La Regio II di Augusto "Apulia et Calabria"

di Gianfranco PERRI

L’imperatore Augusto, tra il 9 e il 14 dC, intraprese un radicale riordino amministrativo di tutta la penisola italica, suddividendola in undici regioni e creando così la Regio II con la denominazione “Apulia et Calabria”, un po’ più estesa dell’attuale Puglia, e più a sud la Regio III con la denominazione “Lucania et Bruttium”, estesa sul resto del territorio peninsulare.

La Japigia (Daunia-Peucezia-Messapia)

Quella “Apulia et Calabria” coincideva, grossomodo fin già da prima del 1000 aC, con la Japigia, che a un certo momento si era suddivisa in Daunia al nord, Peucezia al centro e al sud Messapia, la quale fu abitata dai Calabri a nordest e dai Salentini a sudovest, ai quali, con la fondazione di Taranto, nel 706 aC, si aggiunsero i Lacedemoni che si stanziarono nel nordovest del tacco, sulla costa ionica.

Il territorio dell’odierno Salento dunque, “ai tempi di Roma” appartenne alla Calabria, anzi praticamente coincideva con la Calabria, regione che prima che i romani ne recuperassero l’antico toponimo si chiamava Messapia.

Ebbene: “quando” fu che si produsse la migrazione di quella denominazione “Calabria”? Si può anticipare che, anche se il passaggio fu probabilmente lento e graduale, certamente si completò nell’alto medio evo, poiché è indubbio che alla fine del secolo VIII, il toponimo Calabria avesse già definitivamente identificato un nuovo – quello attuale – territorio, tanto nel linguaggio ufficiale, quanto nell’uso comune. Ma procediamo con ordine!

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’occidente, dalla storia formalmente ascritta all’anno 476 dC, la successiva dominazione gotica sull’Italia culminò con il ventennale conflitto greco-gotico che, nel 553, vide vincitori i Bizantini i quali, aspirando a integrare l’Italia all’Impero Romano d’oriente, instaurarono l’Esarcato di Ravenna nella città già capitale del regno italiano dei Goti e misero sotto il suo controllo nominale il resto dei territori italiani.

Però dopo solo pochi anni, a partire dal 568, i nordici Longobardi scesero in Italia e, giunti nel meridione, crearono a Benevento un potente ducato a loro caposaldo di tutto il sud della penisola, incorporandovi da subito quasi tutti i territori della Lucania e parte di quelli della Campania del Bruzio e dell’Apulia, dai quali continuarono per secoli a sconfinare sui territori limitrofi.

A fianco, nei territori situati ad est e a sud di Benevento, i Bizantini fondarono il Ducato di Calabria, integrando in tale entità amministrativa i territori della romana Calabria, l’odierno Salento, con quelli del romano Bruttium, l’odierna regione calabrese, inizialmente collegati dalla fascia costiera nordoccidentale del golfo di Taranto.

Nel 663, l’imperatore Costante II sbarcò a Taranto e liberò temporalmente quasi tutto il meridione dalla presenza longobarda, senza però poter espugnare Benevento difesa dal duca Romualdo. Dopo l’omicidio dello stesso Costante II, avvenuto a Siracusa nel 668 però, i Longobardi recuperarono molti dei territori e delle città del meridione d’Italia, occupando anche gran parte del Ducato di Calabria, e in particolare Taranto e, nel 674, anche Brindisi.

Territori Longobardi e Bizantini a sinistra nel secolo VII e a destra nel secolo VIII

Fu probabilmente a partire da allora, se non già da qualche anno prima, che il nome “Calabria” cominciò a essere utilizzato per designare indistintamente tutto il territorio storicamente appartenuto sia alla Calabria che al Bruzio, cominciando così a mandare quest’ultimo nome al dimenticatoio.

Nel 680, infatti, a Costantinopoli si tenne un Concilio e i vescovi che vi parteciparono, nel sottoscriversi, al nome proprio e a quello della diocesi aggiunsero anche quello della provincia o regione comprendente la diocesi. I vescovi di Tauriana, di Tropea, di Turii, di Locri, di Vibona, nonché quelli di Otranto e di Taranto, si dichiararono della “Calabria”. I vescovi di Cosenza, di Crotone, di Squillate e di Tempsa si dissero appartenenti al “Bruzio”. Evidenza che in quell’anno si esitava ancora fra i due nomi e che, in conseguenza, il momento della sostituzione, o perlomeno dell’estensione della denominazione “Calabria” al “Bruzio”, va storicamente situato in una data seguente, anche se comunque prossima, a quell’anno.

Altra evidenzia, è il fatto che il pontefice Gregorio Magno, nel 601 mandò a trarre legname per l’impalcatura della basilica di San Paolo, dai boschi «del Bruzio», mentre al termine del secolo, quando il pontefice Sergio I ebbe ancora bisogno di quel legname da costruzione per i lavori della stessa basilica, lo fece estrarre «dalla Calabria». I due nomi diversi, quindi, rappresentavano evidentemente lo stesso luogo e anche il Bruzio, pertanto, al termine di quel VII secolo, si chiamava Calabria.

