Taranto nel noto dipinto di Jakob Philipp Hackert (1737-1807) conservato alla Reggia di Caserta

di Fabio CAFFIO

Nel Regno delle Due Sicilie Taranto aveva una sua precisa identità marittima: non è un caso che Ferdinando IV, nel 1788, aveva incaricato il vedutista tedesco Jakob Philipp Hackert di raffigurare il porto di Taranto assieme agli altri della Puglia (Gallipoli, Barletta, Bisceglie, Brindisi, Manfredonia, Monopoli, Otranto, e Trani). Il dipinto, conservato alla Reggia di Caserta (che meriterebbe di essere esposta a Taranto in una mostra temporanea) ci consegna una luminosa immagine con il caratteristico antico ponte di Porta Napoli e le imponenti costruzioni della Torre di Raimondello Orsini, della Cittadella e del Bastioni. La nostra Città – che al tempo faceva parte della Provincia di Terra d’Otranto con capoluogo Lecce – aveva già un suo ruolo nel commercio marittimo del Regno. Il suo porto era compreso tra quelli abilitati a svolgere traffico di cabotaggio con Gallipoli, Crotone e Catania. Fiorenti erano infatti i traffici di prodotti (in specie, olio) tra tali porti, Taranto, e Napoli. A riprova della rilevanza del porto jonico nell’Ottocento può anche dirsi che, con Decreto Reale del 15 ottobre 1832, si stabilì di trasferire da Gallipoli a Taranto la Commissione marittima della Terra d’Otranto, organo amministrativo assimilabile ad una nostra Capitaneria di Porto.

Attività nella peschiera del Fosso antistante il Castello Aragonese (Acquerello di L. Ducros, 1778)

Taranto eccelleva anche nella pesca e nella produzione di mitili. Dopo la distruzione della Città nel 927 d.C. e la sua rifondazione nel 969 d.C. ad opera degli Imperatori d’Oriente si ha evidenza della concessione di diritti esclusivi di pesca in alcune zone del Mar Piccolo a comunità di monaci basiliani. Sorsero allora le “peschiere“, sorta di appezzamenti di aree marine delimitati da pali e corde di giunco lungo la costa del Mar Piccolo; il fatto che su questi pali attecchissero le larva delle cozze, indusse forse a sviluppare la tecnica dell’allevamento dei mitili.

Con la dominazione angioina del Principato di Taranto iniziata nel Duecento si ebbe un loro sistematico sviluppo per finalità fiscali. “Fu cosi istituita la dogana del principato nella principale piazza della città messa sul mare, Piazza Fontana; ufficio camerale per sopraintendere all’ esercizio delle industrie e a riscuotere i diritti baronali. Ed uno dei cespiti più vistosi della finanza sotto il dominio Angioino, fu appunto il Mar Piccolo con gli introiti delle numerose peschiere che si affittavano” (P. Coco, Appunti storici del Mar Piccolo, 1932, 6).

 L’uso del Mar Piccolo era sottoposto a regole di conservazione finalizzate a preservare la riproduzione delle specie viventi. Sin dal Medioevo, Taranto si era dotata di una sorta di Codice Piscatorio in cui si stabilivano tempi, modi e luoghi delle attività di pesca e di raccolta dei frutti di mare. Alla base era il principio della pesca sostenibile secondo cui lo sfruttamento delle risorse marine non può essere sfrenato ed incontrollato, pena la loro estinzione. Probabilmente la regolamentazione medievale costituiva una raccolta di consuetudini più antiche risalenti al periodo della colonizzazione spartana.

Ricostruzione delle peschiere medievali del Mar Piccolo (M. Pastore, Il Mar Piccolo di Taranto, 1993, 25)

Durante la dominazione borbonica continuò il regime di concessione del Mar Piccolo assurto a “gemma” del Demanio Regio al pari dei pascoli del Tavoliere delle Puglie. All’attribuzione di diritti esclusivi di pesca a singoli soggetti si affiancò l’obbligo per i pescatori di corrispondere una quota del pescato (la decima) alla Curia per gli usi della Mensa Arcivescovile destinata agli indigenti nonchè una tassa (gabella sul pescato) alla Dogana. Si consolidò anche la prassi dell’affitto di tratti di Mar Piccolo per l’allevamento di mitili ed ostriche. Al regime delle peschiere si affiancò quindi quello dei così detti “fondi palevoli” per la coltivazione delle cozze essendosi acquisita evidenza che i mitili attecchivano sui pali di castagno infissi a delimitare le stesse peschiere. Le antiche tradizioni di pesca e di allevamento dei mitili recepite nell’anzidetto Codice Piscatorio erano in una sezione del Libro Rosso della Città di Taranto. Il testo, pervenuto in varie copie, conteneva l’inventario dei beni del Principato di Taranto (di cui faceva parte il Mar Piccolo quale parte del territorio e quale fonte di introiti) redatto al momento della loro devoluzione alla Corte Aragonese per la morte del Principe Giovanni Antonio Orsini nel 1463. In aggiunta, ne faceva parte una raccolta di disposizioni, in latino tardo, sulla pesca di pesci e molluschi che precisavano appunto il tempo, il luogo, e i mezzi con cui bisogna pescare e sanzionavano le pene contro i violatori. Ad esempio, era stabilito «il divieto di pescare le piccole orate (dette infanticelle) e i cefalotti, la cui pesca avrebbe danneggiato la fauna marina, impedendone la crescita e l’ingrossamento dei pesci più piccoli» (S. Vinci,La gestione delle risorse ittiche nello specchio marino di Taranto”, 2018, 141). Queste disposizioni furono riaffermate nel 1793 dalle Istruzioni per l’esatto esercizio dell’officio di Guardiano del Mar Piccolo della Città di Taranto (dette “Istruzioni del Codronchi”), emanate dal Supremo Consiglio delle Finanze. Per capirne la finalità basta ricordare che l’articolo terzo era dedicato ai “Ferri delle Ostriche” prescrivendo nel dettaglio pesi e dimensioni dello strumento per la raccolta delle ostriche dal fondo del mare. In esso si si stabiliva inoltre che la “pesca delle ostriche dovesse cominciare dal dì 13 dicembre sino al seguente sabato santo di ciascun anno”. Si consentiva tuttavia ad un numero limitato di barche estratte a sorte di cominciare la pesca sin dal 5 dicembre in modo “ che si possa di tal frutto provvedere la Capitale per la vigilia del Santo Natale”, segno questo di quanto fossero rinomate le ostriche tarantine sulla piazza di Napoli, tant’è che Ferdinando IV nel 1764 ne introdusse la coltivazione nel Fusaro.

