I Borbonici confederati lanciano sassi nella Seconda Battaglia di Bull Run 1862

di Gianfranco PERRI

Una pagina abbastanza poco conosciuta della storia d’Italia, dell’Italia meridionale, corrispondente all’immediato dopoguerra unitario – quello cioè successivo alla spedizione dei Mille ed alla conseguente annessione de regno di Napoli a quello di Sardegna per poi costituire il nuovo regno d’Italia – racconta che nel 1861, all’indomani della disfatta, quasi duemila reduci del disciolto esercito del regno delle Due Sicilie si trovarono a dover combattere per un altro Sud, quello della Confederazione americana d’oltre l’Atlantico, dove proseguirono la loro guerra contro altri Nordici e dove s’imbatterono in una nuova catastrofica sconfitta.

La storiografia, conseguenza inevitabile dell’assioma “la storia la scrivono i vincitori”, nel contesto di quella famosa lunga e sanguinosissima guerra, si è occupata con relativa prolificità degli italiani combattenti tra le fila nordiste dell’Unione e così, molti dei loro nomi e delle loro gesta sono facilmente reperibili nella copiosa bibliografia inglese e italiana dedicata alla Guerra civile – o di secessione – americana. A cominciare da quanto relativo all’eventuale ingaggio, finalmente non concretizzatosi, dello stesso Giuseppe Garibaldi da parte del presidente americano Abraham Lincoln. Sui combattenti italiani tra le fila sudiste della Confederazione invece, si è scritto molto meno, anzi veramente ben poco, e così i loro nomi, pur abbastanza numerosi, e le loro gesta, pur spesso meritorie, hanno ricevuto molta poca attenzione e ancor minore diffusione, rischiando pertanto di rimanere arroccati per sempre nel dimenticatoio della storia.

Un dipinto raffigurante la nave Alabama

Venerdì 12 aprile 1861 scoppiò in America la guerra fra nordisti e sudisti, ovvero e per semplificare, fra gli yankees degli stati antischiavisti dell’Unione nordista e i dixies degli stati schiavisti della Confederazione sudista. Il conflitto deflagrò quando – casus belli – l’artiglieria sudista aprì fuoco per impedire il rifornimento del presidio nordista di Fort Sumter, vicino Charlotte in Carolina del Sud.

Mentre nel Nord i volontari italiani che decisero di andare a combattere quella guerra si arruolarono perlopiù nell’unità che fu popolarmente chiamata Garibaldi Guards, nel Sud la maggior parte dei combattenti italiani si arruolarono in Luisiana, molti di loro nella Garibaldi Legion al comando del maggiore Gianbattista Della Valle che poi, agli ordini del capitano Giuseppe Santini, nel 1862 divenne la European Brigade del 6° Louisiana Infantry Regiment; e alcuni altri si arruolarono nel Bourbon Dragoons Battalion del 5° Louisiana Cavalry Regiment. A quel tempo, infatti, così come nel Nord dell’America lo era New York, tra gli stati del Sud il porto principale di approdo per gli emigranti italiani era quello di New Orleans, città in cui il censimento del 1860 aveva registrato 900 residenti italiani, quasi il 10% dei 10.000 totali registrati su tutto il territorio degli S.U..

Allo scoppio della guerra, quei primi volontari italiani arruolatisi nelle fila dei confederati – poche centinaia – furono gli immigrati ed i loro discendenti, ma poco dopo il loro numero crebbe notevolmente con l’arrivo dal Sud d’Italia di più di un migliaio di nuovi combattenti: ex soldati del disciolto esercito borbonico appena sconfitto in patria da Garibaldi e dai Piemontesi. E fu proprio con il loro arrivo e dopo le loro reiterate proteste che fu eliminata l’intitolazione a Garibaldi della già citata unità dei combattenti italiani.

Oltre che nella European Brigade e nel Bourbon Battalion, gli ex soldati borbonici furono inquadrati nella Compagnia I del 10° Louisiana Infantry Regiment e nella Compagnia H del 22° Louisiana Infantry Regiment. E comunque, molti altri italiani, sia residenti americani che ex soldati borbonici, furono distribuiti tra quasi tutti i trenta reggimenti confederati della Louisiana e nel corso della lunga guerra molti di loro passarono da un reparto all’altro in seguito al susseguirsi di scioglimenti e formazioni di unità combattenti.

