
di Nazareno VALENTE
Con telegramma del 18 dicembre 1946, il deputato Vito Mario Stampacchia comunicava con esultanza al sindaco di Brindisi, Francesco Lazzaro, che la sottocommissione costituente aveva deliberato l’istituzione della Regione Salento.
Dal tono del telegramma sembrava che fosse ormai cosa fatta, invece così non era, tanto è vero che, nel prosieguo dell’iter, la proposta si arenò o, per essere più precisi, fu fatta sparire, perché depennata dall’elenco.
In conclusione, non se ne fece nulla.
Ciò che avvenne si tinge in effetti di giallo. Un giallo tuttora da risolvere, considerato che l’assassino rimane avvolto nell’ombra. Certo si conosce l’organismo che, al momento opportuno, tolse la Regione Salento dall’elenco, ma è avvolto nel mistero chi fu il reale mandante di questa decisione. C’è però qualche sospetto, ed i più sono propensi a credere che fu Aldo Moro, allora deputato della Costituente, l’autore dell’intervento che mortificò le aspirazioni della nuova regione.
In effetti, tutti gli indizi fanno credere che Aldo Moro non fu estraneo ai fatti, anzi ne fu uno dei più ragguardevoli artefici. Ma non certo il solo. Né forse quello principale. Ci furono varie circostanze sfavorevoli che tramarono contro il progetto ma, in maniera preponderante, pesò sulla decisione la dura posizione assunta a riguardo da un’altra forza politica, che Moro sfruttò per salvaguardare gli interessi dell’elettorato barese.
Almeno questo a mio parere. Però, maturato dopo attenta lettura dei verbali dei vari organismi della Costituente che deliberarono sull’autonomia regionale.
Per poterci capire qualcosa è necessario ritornare a quei tempi e ricostruire la situazione politica d’allora e le modalità con cui l’organo costituente decise di operare.

In merito a quest’ultimo punto, l’Assemblea Costituente si riunì per la prima volta il 25 giugno 1946, senza che il governo avesse in precedenza elaborato un progetto di Costituzione. Ciò rese necessario che fosse preliminarmente definito un progetto organico ed articolato da sottoporre poi alla discussione delle sedute pubbliche dell’Assemblea. Per questo motivo la Costituente nominò al proprio interno una “Commissione per la Costituzione”, incaricata di redigere uno schema che l’Assemblea avrebbe poi valutato articolo per articolo. Tale commissione, composta da 75 deputati della Costituente in modo da rispecchiarne la composizione partitica, prevedeva al proprio interno tre rappresentanti eletti nella circoscrizione salentina Lecce-Brindisi-Taranto, vale a dire Giuseppe Codacci Pisanelli (Democrazia Cristiana, nel seguito DC), Giuseppe Grassi (Unione Democratica Nazionale, che accorpava centristi e liberali) e Ruggero Grieco (Partito Comunista Italiano, PCI), oltre ad altri personaggi politici di spicco, quali, ad esempio, Nilde Iotti e Palmiro Togliatti del PCI e Aldo Moro della DC.
Nella prima riunione del 20 luglio la Commissione dei 75 si suddivise in tre sottocommissioni, ciascuna incaricata di definire il testo riguardante specifici argomenti istituzionali. La trattazione dell’autonomia regionale toccò alla seconda Sottocommissione che iniziò ad esaminare una prima bozza redatta da un gruppo di lavoro di dieci suoi componenti coordinati dal deputato Ambrosini (DC).
Sin dall’inizio dei lavori sorsero non banali conflitti di competenza tra le varie sottocommissioni, per cui la Commissione dei 75 decise la costituzione di un comitato di 18 suoi componenti, incaricato di esaminare i testi prodotti dalle tre sottocommissioni e di compilare un progetto organico ed unitario. Questo comitato fu chiamato “Comitato di redazione” o anche “Comitato dei 18” e tra i suoi componenti comprese, tra gli altri, Giuseppe Grassi e Ruggero Grieco eletti nella circoscrizione salentina, Aldo Moro e Palmiro Togliatti, come già riportato esponenti di rilievo dei partiti allora maggioritari, vale a dire la DC ed il PCI.
