Archeologi al lavoro nella Grotta del Cavallo, a Nardò
Elaborati dei ragazzi dei Licei salentini che hanno aderito al progetto “La Storia va a scuola“, promosso dalle Edizioni Grifo di Lecce, realizzato grazie al sostegno della Banca Popolare Pugliese, e la collaborazione del Nuovo Quotidiano di Puglia, con la donazione del volume “Storia del Grande Salento“, di Lino De Matteis, a 300 alunni dei Licei classici “Archita”, “Galileo-Ferraris” e “Righi” di Taranto, “Palmieri” e “Siciliani” di Lecce, “Marzolla” di Brindisi. Tutti gli elaborati pervenuti vengono pubblicati, singolarmente, online sulla rivista ilGrandeSalento.it, a conclusione una selezione sarà pubblicata anche sulle pagine del “Quotidiano”.
LIceo Classico “G. Palmieri”, Lecce
Andreas DE LORENZI, Gabriele DE CARLO, Diego ELIA, Ennio MINERBA Classe VI – Liceo Classico e Musicale “G. Palmieri” – Lecce
La storia del Salento viene spesso fatta iniziare con l’arrivo dei Messapi o con la colonizzazione greca, ma i reperti archeologici raccontano una verità molto più antica e profonda. Prima che gli scrittori classici definissero queste terre, la penisola salentina era già abitata da comunità stabili, i “nativi salentini”, le cui radici affondano nelle nebbie della preistoria. Le testimonianze umane nel “Tacco d’Italia” risalgono a migliaia di anni prima della civiltà messapica (che si manifestò solo dal IX-VIII secolo a.C.).
Durante l’era glaciale di Würm, circa 20.000 anni fa, il livello del mare era più basso di 120 metri: l’Adriatico quasi non esisteva e la Puglia era praticamente unita ai Balcani. Questo permise flussi migratori costanti. Se l’“Uomo di Altamura” (130.000 anni fa) testimonia la presenza neandertaliana, è con l’arrivo dell’“Homo Sapiens” dall’Africa che il territorio vede un’evoluzione decisiva.
Reperti straordinari come la “Grotta del Cavallo” a Nardò (fase uluzziana, 45-40.000 anni fa) e la “Mamma di Ostuni” (25.000 anni fa) dimostrano che il Salento non era una terra di passaggio, ma un centro di vita complessa, dove il culto della fertilità e l’arte (come le “Veneri di Parabita”) erano già centrali. Con il miglioramento climatico, i nativi passarono da una vita nomade basata sulla caccia e la raccolta nelle grotte costiere — vere “stazioni di servizio” naturali come “Grotta Romanelli” — a insediamenti stabili.
La rivoluzione neolitica portò l’agricoltura e l’allevamento, trasformando radicalmente il paesaggio e l’organizzazione sociale. Nacquero i primi villaggi di capanne, come quelli di Cavallino o della zona di Otranto, dove la vita comunitaria si esprimeva anche attraverso imponenti monumenti in pietra: dolmen e menhir, che oggi rendono il Salento il “giardino megalitico d’Italia”.
Per secoli, la storiografia classica (greca e romana) ha guardato a queste popolazioni “epicorie” con una lente coloniale, descrivendole come barbari o semplici comparse rispetto alle gesta degli eroi ellenici. Tuttavia, studi moderni propongono una visione “indigeno-centrica”. I nativi non furono solo ricettori passivi della cultura greca, ma attori protagonisti di uno scambio continuo. La loro identità era forte e radicata, capace di influenzare la formazione della successiva civiltà messapica attraverso una stratificazione di geni e tradizioni.
Il passaggio dall’anonimato preistorico alla storia documentata è segnato da una confusione di nomi. Erodoto narra che i profughi cretesi, naufragati sulle coste salentine, si mescolarono ai locali diventando “Iapigi Messapi”. Il termine “Messapia”, probabilmente di origine illirica o greca, significherebbe “Terra tra i mari”, un riferimento perfetto alla geografia della penisola. Strabone e altri autori hanno poi declinato i nomi in base a interessi geopolitici: Calabri, Salentini, Messapi o Peucezi.
Oggi, i musei di Taranto, Lecce, Brindisi e le collezioni private come il Museo Faggiano, custodiscono i frammenti di questa lunga evoluzione. Il Salento di oggi è il risultato del protagonismo di quegli autoctoni che, per millenni, hanno saputo adattarsi a un territorio selvaggio e trasformarlo in una culla di civiltà, ben prima che il mondo classico ne scrivesse il nome sulle mappe.