Ma come e perché quasi duemila ex soldati borbonici finirono a combattere in America? Ebbene, furono reclutati da un ufficiale confederato con il benestare del governo piemontese interessato a liberarsi di parte dei tantissimi prigionieri mantenuti in custodia dopo aver vinto la guerra contro i Borboni delle Due Sicilie. L’origine della presenza di molti dei numerosi soldati del disciolto esercito borbonico nelle file confederate è infatti riconducibile alla relazione personale tra il generale Giuseppe Garibaldi e Chatham Roberdeau Wheat, un avventuriero ed ex capitano dell’esercito degli Stati Uniti originario della Virginia che aveva conosciuto Garibaldi a New York nel 1850 e che, recatosi poi in Italia, aveva partecipato alla campagna per la conquista del Sud, nella battaglia del Volturno con  il grado di generale conferitogli dallo stesso Garibaldi.

Gli Zuavi di Avegno alla Battaglia di Perryville 1862

Le attività per il reclutamento iniziarono subito dopo, già nell’ottobre del 1860, con l’arrivo di Chatham Roberdeau Wheat a Napoli, accompagnato ed assistito dal capitano Bradford Smith Hoskiss, veterano dell’esercito britannico. Wheat chiese a Garibaldi di poter reclutare prigionieri e sbandati dell’esercito borbonico da inviare a combattere in America e Garibaldi, alle prese con l’enorme problema rappresentato dal crescente numero di prigionieri proveniente dai campi di battaglia, acconsentì. In quel momento i prigionieri borbonici erano in gran numero tanto che era stata perfino avanzata l’ipotesi di deportarli in Australia.

E così, con l’avallo del governo piemontese venne incaricato Liborio Romano, l’ex ministro degli Interni del regno delle Due Sicilie che aveva cambiato bando, di assistere il Capitano Hoskiss nelle operazioni di reclutamento. Specificamente, in quella prima occasione si trattò di alcune decine veterani, tutti soldati borbonici che erano stati fatti prigionieri nella battaglia del Volturno, i quali accettarono posti davanti all’alternativa di essere internati nelle carceri piemontesi oppure di arruolarsi volontariamente nell’esercito piemontese, che dopo la frettolosa liquidazione delle forze garibaldine aveva assunto il completo controllo del potere civile e militare del Meridione.

In seguito, a partire dal dicembre del 1860 e per i primi mesi del 1861, si è stimato che all’incirca 1.800 ex soldati borbonici furono trasportati a New Orleans con varie navi salpate da Palermo o da Napoli: Elisabetta, Utile, Olyphant, Charles & Jane, Washington e Franklin. Le navi giunsero a New Orleans tra gennaio e maggio del 1861, prima che il blocco navale del Nord riducesse considerevolmente il traffico di bastimenti nei porti del Sud e prima che le partenze venissero sospese del tutto a seguito della protesta al governo di Cavour del console statunitense a Napoli, Joseph Chandler.

Tutti quei volontari italiani furono utilizzati principalmente in attività di polizia locale ed ebbero modo di distinguersi nel controllare la città, proteggendone i beni e gli abitanti, specialmente tra il 25 e il 30 aprile 1862, allorché New Orleans fu abbandonata dalle truppe sudiste ed occupata da quelle nordiste. Poi, nei seguenti giorni del mese di maggio, tutte le unità straniere confederate della Luisiana furono sciolte, ed allora quasi tutti gli italiani – ex soldati borbonici ed immigranti – che ne avevano fatto parte, si aggregarono alle varie altre unità sudiste ancora combattenti, privilegiando quelle due in cui erano già presenti altri soldati italiani.