La situazione politica era infatti condizionata da questi due partiti di largo seguito. Il PCI poteva contare sull’appoggio dei socialisti, presentatisi alla consultazione avendo messo d’accordo le varie anime del partito, da quella più moderata a quella più radicale. La sigla stessa (PSIUP, Partito Socialista di Unità Proletaria) esprimeva però una qual certa preponderanza della corrente vicina alle posizioni comuniste. Il rapporto di forza era così quasi equamente controbilanciato: la DC aveva 207 dei 556 seggi disponibili, il PCI ed il PSIUP, rispettivamente 104 e 115, e, quindi, nel totale 219 seggi. Ciascuno di questi due blocchi cercò naturalmente di far prevalere il proprio indirizzo.
Come detto il governo non aveva fornito alcuno schema sul decentramento dei poteri dello Stato, tuttavia per questioni di opportunità un paio di settimane prima che si costituisse la Repubblica, i moti di separatismo avviati in Sicilia avevano fatto già decidere la costituzione della regione Sicilia. In aggiunta, nel settembre 1946, a seguito dell’accordo De Gasperi-Gruber, fu costituita la regione autonoma Trentino-Alto Adige. Come dire che, sebbene l’ordinamento statale non prevedesse neppure l’esistenza delle Regioni, ma solo quella delle Province e dei Comuni, erano già state costituite due regioni, e in più ad ordinamento autonomo. Di fatto le regioni, che sino ad allora erano esistite solo come entità statistiche di rilevazione, furono introdotte nell’organizzazione statale prescindendo da un qualsiasi preliminare giudizio di merito dell’organo preposto alla stesura della Costituzione. In definitiva la Costituente si trovò di fronte ad un fatto compiuto: il riconoscimento che la Regione fosse uno degli enti locali attraverso cui si sviluppasse l’articolazione autonomistica dello Stato, che fino ad allora s’era incentrato sui soli Comuni e Province.
Proprio su questo versante s’innescò la contrapposizione tra le diverse tendenze politiche dei due principali partiti del tempo.
Sulla definizione della regione si scontrarono quindi concezioni politiche e culturali diverse, già delineate in età liberale e nel periodo fascista ed in linea con il processo di trasformazione della società avviato nel corso della Resistenza.
Se i cattolici consideravano la regione uno strumento per superare un impianto fortemente gerarchico e centralistico e per meglio rappresentare gli interessi emergenti dal territorio, le sinistre manifestavano, invece, ferma avversione alla realizzazione di troppe regioni che potessero minare l’unità dello Stato. Alla fin fine si cercò quindi una via di mezzo facendo prevalere le ragioni politiche contingenti rispetto ad un augurato effettivo rinnovamento. Per altro tutti sembrarono inizialmente propensi a prevedere l’istituzione delle regioni, ed in tal senso furono tutti d’accordo, tranne un deputato, previa però abolizione – o quanto meno ridimensionamento giuridico – delle province.
Sicché già dal 14 novembre 1946 la seconda sottocommissione approva che «Il territorio della Repubblica è ripartito in Regioni e Comuni. La Provincia è una circoscrizione amministrativa di decentramento regionale». In definitiva la Provincia, da sede di decentramento dell’amministrazione statale, viene declassata a circoscrizione amministrativa di decentramento regionale. Il che condizionò le successive discussioni, in quanto tra Comune e Regione pareva a taluni mancare un ente intermedio, e spostò il problema dalla pura e semplice istituzione delle regioni alla loro composizione territoriale nelle quali si cercava di recuperare la persa autonomia provinciale.
Come già riportato, sino ad allora il termine “regione” non era mai stato definito in termini istituzionali, ma solo ai fini statistici e, a tale scopo, utilizzato per la prima volta nell’Annuario statistico italiano del 1912. Era pertanto una ripartizione dello Stato che, pur tenendo conto delle tradizioni storico-geografiche, obbediva in prevalenza ad un criterio burocratico di suddivisione. Cosa questa riscontrabile, ad esempio, nel non considerare a sé stanti la Valle d’Aosta ed il Friuli, inserite per questioni quantitative rispettivamente nel Piemonte e nel Veneto, oppure nel non nominare neppure la Romagna, inclusa anonima nell’Emilia. Ma anche desumibile in alcune denominazioni scelte: tipico il plurale, “Puglie”, adottato per la nostra regione, probabilmente ad indicare un accorpamento di zone con tradizioni non certo del tutto omogenee.
