di Gianfranco PERRI
Correva l’anno 1656 e nei primi giorni di marzo scoppiò una terribile peste a Napoli, che ne risultò decimata. La peste durò all’incirca diciotto mesi e tutte le dodici province peninsulari del regno furono presto infettate, meno solo quella di Terra d’Otranto.
All’interno del Regno di Napoli la prima località a essere colpita in pieno fu la capitale e il morbo, che molto probabilmente giunse a Napoli via mare, si diffuse rapidamente in tutta la città, favorito dal grave ritardo con cui i governanti riconobbero il carattere contagioso della malattia e adottarono provvedimenti. Così, l’epidemia infuriò a Napoli e nel resto del regno fino all’agosto successivo, anche se già l’8 dicembre del 1656, festa dell’Immacolata, la capitale fu dichiarata ufficialmente libera dalla peste; ma le paure e anche le restrizioni, di fatto, non cessarono.
Frattanto l’epidemia dalla capitale si era già ampiamente propagata in tutto il regno, con molti napoletani che si erano allontanati mentre a nulla erano servite le disposizioni volte a limitare i movimenti di individui non autorizzati sul suolo meridionale: il cordone sanitario, imposto intorno alla capitale al fine di vietare l’ingresso e l’uscita dal centro cittadino a chiunque fosse sprovvisto dei bollettini di sanità, venne continuamente violato, spesso e volentieri con la complicità non certo gratuita degli stessi ufficiali incaricati di controllarne l’osservanza.
Così, già nell’estate del 1656 il morbo aveva attaccato le numerose province meridionali. Sul versante adriatico in particolare, dalle vicine province infette di Contado di Molise e Principato Ultra, la peste aveva colpito anche la Puglia e il morbo era penetrato in Capitanata ed aveva poi attaccato anche Terra di Bari.
La peste però risparmiava completamente Terra d’Otranto, l’unica provincia del regno che, “grazie a un efficiente sistema di controlli predisposti a livello provinciale e nonostante la fuga di individui dalla capitale infetta, riuscì a preservarsi”. [Peste demografia e fiscalità nel Regno di Napoli del XVII secolo – I. Fusco, 2007]. Alla fine di quell’epidemia, e alla fine dei conti, il tasso complessivo di mortalità per l’intero regno è stato recentemente stimato, con un totale di 1.250.000 vittime, aver superato il 40%. [La peste del 1656-58 nel Regno di Napoli: diffusione e mortalità – I. Fusco, 2009].

In quel contesto altamente epidemico in cui le notizie, oggettivamente terrificanti, si spargevano in tutto il regno a macchia d’olio alla stessa velocità dell’infezione, non ci dovette esser certo bisogno di ricorrere a troppa immaginazione né a troppa persuasione affinché dal capoluogo Lecce si diffondesse a tutta la popolazione della provincia, Brindisi inclusa, la convinzione che fosse stato “per l’intercessione di Sant’Oronzo ed altri santi protettori che tutta la sola Terra d’Otranto fosse rimasta miracolosamente libera dal contagio”. E così, il farmacista Carlo Stea, che per quell’epoca – tra il 1657 e il 1658 – era sindaco di Brindisi, offrì inconsultamente alla città di Lecce i pezzi della colonna romana crollata centotrenta anni prima, affinché li si usassero per erigere una colonna su cui apporre una statua di Sant’Oronzo, in segnale di devozione e di riconoscimento per la grazia ricevuta.
E così effettivamente avvenne. E così i cronisti e gli storici leccesi l’hanno raccontata da allora e la raccontano tuttora, magari in franca buona fede e magari anche elogiando la spontaneità di quel gesto dei Brindisini, e comunque sempre pronti a sottolinearne l’assoluta – ed in effetti oggettivamente certa – legittimità.
La realtà storica, tuttavia, fu un po’ diversa: il nuovo sindaco entrato in esercizio nel maggio 1568, Giovanni Antonio Cuggió, non volle acconsentire ad avallare quell’offerta del suo predecessore. E anche il seguente sindaco, Carlo Monticelli Ripa, restò opposto all’idea e a fronte delle insistenti richieste che provenivano da Lecce, accordò inviare a Napoli, al viceré Gaspar de Bracamonte, la supplica di annullare la disposizione già emanata di consegnare i pezzi della colonna crollata alla città di Lecce; ma purtroppo non ci fu nessun riscontro a quella supplica.