Alcuni di loro andarono a combattere nel poi divenuto famoso 10º Regiment Louisiana Infantry, chiamato anche Legione Straniera di Lee, organizzato a Camp Moore dal colonello Mandeville De Marigny. Un reggimento che includeva stranieri di 22 nazionalità ed era composto da due compagnie di cittadini della Louisiana, cinque di Irlandesi, una di Francesi e Tedeschi, una di Ispanici e una, la Compagnia I, a maggioranza italiana. E così quella compagnia, con i nuovi arrivati e con lo scioglimento della European Brigade divenne, nello schieramento confederato, l’unità con la maggior presenza di soldati italiani. Questo reggimento, inviato in Virginia, si era molto presto guadagnato fama di unità particolarmente valorosa. Con un ruolo primario nella Prima battaglia di Bull Run combattuta il 21 luglio 1861, aveva ottenuto una contundente vittoria sulle truppe nordiste. E stesso risultato lo riottenne nel 1862, nella Seconda battaglia di Bull Run combattuta dal 28 al 30 agosto in cui, rimasti a corto di pallottole, gli ex borbonici della Compagnia I si distinsero per aver continuato a combattere lanciando sassi contro il nemico. L’episodio divenne uno tra i più famosi della guerra civile americana e fu anche ritratto da alcuni pittori.

Qualche mese prima, il 25 maggio 1862, il reggimento era intervenuto anche nella Prima battaglia di Winchester e in quell’occasione aveva messo in fuga le truppe unioniste. E dopo, nella battaglia di Harpers Ferry del 15 settembre 1862, il 10º fece prigioniera un’intera guarnigione nordista di ben 12.000 uomini, e tra quelli anche buona parte dei combattenti unionisti italiani del 39º New York Infantry Regiment. Quando a fine battaglia venne concordato lo scambio dei prigionieri, quelli italiani del 39º New York furono scortati da quelli del 10º che li avevano catturati. Il comandante generale Stonewall, vedendoli sfilare, chiese allora al capitano Santini chi fossero quegli italiani con le piume in testa che indossavano la divisa blu nordista. “Sono yankees homemade – fatti in casa” fu l’ironica risposta. In seguito, il 10º Regiment Louisiana Infantry partecipò a tutta un’altra serie di altri scontri finché, alla fine della guerra, in Appomattox, ricevette l’onore delle armi dal generale Grant. Aveva un totale di 976 effettivi nel 1861, e nel corso delle tantissime battaglie sostenute restò del tutto falcidiato nei ranghi, tanto che al momento della resa del generale Robert Lee ad Appomatox, il 10 aprile 1865, restavano solo 18 sopravvissuti, fra cui Salvatore Ferri, nativo di Licata – già soldato dell’esercito borbonico – unico sopravvissuto della Compagnia I, quella composta maggioritariamente da italiani.

L’altra unità confederata in cui convogliarono molti degli italiani, sia ex soldati borbonici che immigrati, fu la Compagnia H del 22° Regiment Louisiana Infantry che l’8 aprile 1864 partecipò al vittorioso scontro di Mansfield vicino Sabine Crossroad in cui proprio i soldati della Compagnia H si distinsero per il grande valore. Il 22º continuò a combattere anche dopo la capitolazione di Lee, fino alla resa definitiva del comandante generale Edmund Kirby Smith, uno degli ultimi confederati a capitolare, avvenuta il 26 maggio 1865 a Shreveport. Il generale Smith prima di arrendersi bruciò tutti gli incartamenti del 22° Louisiana Infantry Regiment e pertanto non si sono conservati documenti alcuni relativi ai suoi numerosi soldati italiani.

Quali allora i nomi degli italiani che combatterono da Sudisti quella guerra americana? Eccone alcuni pochi:

Quando nell’aprile del 1862 fu catturata New Orleans dall’esercito nordista dell’Unione, al momento della dismissione delle brigate dell’European Legion, per i componenti della brigata italiana furono registrati 341 nomi. L’elenco originale è custodito negli archivi della New Orleans Public Library ed è consultabile online. Tutti i nomi sono accompagnati dal grado militare e in alcuni casi dal domicilio – quest’ultimo per alcuni degli italiani già residenti in Luisiana al momento dello scoppio della guerra – mentre i nomi senza il domicilio di certo appartengono in buona parte ad ex soldati borbonici. Tra gli ufficiali: il colonnello Giuseppe Della Valle; il maggiore Gianbattista Della Valle; i capitani Giuseppe Paoletti, Enrico Piaggio e Giuseppe Villiot; e i tenenti Angelo Anselmi, Giuseppe Mizzi, Vincenzo Pappalardo, Dario Piaggio, Ferdinando Pini, Angelo Socola, Luigi Torre e Rosolino Tramontano; poi i diciassette sergenti, quindi i diciassette caporali e i 294 soldati semplici.

