Taranto, Museo spartano

di Lino DE MATTEIS

La nascita di Taranto viene unanimemente fatta risalire alla colonizzazione greca, ma la narrativa classica di quella vicenda trascura quasi completamente l’aspetto epicorio, non riconoscendo il giusto ruolo avuto dalla popolazione locale. Quell’insediamento, infatti, non avvenne nel deserto ma nella penisola salentina, su di un territorio già abitato da tribù native del posto, sia che si chiamassero iapigi, messapi, calabri o salentini. Gli scrittori greci classici, nella loro unilaterale visione ellenico-centrica, tendevano a collegare gli eventi che narravano con la storia del loro popolo, glorificandolo e mitizzando le gesta dei suoi antichi eroi, soprattutto quando le fonti e la documentazione storica si mostravano carenti. È quanto accaduto anche per la fondazione della colonia greca di Taranto, unica di origini spartane nel panorama della Magna Grecia.

Lo storico greco Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.), riferendo fonti più antiche, racconta, tra storia e leggenda, che Falanto, figura della mitologia greca, insieme ad altri compatrioti spartani, detti “parteni” (figli illegittimi), cacciati dalla città natale, giunsero, nel 706 a.C., sulle coste ioniche, in prossimità del promontorio di Satùro, località tuttora esistente, a sud di Taranto, nella marina di Leporano. Il loro sbarco sulle coste della penisola salentina non fu ben accolto da parte della popolazione locale, tanto che il geografo greco Strabone racconta che i lacedemoni, pur essendo degli esperti guerrieri, furono sconfitti dagli abitanti del posto, probabilmente messapi, che si dimostrarono altrettanto esperti con le armi e il combattimento. Gli spartani non riuscirono, quindi, ad avere subito la meglio sugli indigeni, che conservarono il possesso del promontorio di Satùro, e li spinsero a spostarsi più a nord, dove poi fondarono la città di Taranto.

Per attribuire maggiore prestigio e dignità a quell’evento e per sottrarlo alla contaminazione degradante dei barbari locali, ecco arrivare in soccorso dagli scrittori greci la leggenda che quei territori erano già di dominio di genti provenienti dalla Grecia. Si ritiene, infatti, che quando Falanto fondò la città spartana nel Salento la chiamò “Taranto” in onore di “Taras”, un’altra figura della mitologia greca, figlio di Poseidone e della ninfa Satyria, che sposò Satureia figlia del re Minosse. Secondo la leggenda, Taras sarebbe stato il vero fondatore della colonia greca già duemila anni prima di Cristo. Giunto in questa regione con una flotta, Taras sarebbe approdato presso un corso d’acqua, che da lui avrebbe preso il nome di fiume Tara, com’è tutt’ora indicato il ruscello che nasce a circa dieci km da Taranto, presso la gravina di Leucaspide, nel comune di Statte. Mentre sulle rive del mare Ionio Taras compiva un sacrificio in onore di suo padre Poseidone, gli sarebbe comparso un delfino che interpretò come segno di buon auspicio per fermarsi in quel posto e fondare una città, che, dedicandola a sua madre Satyria o a sua moglie Satureia, chiamò Satùro. La leggenda di Taras è, di fatto, funzionale ad oscurare la storia dei nativi salentini che, sulla base dei reperti rinvenuti nel parco archeologico di Satùro, abitavano quel promontorio già dall’età del bronzo.

Gli spartani che sbarcarono a Satùro, dunque, furono probabilmente respinti dagli indigeni e costretti a spostarsi di una decina di km più a nord, dove trovarono un’altra situazione favorevole per insediarsi, quella rappresentata dal promontorio che si incuneava tra gli attuali due mari, Mar Grande e Mar Piccolo, di Taranto. Quel promontorio in epoca moderna è divenuto un’isola, l’attuale borgo antico della città, con la costruzione del fossato del castello aragonese e, poi, del canale navigabile, le cui sponde sono collegate dal ponte girevole. L’insediamento ebbe fortuna e la colonia greca di Taranto, unica di origini lacedemoni, divenne una delle più importanti poleis della Magna Grecia, la cui ricchezza proveniva dai traffici commerciali via mare e dallo sfruttamento delle risorse del fertile territorio circostanze, la chora, probabilmente coltivato con il contributo delle popolazioni locali. Intorno alla città, una vasta area pianeggiante, racchiusa dall’arco delle colline ioniche, come un grande e naturale teatro greco, era il luogo dove si producevano le derrate alimentari necessarie per il sostentamento della polis. Quest’area, dove i greci convivevano con i locali, era difesa da una serie di avamposti militari, piccoli centri fortificati in posizione strategica, come quello di Pezza Petrosa nel comune di Villa Castelli.