Pur tuttavia, come vedremo, nella discussione il criterio statistico divenne, soprattutto quando convenne, pure storico-geografico e richiamato da chi – non del tutto a torto – temendo che il fiorire delle richieste regionalistiche potesse frantumare l’unità del paese appena conquistata con la guerra di liberazione, preferì il rigido mantenimento delle suddivisioni regionali stabilite dai demografi. Fatte naturalmente salve le eccezioni dovute a ragioni di opportunità politica.
In ogni caso, il declassamento della Provincia fece lievitare il numero di proposte di istituzioni di regioni che s’aggiungevano a quelle previste dagli annuari statistici, che per la cronaca allora erano le seguenti: Piemonte, Lombardia, Venezia Tridentina (Trentino-Alto Adige), Veneto, Venezia Giulia, Liguria, Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzi e Molise, Campania, Lucania, Puglie, Calabrie, Sardegna e Sicilia.
Così, tra le tante, alla seconda sottocommissione arrivò anche la proposta d’istituzione della Regione Salento.
Ne fu relatore Codacci Pisanelli (DC), incaricato dalla sottocommissione stessa di riferire anche sulla proposta della Regioni Daunia.
Nella seduta pomeridiana del 16 dicembre 1946 ed in quella antimeridiana del giorno successivo, Codacci Pisanelli illustrò la proposta della regione salentina, non nascondendo di essere uno dei sette deputati della circoscrizione di Lecce, Brindisi e Lecce firmatari dell’istanza. Sebbene ne nominasse poi, oltre sé, solo altri cinque, vale a dire Beniamino De Maria (DC), Vincenzo Cicerone (Blocco Nazionale delle Libertà, d’ispirazione monarchica), Giuseppe Grassi (liberale), Luigi Vallone (liberale), Vito Mario Stampacchia (socialista), le successive votazioni avvenute in Assemblea evidenziarono che il settimo era Antonio Gabrieli (DC).
Erano in pratica quasi tutti deputati votati in prevalenza a Lecce, tranne proprio Stampacchia, eletto grazie ai voti ottenuti per quasi il 95% a Brindisi e Taranto. Degli altri eletti nella stessa circoscrizione salentina ci fu chi mantenne sempre le distanze dalla proposta — Alfonso Motolese (DC), Italo Giulio Caiati (DC), Giuseppe Ayroldi (Blocco Nazionale delle Libertà) e Pasquale Lagravinese (Blocco Nazionale delle Libertà) — senza però manifestare neppure dissenso, e chi, Ruggero Greco (PCI), la osteggiò in maniera palese, ma non dalle primissime battute.
La proposta tuttavia nacque in parte debole, sottoscritta com’era dai soli deputati leccesi, ma, almeno in prima istanza, godeva del vantaggio di non essere osteggiata dai democristiani e di non sollevare troppe critiche tra i comunisti. Il fatto che fosse stata sottoscritta da Codacci Pisanelli la salvaguardava da eventuali attacchi in massa dei democristiani eletti nelle circoscrizioni diverse da quella di Bari; l’appoggio incondizionato di Stampacchia serviva invece a smussare l’opposizione ideologica delle sinistre in genere e dei comunisti in particolare.
Infatti unica tra le proposte presentate ottenne anche l’espressione favorevole del deputato comunista Nobile, che per l’occasione si disallineò dalle posizioni di principio del suo partito, tanto da essere ripreso in maniera evidente da Terracini (PCI) il quale per l’appunto, riguardo tale intervento, osservò «che esso è in contrasto con quanto, in altre occasioni, lo stesso onorevole Nobile ha affermato a proposito delle varie disposizioni contenute nel progetto sulle autonomie locali».