«Il 2 novembre 1659, avendo ricevuto la città ordine dall’Eccellenza del Regno per la consegnatione delli pezzi della caduta colonna alla città di Lecce, stante la privatione di una cosa sì importante a questa città, fu proposto cercar dal reverendo procuratore don Carlo d’Arsenio canonico la difesa di causa sì importante. Et per esso reverendo capitolo unanimiter et pari voto fu concluso che si dovesse inviare corriero a posta in Napoli a monsignor nostro arcivescovo con supplicarlo d’avanzar ordine in contrario del signor vicirè, con farli buoni al procuratore il dispendio che farà in trovare il corriero dove è necessario e stantiarlo come meglio potrà, et sic conclusum die et anno ut supra». [Cronaca dei Sindaci di Brindisi 1829-1787 – P. Cagnes & N. Scalese]

Al nobile Carlo Monticelli Ripa succedette come sindaco di Brindisi il notaio Andrea Vavotico il quale, previo ordine perentorio ricevuto dal governo di Napoli, dovette consegnare a malincuore i sette pezzi con incluso il capitello: correva l’anno 1661 e i Leccesi impiegarono un anno intero e continuo per trasportarli, deteriorandone parte di essi e, inoltre, rompendo irreparabilmente il capitello di cui presto si perse ogni traccia, mentre i rocchi dovettero essere sostanzialmente rastremati per eliminarne i danni procurati dal crollo e molto probabilmente anche dall’accidentato trasporto.
I lavori per la collocazione della colonna nella piazza principale di Lecce furono ultimati nel 1686, con l’erezione di una statua di Sant’Oronzo alta quattro metri, eseguita in legno veneziano ricoperto di rame. Durante i festeggiamenti del santo nell’agosto del 1737, un razzo colpì e bruciò la statua che in seguito venne totalmente rifatta, con ossatura di legno rivestita in bronzo, e ricollocata sulla colonna nel 1739. Qualche anno fa, la statua è stata rimossa per poterla sottoporre a radicale restauro e si è ancora in attesa della sua risistemazione sulla sommità della colonna, anzi, in attesa della risistemazione di una sua copia, perché si è deciso conservare l’originale in un luogo protetto da ulteriore deterioro.

«Per la colonna romana in piazza Sant’Oronzo si prospetta il proseguimento di un lungo periodo di impacchettamento, inutile e dannoso in quanto ne nega la visibilità e fruibilità. È assurdo che questa sia una variabile dipendente del restauro della statua. Ne viene sminuita l’importanza: il monumento viene così ancor più ridotto solo alla funzione di basamento per la statua. È assurdo che il principale monumento romano presente in città, pur se traslato da Brindisi, sia così sminuito nella sua importanza rispetto alla statua del ‘700, ancorché del Santo Patrono di Lecce. Ciò denota una inadeguata attenzione culturale dei beni presenti in città, con conseguente mancata valorizzazione. È pertanto auspicabile rimuovere teloni e impalcature che impediscono di poter apprezzare una delle due colonne terminali della via Appia; aspetto che andrebbe evidenziato, esaltando così l’importanza del monumento, che finora è stata ignorata». [M. Fiorella & G. Seclì, Lecce 2019]
Finalmente, da pochissimo, la famosa colonna romana di Brindisi, nella piazza di Sant’Oronzo a Lecce è stata nuovamente esibita dopo il lunghissimo restauro.
E quando e perché crollò la colonna romana di Brindisi? Correva l’anno 1528 e Brindisi se la stava passando decisamente male, anzi “malissimo”. Nel contesto della lunga guerra che nel trascorso della prima metà del XVI secolo vide in Europa l’interminabile scontro tra l’imperatore Carlo V – re di Spagna, Napoli, eccetera – e Francesco I re di Francia, nel 1528 ebbe luogo la cosiddetta “Impresa di Puglia” volta alla conquista dello spagnolo regno di Napoli da parte della Lega di Cognac, promossa dal re di Francia contro il divenuto troppo potente Carlo V, avallata dal papa Clemente VI e integrata da Francia, Venezia, Firenze, Milano e l’Inghilterra.