L’inevitabile convivenza degli spartani con gli indigeni salentini, a tratti pacifica, più spesso conflittuale, rientrava nella normale dinamica delle relazioni delle città-stato di allora, pronte ad entrare in conflitto tra di loro per qualsiasi motivo, anche futile, pur se appartenenti alla stessa etnia. Un semplice contrasto per un mancato rispetto di natura umana, religiosa, economica o per l’approvvigionamento delle risorse necessarie alla sopravvivenza, era sufficiente per scatenare una guerra e per dirimere il contenzioso con le armi. Ma questo non impediva che nella vita di tutti i giorni ci fossero poi relazioni e collaborazioni nella coltivazione dei campi, nello sfruttamento delle foreste e della cacciagione, nella elaborazione e nello scambio di strumenti per la caccia o di oggetti domestici, con la conseguente contaminazione della lingua per poter comunicare. Le relazioni, pur talvolta critiche, divenivano di reciproca utilità e convenienza in certe circostanze e facevano da sponda per le alleanze quando scoppiavano dei conteziosi tra le fazioni dello stesso gruppo etnico, oppure per fronteggiare un nemico comune.

A stare alla leggenda, Falanto, dopo essere stato scacciato da Taranto, la città che aveva fondato, in seguito ad una sedizione per contrasti con i suoi concittadini, si rifugiò, insieme ad alcuni suoi fedelissimi, nella messapica città di Brindisi, dove morì ricevendo una onorata sepoltura da parte dei suoi ex nemici. Sul letto di morte, avrebbe convinto i brindisini a spargere le sue ceneri nell’agorà di Taranto, in modo da assicurarsi la conquista della città spartana. In realtà si trattò di un inganno ai brindisini, poiché l’oracolo aveva predetto che Taranto sarebbe rimasta inviolata se le sue ceneri sarebbero rimaste entro le mura. Falanto, dunque, pur essendo stato scacciato, fece un favore ai tarantini che, da allora, gli resero l’omaggio dovuto.

Passando dalla leggenda alla storia, ci fu anche un’importante alleanza tra spartani e messapi in funzione antilucana, prima, e per far fronte ad un nemico comune, poi: Roma. Messapi e tarantini furono alleati contro l’avanzare dell’impero romano e combatterono insieme, sotto la guida del re dell’Epiro, Pirro, nella storica battaglia di Ascoli di Puglia, nel 279 a.C., contro le truppe romane, nell’ambito del conflitto romano-tarantino per il controllo della Magna Grecia. La battaglia fu vinta dall’alleanza tarantina, che annoverava forze spartane, messapiche, sannite ed epirote, ma le perdite furono tali che a Pirro viene attribuita in quella circostanza la celebre frase: “Un’altra vittoria così e sarò perduto”, da cui la più consueta oggi espressione “una vittoria di Pirro”, per dire che è stata quasi una sconfitta.

È evidente, insomma, che una volta giunti sulle rive del Salento, i greci si trovarono di fronte alla necessità di dover stabilire una convivenza con i nativi salentini. I messapi non vivevano solo di caccia, pastorizia e agricoltura, ma si rivelarono anche esperti guerrieri e cultori delle arti belliche, tanto che, come ricorda Erodoto, tra il 343 e 338 a.C., inflissero ai tarantini una clamorosa sconfitta militare. Una convivenza difficile e conflittuale certo, ma la vicinanza tra i due popoli portò ad una inevitabile integrazione e contaminazione di lingua, usi e costumi, con una sovrapposizione di culti e tradizioni indigene ed elleniche. Nonostante la loro alleanza militare contro Roma, la città di Taranto fu sottomessa nel 272 a.C., insieme poi all’intera penisola salentina, costringendo greci e messapi a convivere di nuovo insieme, ma questa volta sotto il dominio di un nuovo colonizzatore.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it