La reprimenda servirà a far rientrare tra i ranghi il deputato Nobile che, al momento della votazione della proposta, a scanso di equivoci, dichiarerà espressamente di volersi astenere. Spontanea o meno che sia stata questa astensione, la proposta non sollevò se non l’opposizione d’un paio di deputati e la contrarietà di principio di Terracini (PCI). Per cui la seconda sottocommissione della Commissione dei 75 approvò l’istituzione della regione Salento, senza che fossero sollevati rilevanti ostacoli.
I primi problemi di fondo emergono però nel corso della stessa seduta, quando s’inizia a discutere la proposta di «costituire la Regione della Romagna e la Regione emiliano-appenninica» che, di fatto, significava spaccare in due l’Emilia e Romagna. Nel dettaglio s’intendeva unire la Lunigiana ed il porto di La Spezia alle province di Modena, Reggio, Parma e Piacenza, costituendo la Regione denominata a volte Emiliana-Lunense, altre Emilia-Appeninica, mentre le province di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì avrebbero costituito la regione Emilia e Romagna.
La proposta della Regione Emiliana-Lunense trovò favorevoli gli esponenti democristiani e fortemente contrari i comunisti che tentarono in tutti i modi di far rinviare la proposta senza però riuscirci. Dopo animata discussione, venne infatti approvata.
Il giorno successivo, 18 dicembre, esaurita la discussione su tutte le nuove proposte, risultano approvate le seguenti regioni: «Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli, Liguria, Emilia-Appenninica, Emilia e Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzi, Molise, Campania, Puglia, Salento, Lucania, Calabria, Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta».
A questo punto però si ravvisa necessario che sulle nuove proposte (vale a dire Molise, Salento, Emilia-Appeninica, Emilia e Romagna, Friuli) venga acquisito il parere alle amministrazioni comunali e provinciali interessate.
Sicché la seconda Sottocommissione, nell’approvare l’elenco delle regioni, «esprime il voto che le sue delibere relative alla costituzione di nuove Regioni… vengano comunicate ai Comuni, alle Deputazioni provinciali ed alle Camere di commercio delle Regioni nelle quali le Regioni costituende sono attualmente comprese, perché, volendo, esprimano su tali delibere il loro voto».

Poiché comunque i suddetti pareri non sono vincolanti, la costituzione della Regione salentina non pare debba correre soverchi pericoli, tant’è che uno dei proponenti, il deputato Stampacchia, è così certo della buona riuscita dell’iniziativa da darne comunicazione a tutte le autorità interessate la sera stessa del 18 dicembre.
Come conseguenza del parere espresso dalla seconda Sottocommissione, il 1° gennaio 1947 Saragat, presidente dell’Assemblea Costituente, trasmette così una circolare ai Comuni, alle Provincie ed alle Camere di Commercio chiedendo il loro parere ed i loro desiderata sulla costituzione delle nuove regioni. Quasi contestualmente ci fu un avvenimento politico di grande portata che avrebbe modificato i rapporti di forza nell’ambito della Costituente e le relative alleanze. Il 9 gennaio 1947 avviene infatti la scissione dei socialisti democratici dal PSIUP, e quindi dagli esponenti socialisti più favorevoli ad un’azione comune con i comunisti. Questo rese ancor più isolato il deputato Stampacchia, firmatario della proposta del Salento, all’interno del proprio gruppo e ne limitò ancor più gli spazi di manovra.
Il 1° febbraio 1947 la Commissione dei 75, in seduta plenaria, prese di nuovo in esame la questione delle nuove regioni.
Non erano ancora pervenute molte risposte alla nota di Saragat che ne giustificassero l’analisi, tuttavia la questione era stata sollevata dal deputato Grieco il quale aveva presentato un emendamento che stabiliva il riconoscimento unicamente delle regioni «secondo la tradizionale ripartizione geografica dell’Italia». Il che, in altri termine, era chiedere che il Friuli, il Molise, il Salento e l’Emilia-Lunense fossero depennate dall’elenco delle regioni da costituire.
Ora va ricordato che Grieco era stato eletto nelle liste del PCI nella circoscrizione salentina, grazie ad i voti ottenuti soprattutto a Brindisi e Taranto e che, oltre a non essere salentino, non s’era mai interessato più di tanto dei problemi del Salento.