Pierluigi Rossi si è dedicato a ricercare e classificare i nomi dei soldati italiani che militarono negli altri reparti confederati e li ha poi pubblicati in una pagina web. Per alcuni dei nomi, oltre che il grado militare è indicata anche la città o regione italiana d’origine: 159 nominativi appartengono al Bourbon Dragoons Battalion del 5º Louisiana Cavalry Regiment: i capitani Tommaso Avendano, Giovanni Brunosso e Giuseppe Santini, il già citato ufficiale poi divenuto comandante della European Legion; i tenenti Carlo Antonini, Ernesto Baselli, Liborio Dura, Antonio Lanata, Ulisse Marinoni e Polo Rivera; sei sergenti, tre caporali e 141 soldati semplici. 48 nominativi corrispondono a soldati italiani confederati arruolati nei vari altri reparti delle brigate europee. 216 nominativi appartengono agli italiani arruolati in varie unità di fanteria di artiglieria e di cavalleria, tra quelli, gli ufficiali: colonnello Gaspare Tagliaferro; maggiore Leone Batoli; i capitani Giovanni Carrico, Fulvio Trapani, Andrea Veroni, Giovanni Viglini, Ugo Larossini e Giacomo Lupo; i tenenti Liborio Caspari, Fulvio Costanzi, Alfonso Molinari e Antonio Lacomero. 55 nominativi infine, sono quelli del 10° Louisiana Infantry Regiment: il capitano Carlo Fassadalto, il sergente Francesco Brescianini e il già citato soldato Salvatore Ferri, l’unico superstite della Compagnia I alla resa del generale Robert Lee.

Raffaele Agnello, il secondo nel registro dei 341, esperto uomo d’armi dell’esercito borbonico, dapprima entrò nell’Italian Guards Battalion del 6° Reggimento ed in seguito fu arruolato nell’esercito regolare confederato, 3ª Compagnia del 7° Louisiana Infantry Regiment. Sopravvisse alla guerra e si stabilì a New Orleans.

Angelo Anselmi è il numero 9 del registro dei 341. Soldato di professione appartenente ad una famiglia di contadini della provincia di Bari, dopo la disfatta dell’esercito borbonico prese la via dell’esilio e fu imbarcato con altri commilitoni verso New Orleans. Fu arruolato con il grado di sottotenente nell’esercito confederato e venne inquadrato nella 4ª Compagnia del 6° Reggimento. Angelo fu accompagnato dal fratello Pietro – il numero 11 del registro – che fu arruolato nella 2ª Compagnia nello stesso reggimento con il grado di sergente e dal fratello minore Giovanni Battista – il numero 10 del registro – soldato semplice della 1ª Compagnia.

Il numero 99 del registro dei 341 è Francesco D’Angelo, nato a Salerno nel 1843, ex soldato delle Due Sicilie, costretto ad arruolarsi nelle fila dell’esercito confederato. Piccolo di statura, di carnagione olivastra e capelli neri, mostrò una notevole dose di audacia e coraggio, che evidenziò durante le varie battaglie alle quali partecipò, guadagnandosi la fiducia degli ufficiali. Nel novembre del 1864 gli fu comandato di scortare un gruppo di prigionieri e durante il tragitto fu intercettato da una colonna di cavalleggeri nordisti che lo catturarono e lo rinchiusero nella famigerata fortezza di Martinsburg. E Francesco, la stessa notte, con un abile stratagemma riuscì ad evadere ed a raggiungere il suo reparto. Alla fine della guerra fu congedato con il grado di sergente e si stabilì in Virginia come impiegato al Ministero dell’Agricoltura e, pensionato, nel 1929, morì.