Ferdinando II in una delle ultime immagini (1859)

Durante il periodo in cui era Arcivescovo, Monsignor Capecelatro ebbe l’onore di ricevere a Taranto Ferdinando IV che vi giunse il 19 aprile 1797 effettuando un’escursione in barca in Mar Piccolo durante la quale gustò ogni genere di frutti di mare. Ma la visita del Sovrano non fu l’unica. Nel periodo dell’esilio dei Borboni, Giuseppe Napoleone giunse a Taranto il 9 aprile 1807 soggiornando nell’Arcivescovado dove, manco a dirlo, il fratello di Mons. Capecelatro -in quel tempo a Napoli, perché nominato dai Francesi Consigliere di Stato- gli preparò una cena a base di frutti di mare tra cui era un’ostrica gigante (N. Vacca, Terra d’Otranto fine Settecento inizi Ottocento, 1966, 259). Successivamente anche Ferdinando II visitò Taranto nel 1833 e nel 1848. In questa seconda occasione al Re fu offerto un banchetto con prelibatezze del Mar Piccolo come attesta una lapide affissa nell’Arcivescovado (V. De Marco- D. Mancini, Il Palazzo Arcivescovile di Taranto, 2010, 156). Di passaggio da Taranto perché diretto a Lecce, Ferdinando II si fermò il 13 gennaio 1859 per alcune ore. Nonostante iniziasse già a risentire della malattia che lo condusse in pochi mesi alla morte, il Sovrano «si recò a visitare la cittadella e le fortificazioni non che il porto. Indi … si occupò di svariati affari della Pubblica Amministrazione, tra quali citeremo di aver la Maestà Sua ordinato il nettamento del porto per guisa però da non nuocere alla industria de’ crostacei, che quivi si raccolgono in abbondanza…» (M.Musci. “Cronaca storica ufficiale del viaggio nelle Puglie di S.M. il re Ferdinando II», 1859).

Il problema della salubrità del Mar Piccolo si era presentato ai Borboni sin dai primi anni dell’Ottocento, quando le Autorità si erano rese conto che la sua produttività diminuiva sia a causa di errate tecniche di molluschicoltura, sia per gli scarichi salmastri provenienti dall’entroterra ed in particolare dal canale di bonifica di Leverano che convogliava le acque della Salina e della Palude Erbara. Negli atti di affitto sessennali per l’allevamento dei mitili si prescriveva perciò l’obbligo di scavare ed espurgare le zone sottostanti i “fondi palevoli” ove erano impiantate le coltivazioni. A seguito della visita di Ferdinando II del 1859 le Autorità borboniche della Terra d’Otranto avevano comunque programmato di dar corso alla bonifica integrale del Mar Piccolo la cui spesa era preventivata in 28.300 ducati. La fine del Regno delle Due Sicilie ne impedì la realizzazione.

Dopo la proclamazione del Regno d’Italia, a Taranto si pensò che, anche per pesca e molluschicoltura, fosse il momento del “liberi tutti” essendo venuto meno il regime feudale dei diritti di pesca, delle decime e del dazio sul pescato. Il Senatore Cataldo Nitti, in una memoria al Governo, ne chiese l’abolizione affermando che «…il possesso attuale che il Demanio ed altri privati hanno di una determinata estensione di acqua lungo il lido del mar piccolo, ove sono impiantati i pali per la coltivazione delle cozze e delle ostriche, [non] muta la natura dei diritti intorno alla pesca …» (D.L. De Vincentiis, Storia di Taranto, 1878, I, 165). Ma non era proprio così. Presto i Borboni ebbero però la loro rivincita: le Autorità Sabaude, per evitare il caos nelle attività marittime, dovettero ripristinare la vigenza delle antiche regole di pesca (v. ordinanza della Capitaneria del 1873 di Porto qui riportata); di queste regole si tenne poi conto nell’emanare la legge sulla pesca del Regno d’Italia.

Fabio CAFFIO
Ammiraglio Marina Militare Italiana in pensione, esperto di Diritto marittimo