Era evidente che il deputato si attenesse alla strategia imposta dal PCI, partito in linea di principio sinceramente preoccupato che si costituissero troppe regioni, ma, nel concreto, ben più angosciato che l’istituzione dell’Emilia-Lunense finisse per creare un forte dissenso nel resto della regione che, in quel periodo, costituiva il suo principale bacino di voti. Lo si capisce dal successivo intervento di Nilde Iotti (PCI) la quale, premesso che «non vuole neppure esaminare i casi delle Regioni del Friuli e del Salento che non conosce», si sofferma ad evidenziare la scarsa validità del progetto riguardante l’Emilia-Lunense.
Certo non esiste controprova, ma la sensazione è che, se la Commissione avesse respinto l’inserimento dell’Emilia-Lunense, probabilmente le altre proposte non avrebbero sollevato grossi brontolii. E, quindi, per il Salento sarebbe stata cosa fatta.
I firmatari della proposta salentina probabilmente non ebbero la stessa percezione, oppure pensarono che il tenere uniti gli interessi di tutti i proponenti le diverse nuove regioni fosse la migliore garanzia per far giungere in porto la loro proposta. E a conforto di questa loro strategia, va sottolineato che gli esponenti della DC erano in genere desiderosi di mantenersi equidistati da tutte le richieste, nel senso che erano propensi ad accettarle oppure a cassarle tutte. Lo si comprende dall’intervento di Aldo Moro (DC) il quale, per non «dar motivo a sospetti di simpatie per una Regione o per l’altra» propone di rinviare ogni decisione a quando si sarebbero acquisite le risultanze dell’indagine in corso presso le comunità interessate alle nuove istituzioni.
Naturalmente Moro, con questa sua proposta, intendeva implicitamente salvaguardare gli interessi di Bari — città designata quale capoluogo della Puglia e poco propensa a perder il controllo del Salento — e prendere tempo in modo da verificare se c’era la possibilità di trovare un accordo con i comunisti. Comunque sia, il suo intervento portò ad approvare il seguente ordine del giorno firmato, oltre che dallo stesso Moro, da Molè (Democrazia del Lavoro), Targetti (Psiup) e — guarda il caso — Nilde Iotti (PCI): «La Commissione dei 75, preso in esame il problema della istituzione delle nuove Regioni già approvate dalla seconda Sottocommissione, considerato che sono in corso accertamenti presso gli organi locali delle popolazioni interessate, sospende ogni decisione in merito, riservandosi di riprendere in esame il problema non appena in possesso degli ulteriori necessari elementi di giudizio».
Il rinvio sembrava ininfluente, eppure ebbe una conseguenza per nulla banale: la Commissione dei 75, conclusa la riunione del 31 gennaio, presentò il progetto di Costituzione all’Assemblea Costituente, la quale ne ritenne questo l’atto conclusivo. Considerò così esaurito il compito assegnato alla Commissione dei 75 e stabilì che le sue prerogative fossero assunte dal Comitato dei 18 che, avendo concretamente redatto il progetto, avrebbe potuto interloquire con maggior profitto con l’Assemblea Costituente.
Quindi fu il Comitato dei 18 ad essere incaricato di esaminare la documentazione che sarebbe giunta dagli organi locali delle zone interessate alle nuove regioni e, soprattutto, di decidere in merito. Considerato che in questo Comitato, c’erano Grieco, Togliatti e Moro, tutti potenzialmente ostili alla costituzione del Salento, c’era di che mettersi in apprensione. Tuttavia Codacci Pisanelli e Stampacchia, principali sostenitori del Salento, avevano validi motivi per non preoccuparsi: nel Comitato di redazione c’era Giuseppe Grassi, anch’egli firmatario della proposta e personaggio di tale spessore da dare le più ampie assicurazioni che nessuno avrebbe osato tentare dei colpi di mano, lui presente.
Le cose, però, presero una piega diversa e questa decisione si tramutò in un vero e proprio de profundis per le aspirazioni salentine. Il 31 maggio dello stesso anno Giuseppe Grassi dovette infatti dimettersi da componente del Comitato di redazione, in quanto chiamato a svolgere l’incarico di Guardasigilli nel IV governo De Gasperi, e così il Salento rimase senza difesa, in balia dei componenti contrari presenti nel Comitato.