Il numero 283 del registro dei 341 è Donato Scontrino, figlio di contadini della provincia di Foggia che, giunto volontariamente da emigrato in Louisiana nel 1860 poco prima dello scoppio della guerra, condivise il destino di parecchi degli ex soldati dell’esercito borbonico. Arruolatosi nell’Italian Battalion Louisiana Militia, fu inquadrato come fante nella 3ª Compagnia. Alla fine della guerra prestò giuramento all’esercito dei riunificati Stati Uniti e fu arruolato, come marinaio, su una nave da guerra statunitense.

Altri pochi nomi di emigranti italiani – ante bellum – combattenti nelle file confederate sono pervenuti da fonti differenti, le più disparate. Emblematico, anche per il suo cognome, fu un Garibaldi, Gianbattista, che militò come sergente confederato nella compagnia C del 27° Virginia Infantry Reggiment. Nato nel 1831 a Lavagna in provincia di Genova, emigrato negli States nel 1858, si arruolò, sopravvisse alla guerra, e rimase in America. Morì il 28 ottobre del 1921 e volle essere seppellito vicino al generale Lee, nel cimitero monumentale di Lexington. È passato alla storia per le sue numerose lettere scritte in italiano dai vari fronti di guerra alla fidanzata, poi moglie: uno spaccato interessantissimo della guerra vista con gli occhi acuti di un soldato italiano.

Altri due combattenti liguri furono Giovanbattista Vaccaro e Anatole Placido Avegno. Il primo, nato vicino Genova, giunse nel Tennessee nel 1851 e allo scoppio della guerra si arruolò nel 3° Tennessee Cavalry Reggiment. Sopravvisse alla guerra e morì già settantenne a Memphis, nel 1919. Avegno invece, è una località ligure prossima a Genova e da lì emigrò Giuseppe Avegno alla volta di New Orleans. Ebbe 10 figli, uno dei quali, l’avvocato ventiseienne Anatole Placido, formò un battaglione multietnico di volontari di fanteria che costituì il primo nucleo del 13° Louisiana Infantry Reggiment. Con il grado di maggiore comandò il suo battaglione divenuto celebre col nome Avegno’s Zouaves e il 7 aprile 1862 partecipò alla battaglia presso Fort Donelson Shiloh, una delle più sanguinose della guerra, combattendo strenuamente e subendo numerose perdite. Lo stesso maggiore Avegno fu colpito e subì l’amputazione della gamba, morendo qualche giorno dopo.

Giuseppe Bixio, padre gesuita confederato

E ancora un ligure – in effetti tra gli italiani del settentrione, sono proprio i liguri ad essere maggioranza assoluta tra gli emigranti giunti negli stati sudisti d’America – ed ancora un altro cognome emblematico, Giuseppe Bixio, fratello del famoso generale garibaldino. Giuseppe, da sacerdote gesuita andò a fare il missionario negli Stati Uniti e allo scoppiò della Guerra di secessione si arruolò come cappellano militare nell’esercito confederato. Da capitano e per le sue spericolate azioni condotte fin tra le file nemiche, divenne presto una specie di leggenda vivente per i soldati sudisti. L’episodio più clamoroso, nel 1864, nella Atlanta assediata dai nordisti, travestito da cappellano dell’Unione passò le file nordiste e, ingannando il generale Sherman in persona, trafugò un ingente carico di vettovaglie portandolo nella città assediata. Sopravvisse alla guerra e processato, si salvò dimostrando di aver sempre operato soccorrendo i feriti, indistintamente sudisti e nordisti.

Anche Angelo Vaccaro, nato a Trani nel 1837 e già soldato dell’esercito borbonico, fu tra coloro che prima dello scoppio della guerra s’imbarcarono volontariamente per l’America e raggiunse un suo fratello che era precedentemente emigrato a Menphis. Successivamente, si arruolò nelle schiere confederate e fu inquadrato nella Compagnia B del 3° Tennessee Cavalry Reggiment, reparto d’élite che partecipò a varie battaglie, tra cui quella di Shiloh. Per il meritorio comportamento nella battaglia di Munfreesboro, ottenne il grado di sergente. Ferito in modo serio nella battaglia di Chicamauga, trascorse diverse settimane in ospedale e poi, in battaglia nei pressi di Franklin, fu fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Nashville. Lì gli fu offerta la libertà a condizione di prestare giuramento di fedeltà all’esercito nordista, ma rifiutò e venne internato nelle prigioni di Camp Chase in Ohio, dove vi rimase sino alla fine delle ostilità. Quindi si fermò negli Stati Uniti, si stabilì a Front Row, sposò Celestina Sturla e divenne padre di cinque figli.

