una zona paludosa. Anzi il moto ondoso che il mare aperto implica è del tutto in antitesi con la calma piatta che un acquitrino usualmente presuppone.

In definitiva le argomentazioni di Cosmai, quanto meno nella forma presentata da Wikipedia — l’unica per me consultabile, non avendo trovato in commercio il relativo testo — prestano il fianco a più d’una sostanziale critica, perché poco documentate ed, a volte, sconfessate dalle stesse fonti portate a sostegno.

La seconda ipotesi risulta invece confermata dalle fonti.

Nei commenti alle Bucoliche di Virgilio, lo Pseudo-Probo riporta infatti un frammento in cui Varrone narra la triplice origine Cretese, Illirica e Locrese dei Salentini e giustifica tale nome con la circostanza che il patto d’amicizia fu stipulato in alto mare («Salentini dicti quod in salo amicitiam fecerint»).

L’ultima tesi proposta, basata su una presunta affermazione di Strabone, è una vera e propria invenzione; temo riesumata, dopo anni e anni di giusto oblio, proprio dalla rete. Infatti il geografo pontico non ha mai parlato nella sua opera di questi fantomatici «Salenti», originari della ancor più immaginaria città cretese di «Salenzia» e colonizzatori delle nostre contrade. Strabone si è limitato ad affermare sull’argomento le seguenti testuali parole: «dicono che i Salentini siano coloni dei Cretesi» («Τοὺς δὲ Σαλεντίνους Κρητῶν ἀποίκους φασίν»), senza menzionare né i Salenti, né tantomeno Salenzia.

In effetti, la bufala era già nota nei secoli scorsi tant’è che risulta scoperta, e stigmatizzata anche in malo modo, in uno scritto (“Descrizione, origini e successi della Provincia d’Otranto”) di Girolamo Marciano, un letterato vissuto tra il XVI e XVII secolo.  «Un certo scrittore moderno in una sua descrizione del sito della Japigia dice che questi popoli furono detti Salentini da’ Salenti venuti da Salenzia», scrive piccato Marciano, per poi concludere «e senza rossore alcuno afferma ciò aver detto Tucidide e Strabone».

Ora, dal momento che il manoscritto di Marciano fu stampato solo nel XIX secolo e che in sede di stampa furono fatte aggiunte da Tommaso Albanese, non è dato di sapere chi abbia in effetti bacchettato lo «scrittore moderno», se proprio Marciano oppure Albanese. Chiunque sia stato, non s’è preoccupato però di svelarne il nome che rimane, pertanto, a me sconosciuto. Certo è, che se la fake news è stata riesumata e poi riciclata su Wikipedia, qualche traccia dovrebbe pur aver lasciato in rete, anche se i miei tentativi per rintracciarla sono risultati del tutto vani.

Confesso che mi piacerebbe soddisfare questa piccola curiosità, che rivelerebbe pure l’autore dell’aspro rimprovero, per cui mi consento di lanciare un appello ai lettori invitandoli ad adoperare il loro talento di navigatori del web per risalire all’ideatore dei «Salenti» e della immaginaria frase attribuita a Strabone che, a distanza di tanto tempo, trova ancora fedeli lettori.

Resterebbe in conclusione valida l’ipotesi di Varrone.

Tuttavia così possiamo spiegarci l’etnico (Sallentini) ma non ricavare l’origine del coronimo (Salento), per cui la domanda rimane in parte inevasa, salvo che non si concluda che questo derivi da quello. E che, quindi, sia stato chiamato Salento in quanto abitato dai Sallentini. Tuttavia rimarrebbero dei grossi dubbi su questa conclusione: in antichità e nella tarda antichità, l’attuale Salento era sì abitato dai Sallentini ma anche dai Calabri, oltre al fatto che il termine privilegiato dagli indigeni era Calabria.

La questione è pertanto alquanto intricata è merita una trattazione distinta che chiarifichi dapprima quali erano i coronimi usati per denominare la nostra terra e, in aggiunta, chi li aveva coniati.

Rinviando quindi l’argomento ad altro momento, qui possiamo concludere che, nel caso specifico, Wikipedia compie in poche righe un bel po’ di sviste, riportando riferimenti in parte fittizi ed in parte errati o imprecisi, senza in aggiunta neppure riuscire a dare effettivamente risposta al quesito inizialmente posto.

In aggiunta, c’è da constatare un aspetto curioso: più una teoria è fantasiosa e più trova facile diffusione. Basterebbe infatti lanciare una ricerca con una stringa impostata con il falso passo di Strabone, per scoprire che un consistente numero di siti si è appropriato dell’informazione e, credendola attendibile, la divulga così com’è.

Questo capita a fidarsi troppo.

Con Wikipedia, almeno riguardo alle antichità, sarebbe meglio stare in guardia.

Nazareno VALENTE
Ha studiato Scienze Statistiche ed Economiche presso Università degli Studi di Padova, dove poi ha lavorato. Appassionato di storia e lettore di saggi sull'antichità greca e romana. Sportivo, gli piace correre.