Intanto, pochi giorni prima, il 27 maggio 1947, l’Assemblea Costituente aveva iniziato l’esame del Titolo V riguardante le autonomie locali. Sin dalle prime battute si ebbe la sensazione che le tendenze si fossero del tutto modificate e le province, sino ad allora ritenute inutili, tornarono a divenire all’improvviso necessarie. Il perché lo spiega il deputato Grieco: era una mossa strategica, il mantenere «in vita la Provincia farà cadere molte richieste giunteci da varie parti, per mettere in piedi le piccole Regioni».
In pratica, un primo passo per indebolire le proposte delle nuove regioni. Passo che si completò qualche giorno dopo (27 giugno), quando il comma già in precedenza approvato con la ripartizione della Repubblica «in Regioni e Comuni» venne così riformulato: «La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni».
Le province ritornano a far quindi parte dell’ordinamento.
Questa decisione fa perdere al Salento uno dei suoi sostenitori: il deputato leccese Cicerone il quale, contrario alle regioni e favorevole alle province, aveva inizialmente appoggiato il progetto della regione Salento solo perché le province erano state ridimensionate. Ora, il riportarle al loro ruolo originario, aveva fatto venir meno il motivo del suo appoggio.
A depotenziare ulteriormente le nuove proposte, fu presa, sempre nella stessa giornata del 27 giugno, la decisione di approvare l’autonomia speciale per il Friuli Venezia Giulia, che viveva momenti di particolare difficoltà, visti gli attriti con il governo jugoslavo.
In pratica il Molise, il Salento e L’Emilia-Lunense finirono per rimanere sempre più sole.
Pur tuttavia è quest’ultima regione ad essere il vero pomo della discordia. I comunisti non possono accettare che sia costituita: rappresenterebbe una sconfitta politica troppo cocente e dolorosa. I democristiani tuttavia la tengono in vita, almeno sino a quando non si voglia far decadere anche le altre nuove proposte. Come riferito, il loro obiettivo era di farle passano tutte o di non farne passare nessuna.
Quando l’Assemblea arriva a discutere finalmente sull’autonomia regionale è ormai estate avanzata e il deputato Fuschini, democristiano componente del Comitato dei 18, chiede il rinvio della discussione: «l’Assemblea è stanca del lungo lavoro fatto — credo che questa discussione, la quale riscalderà gli animi — perché si difendono interessi ritenuti legittimi per molti sensi — debba essere fatta in una situazione di quiete spirituale ed anche fisica». Il Comitato stesso aderisce compatto alla proposta Fuschini «allo scopo di evitare, in questo scorcio di lavori, una affrettata e non completa disamina del problema».
Se ne ritorna così a discutere il 29 ottobre 1947, quando il presidente Terracini, ricordato il rinvio deciso in luglio, fa leggere l’elenco delle regioni da costituirsi. Sorprendentemente, però, la lista risulta modificata rispetto a quella approntata dalla Commissione dei 75. Non compaiono infatti più il Salento e L’Emilia-Lunense mentre il Molise, la cui proposta nessuno osteggiava, viene inserita nella regione Abruzzi e Molise.
Cos’era successo?
Difficile dirlo con sicurezza: il Comitato dei 18 non verbalizzava le proprie sedute, affermando che lo faceva per garantire maggiore sollecitudine, a somiglianza dei padri fondatori degli Stati Uniti. Non risultano pertanto documentati i motivi che indussero il Comitato a depennare tutte le nuove regioni proposte.
Tuttavia essi sono facilmente desumibili, soprattutto leggendo gli interventi di chi, nella seduta pubblica della Costituente, difese a spada tratta questa poco democratica cancellazione.
Codacci Pisanelli, nel tentativo di non fare approvare l’elenco proposto dal Comitato, presentò insieme ad altri deputati un ordine del giorno – con primo firmatario De Martino – in cui si chiedeva di rinviare alla legge ordinaria (quindi in tempi successivi alla fase costituzionale) «il compito di determinare il numero delle Regioni, il loro nome, le rispettive delimitazioni territoriali ed i capoluoghi».