Carlo Patti, di famiglia siciliana, era nato a Madrid nel 1842, dove suo padre tenore e sua madre soprano si erano trasferiti per il loro lavoro. La sorella Adelina divenne una famosissima soprano e anche lui studiò musica al conservatorio e divenne direttore d’orchestra. La sua famiglia emigrò poi negli Stati Uniti e quando scoppiò la guerra civile abitava nel Tennessee. Carlo si unì ai Maury Rifles, i confederati comandati dal capitano John G. Anderson, e rimase con la compagnia fino a Shiloh, e poi passò al Signal Corps. Sopravvisse alla guerra, ma morì ancora giovane in Francia nel 1873 e fu sepolto nel mausoleo di famiglia a Saint Luis nel Missouri.

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Pur se i nomi italiani rintracciati finora son parecchi – 825, con qualche duplicato e più di qualche cognome distorto nel corso delle trascrizioni – quelli dei quasi 2.000 ex soldati borbonici confederati pervenuti continuano ad essere una minoranza, probabilmente meno di una quarta parte del totale. Eppure, che siano conosciuti o meno, forse poco importa: di certo sono nomi di uomini comuni, meridionali semplici, soldati, alcuni dei quali riuscirono a sopravvivere – pochissimi rientrarono in Italia e gli altri faticosamente si costruirono una nuova vita in America – mentre i più caddero forse inconsapevoli del loro ruolo e finanche della stessa realtà storica che gli era toccato – in cattiva sorte – di vivere.

Quei pochissimi nomi degli ex soldati borbonici deportati e qui commentati senza che per nessuno di loro ci sia un volto da mostrare o una storia particolareggiata da raccontare, come anche tutti gli altri loro nomi rintracciati intercalati con quelli degli italiani precedentemente emigrati e qui non commentati e, infine, tutti quei loro nomi ancor più numerosi rimasti del tutto sconosciuti, rappresentano diretta e indirettamente tutto ciò che resta della realtà tragica di questa parte molto poco nota della nostra storia.

«La storia di quei tanti italiani comuni le cui vicende terrene dipesero da interessi e forze più grandi di loro. Uomini comunque sorretti dalla loro dignità, sfruttata e spesso offesa dalle miserie umane. Uomini sconfitti, come i due mondi per i quali si batterono; uomini che si salvarono o che, in gran numero, perirono; uomini che in ogni caso morirono due volte: in patria prima e lontano dalla loro patria dopo. Uomini a cui rendere, almeno in sede storica, l’onore delle armi; uomini di cui rispettare il ruolo – pur se sempre e tenacemente dalla parte perdente – ricoperto nel divenire storico e nella costruzione di questo nostro mondo, pur se attraverso la stesura di pagine cruente della civiltà umana». [P. Greco]

Si tratta, infine, di una storia di speranze e di sconfitte, di illusioni e di frustrazioni, di infelice coraggio, di libertà inseguite e mai abbracciate; una storia di uomini trovatisi a calcare il palcoscenico delle umane vicende dalla parte perdente; una storia di italiani, di italiani meridionali prigionieri del proprio destino, un destino piagato dalle asprezze di una vita vissuta in un tempo particolarmente sfortunato, una vita iniziata in una terra bella ma al contempo maltrattata da quella storia, lontana e forse non ancora del tutto superata: terra di Sicilia e di Calabria, di Campania e di Puglia: da Foggia a Trani e da Bari alla Terra d’Otranto, come allora si chiamava questa nostra terra dell’estremo levante peninsulare.

Gianfranco PERRI
Brindisino, professore universitario e ingegnere progettista di gallerie. Appassionato studioso, scrittore e divulgatore della Storia di Brindisi, autore di numerosi articoli e vari volumi di storia brindisina. Residente a Miami, ma fedele e assiduo frequentatore di Brindisi e del Salento.