Venezia inviò sulle coste pugliesi una considerevole flotta al comando di Pietro Lando, il quale quando costatò l’impossibilità di prendere Brindisi dal mare perché molto ben difesa, sbarcò le sue milizie a Guaceto per da lì, via terra, raggiungere la vicina Brindisi. Il 29 aprile 1528 la città si arrese alle forze veneziane, ma gli uomini atti alle armi si ritirarono nei due castelli, di terra e di mare, rimanendo leali al regno spagnolo di Napoli. Le milizie veneziane, occupata ferreamente la città, attaccarono i due castelli, ma a metà di maggio, senza essere riuscite a espugnarli nonostante i tanti e ripetuti attacchi sferzati sia da mare che da terra, rinunciarono all’impresa quando Lando – inviato con le sue galee a Napoli per rafforzarne l’assedio – partì lasciando le sue milizie d’occupazione in una città ridotta allo stremo. Una città in effetti già abbastanza malridotta fin da prima dell’arrivo dei Veneziani, non essendosi affatto ripresa dalla peste che nel 1526 aveva interessato il regno e che nella sola città di Brindisi aveva mietuto ben 800 vittime, quasi un terzo dei suoi abitanti.
A fine agosto, gli assedianti di Napoli, dopo la morte del loro comandante il francese conte di Lautrec, tolsero l’assedio e, inseguiti dagli imperiali, furono intercettati e sconfitti ad Aversa. In seguito, anche da Brindisi gli Spagnoli – in qualche modo pur senza che siano pervenuti dettagli al rispetto – riuscirono a scacciare gli occupanti veneziani, mentre per il resto di quell’anno 1528 la guerra si protrasse per inerzia fra la stanchezza delle due parti, non aliene dalle trattative di pace, ma neppure disposte a interrompere le operazioni di guerra.
A Brindisi, infatti, unico avvenimento riportato dalle cronache: “il 20 novembre 1528 nottetempo, una delle due colonne romane che avevano sfidato per tanti secoli le intemperie dei tempi, cadde senza apparente ragione”.
«Il pezzo supremo restò sopra l’infimo, mentre quelli compresi fra la base e il capitello, caddero a terra. Nessuna disgrazia successe, i pezzi caduti rimasero a terra e il pezzo supremo vedesi ancora al giorno d’oggi con meraviglia rimanere attraversato sull’infimo». [Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi – A. Della Monaca, 1674]
In assenza di documenti o altri elementi relativi al crollo, si è appunto supposto un improvviso cedimento statico che, teoricamente, è sempre possibile che sia potuto realmente accadere senza alcuna causa apparente. Però tale teorica possibilità, quanto meno, non può del tutto impedire il sorgere di qualche dubbio né può nascondere l’oggettiva stranezza del fenomeno, accaduto in piena notte, in una città poco abitata ed eventualmente mal protetta dalle truppe spagnole che di notte certamente erano per lo più arroccate nei due castelli, in un tempo comunque di guerra: Veneziani e collegati, infatti, erano tutt’intorno alla città asserragliati nelle loro vicine roccaforti e non abbandonarono mai il progetto, né tantomeno i tentativi, di riprendersi Brindisi, cosa che di fatto fecero l’anno seguente, pur senza mai riuscire a far capitolare i due castelli.
E se avessero tentato una qualche sortita proprio quella notte? E se fossero quindi penetrati in qualche modo in città? E se, scoperti, fossero stati fatti oggetto di cannonate spagnole? E se una sola palla capricciosa avesse impattato il suolo proprio in prossimità della colonna? Il castello di terra dista dalle colonne circa 800 metri, uno spazio non assolutamente incompatibile con la gittata di un potente cannone dell’epoca. Certo, sempre di un improvviso cedimento pseudostatico si sarebbe trattato, ma in tal caso non più senza causa apparente. Naturalmente si tratta solo di una semplice supposizione, evidentemente molto remota e da far quindi sorridere. Però!…


