Come contromossa cinque componenti del comitato, tra i quali Grieco ed un altro esponente del PCI, proposero, con il pretesto che non si perdesse tempo a discutere sull’elenco nominale, che fossero costituite le sole «Regioni storico-tradizionali di cui alle pubblicazioni ufficiali statistiche». Il che comportava l’automatica cancellazione del Salento mai contemplato nelle Pubblicazioni statistiche ufficiali, come per altro il Molise e l’Emilia-Lunense.
Codacci Pisanelli pose a questo punto una questione di carattere pregiudiziale in quanto, a giusta ragione, riteneva che non rientrava nei poteri del Comitato dei 18 di modificare l’elenco già approvato dalla Commissione dei 75. Tuttavia, malgrado altri deputati appoggiassero la sua richiesta, il presidente Terracini (PCI) non ritenne di prenderla in considerazione. Non la pose pertanto in esame e tantomeno in votazione, lasciando che si discutessero unicamente i due ordini del giorno presentati da De Martino e Grieco.
Intervenne a questo punto Moro che preannunciò il suo e l’appoggio del gruppo democristiano all’ordine del giorno Grieco.
La discussione a questo punto s’infiammò e si protrasse sino all’ora di cena, senza che si trovasse un accordo. Fu richiesto un rinvio ma la DC ed il PCI si dichiararono contrari, perché, a loro dire, il momento politico imponeva che si giungesse con urgenza ad una decisione. In definitiva, dopo aver rimandato per mesi la questione, la consideravano all’improvviso talmente urgente da non accettare neppure un differimento di pochi giorni. Così riuscirono a far riprendere la seduta la sera stessa alle ore 21:35.
Alla ripresa dei lavori, gli esponenti della DC e del PCI, richiamando i motivi d’urgenza che rendevano improcrastinabile l’adozione dell’ordinamento regionale, posero la pregiudiziale sulla proposta De Martino. Infatti, a loro dire, questo ordine del giorno, differendo l’adozione delle regioni ad un momento successivo a quello costituzionale, rendeva di fatto inutili le decisioni già assunte in merito dall’Assemblea. In tal senso si espresse Piccioni, segretario politico della DC, il quale chiese espressamente che fosse posta ai voti la pregiudiziale sull’ordine del giorno De Martino.
A nulla servirono le proteste di chi sottolineava che non potevano esserci regioni “storico-tradizionali”, per il semplice motivo che esse non avevano mai fatto parte dell’ordinamento statale, e che erano la semplice espressione burocratica adottata a fini statistici. Né approdò a nulla l’intervento molto critico di Stampacchia il quale fece notare che quella «delle Regioni tradizionali e storiche, è una bella trovata, una fantasia di quanti vogliono soffocare» le aspirazioni popolari. Stampacchia fece pure presente che la cancellazione dall’elenco del Salento, del Molise e dell’Emilia-Lunense era stata compiuta «motu proprio» dal Comitato dei 18, neppure in una seduta ufficiale appositamente convocata ma «ad opera di quattro o cinque che si sono visti nel pomeriggio del 27 luglio di quest’anno».
A Stampacchia replicò con fermezza Togliatti il quale concluse il suo intervento dichiarando in maniera perentoria: «Vogliamo avere le Regioni costituite sulla base delle nostre decisioni nel più breve termine possibile: questa è la nostra aspirazione». Schierandosi così a favore della pregiudiziale Piccioni, che di fatto fu in definitiva sostenuta dalla DC, dal PCI e dai socialisti riformisti.
Posta in votazione a scrutinio segreto, la pregiudiziale fu approvata con 221 voti favorevoli ed 88 contrari. Saltava così l’ordine del giorno che avrebbe consentito di ridiscutere l’istituzione del Salento in una sede diversa da quella costituzionale, e rimaneva da votare solo quello proposto da Grieco che toglieva, invece, ogni speranza alla costituzione della regione salentina.
In conclusione, dopo un vano tentativo di Grassi di far rinviare la decisione ad altro momento, quand’era ormai notte fonda, l’ordine del giorno Grieco fu anch’esso posto in votazione a scrutinio segreto ed approvato con 203 voti favorevoli e 83 contrari.
Si approvò così la costituzione delle sole «Regioni storico-tradizionali di cui alle pubblicazioni ufficiali statistiche» ed il Salento rimase escluso in maniera definitiva.
Detto che, dei 556 componenti della Costituente, solo 286 avevano resistito sino alle prime luci dell’alba per decidere in merito, va anche sottolineato che, ironia della sorte, tanta fretta servì a nulla: le regioni rimasero bloccate per più di vent’anni e solo negli anni Settanta riuscirono a vedere la luce. La fretta si dimostrò invece funzionale all’accordo tra democristiani e comunisti, che, visti i tanti disaccordi esistenti su altri aspetti costituzionali, non avrebbe potuto reggere per troppo tempo. Evidente, inoltre, che fosse passata la linea democristiana del tutti o nessuno, alla quale i comunisti s’erano dovuti adeguare, pur di non vedere costituita l’osteggiata Emilia Lunense. E non fu questa una scelta indolore perché la stragrande parte dei costituenti riconosceva le buone ragione sia storiche, sia tradizionali del Molise a non essere inserito con gli Abruzzi. Non a caso, per tacitare anche chi all’interno della DC e del PCI trovava assurda la bocciatura della proposta molisana, fu prevista una corsia preferenziale che avrebbe consentito il futuro distacco del Molise dagli Abruzzi. Possibilità che appunto si concretizzò qualche anno dopo (1963).
Nessuna ciambella di salvataggio fu invece prevista per il Salento che, quindi, finì per essere l’unica vittima dell’accordo che rappresentò il primo esempio tangibile della politica delle “convergenze parallele” tanto cara agli esponenti della sinistra DC. Ciò detto, non si può tuttavia tacere che la proposta era di per sé debole, non godendo dell’unanime consenso delle cittadinanze coinvolte.
Codacci Pisanelli, nel presentarla, si dimostrò lungimirante nel prevedere che le aspirazioni di sviluppo del porto di Brindisi sarebbero state mortificate dalle esigenze del porto di Bari che, inevitabilmente, avrebbe fatto sempre la parte del leone nella destinazione di fondi e di risorse. Lo sottolineò più volte, nella speranza di coinvolgere i deputati eletti grazie ai voti dei Brindisini, vale a dire Caiati, Lagravinese e Ayroldi.
I suoi tentativi si dimostrarono vani.
I tre politici “brindisini” si guardarono bene dal farsi coinvolgere e rimasero alla finestra, senza mai intervenire, in un senso o nell’altro, nel corso del lungo dibattito. Per cui il sospetto che il loro elettorato, e quindi i Brindisini che li sostenevano, non dovessero nutrire particolare interesse per la questione, è più che legittimo. D’altra parte quale fosse la predisposizione delle autorità cittadine per la proposta, la si può desumere dai risultati del sondaggio effettuato dalla Commissione dei 75.
Il Salento ottenne il plebiscito delle comunità leccesi (73 voti favorevoli ed 1 voto contrario) mentre tiepide si mostrarono quelle brindisine (7 voti a favore, 7 contrari e 6 Comuni che non risposero nemmeno) e le Tarantine (8 a favore, 8 contrari e 3 mancate risposte).
C’è infine da ricordare che la Deputazione provinciale brindisina dapprima espressasi a favore della regione Salento, dopo poco, al termine d’un convegno sul tema “Ente Provincia ed Ente Regione”, si pronunciò contro l’istituzione dell’ente regione, perché favorevole al potenziamento dell’ente provincia.
In definitiva, le autorità brindisine e tarantine non seppero con chi schierarsi, temendo forse ancor più il predominio di Lecce che quello di Bari.
Queste prese di posizione non certo favorevoli andrebbero magari ricordate, quando periodicamente si torna a discutere del Salento o del Grande Salento, ripercorrendo quei giorni in cui non si seppe sfruttare una situazione davvero propizia.
Certo l’accordo tra democristiani e comunisti pesò molto sul fallimento del progetto ma ci sono buoni motivi per credere che tale intesa non si sarebbe neppure realizzata, se le autorità ed i politici salentini avessero manifestato un appoggio appena solidale all’iniziativa.

