I Longobardi dominarono tutta l’Italia fino al 774, quando i Franchi, chiamati in Italia dal papa Adriano, li sconfissero a più riprese e consegnarono al papato gran parte del territorio centrale della penisola, dando così formale inizio al potere temporale dei papi e separando, anche fisicamente, la parte settentrionale dalla meridionale dello stivale. Mentre il settentrione d’Italia passò sotto l’influenza del sacro romano impero, sorto con l’incoronazione di Carlo Magno in San Pietro nel Natale dell’800, il meridione ritornò sotto il controllo nominale bizantino, tranne Benevento – e adiacenze – che rimase autonomamente longobarda assurgendo a principato, e tranne la Sicilia che nell’827 fu occupata dagli Arabi rendendo ancor più insicuri ed incerti tutti i domini bizantini nell’Italia meridionale.

Solo sul finire del secolo IX, nell’880, i Bizantini riconquistarono effettivamente varie città, tra cui Taranto e Brindisi, riuscendo anche a ricontrollare quei territori longobardi che avevano separato in due pezzi il Ducato di Calabria, che avevano cioè separato l’antico Bruttium dall’antica Calabria. Finanche, il 18 ottobre 891 dopo un assedio di due mesi, la stessa Benevento capitolò al generale bizantino Niceforo Foca.

Quindi, fondarono il Thema di Langobardia con capitale Bari, che affiancò il Thema di Calabria con capitale Reggio. Il Thema di Calabria però, non comprese l’antica Calabria romana, ossia l’odierno Salento, che invece fu parte del nuovo Thema di Langobardia. A quell’epoca quindi, la denominazione “Calabria”, già in precedenza estesa al Bruzio, aveva ormai finito con l’abbandonare del tutto il suo originale territorio salentino: la migrazione si era definitivamente consumata.

Dopo la riconquista bizantina circa l’anno 1000 d.C.

Nel corso del ‘900 poi, il Thema di Calabria e quello di Langobardia furono integrati per formare il Catapanato d’Italia e durante tutto quel secolo X non cessarono le lotte per il dominio del territorio tra i Longobardi beneventani e i Bizantini, alle quali si furono alternamente sommando gli eserciti imperiali del nord e le tante bande arabe e slave, in un perenne clima di tutti contro tutti e con sempre la regia, più o meno occulta, del papato.

Tra l’XI e il XII secolo, finalmente nel 1130, con i Normanni nasceva il Regno di Sicilia che finì con integrare tutti i territori a sud dello stato pontificio e del ducato di Spoleto, con una suddivisione amministrativa dei territori continentali che li vide organizzati in tre grandi unità: la Calabria, la Apulia e la Terra di Lavoro. I confini di queste tre unità amministrative erano invero piuttosto labili e la loro stessa struttura amministrativa non era ben definita. Nell’Apulia furono fondati intorno al 1055, la contea di Lecce, la contea di Nardò, la contea di Soleto e nel 1088 il principato di Taranto, al quale fu ascritta anche Brindisi.

I Giustizierati normanni del Regno di Sicilia istituzionalizzati da Federico II

Poi, sotto gli Svevi, nel 1230 Federico II riformò l’amministrazione del regno, sopprimendo le contee e formalizzando l’istituzione delle nuove unità amministrative, i “giustizierati”, ovvero distretti di giustizia governati da funzionari regi, i giustizieri. L’imperatore organizzò il territorio del regno in undici giustizierati: due insulari e nove peninsulari. Sul continente i nove giustizierati erano: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Capitanata, Principato e Terra Beneventana, Terra di Bari, Terra di Lavoro e Contado di Molise, Valle di Crati e Terra Giordana, e “Terra d’Otranto”.

Il giustizierato della Terra d’Otranto, la cui formale creazione certificò quindi “ufficialmente” per il suo territorio tale denominazione, invero già da tempo entrata nel gergo comune, comprese inizialmente tutta la penisola salentina e una parte della regione delle Murge, estendendosi a nordovest fino al Bradano e includendo anche parte del territorio materano.

Presso a poco con tali limiti, questa circoscrizione amministrativa fu conservata anche sotto gli Angioini e gli Aragonesi. In epoca aragonese, durante il XV secolo, la figura del giustiziere venne sostituita con quella del “funzionario regio” mentre i territori amministrativi del regno vennero denominati “province” configurando un assetto di dodici province continentali tra le quali Terra d’Otranto – la Provincia Hydruntina – che, seppur con alcune variazioni territoriali, si manterranno con gli spagnoli invariati in numero e denominazione, fino alla riforma napoleonica del 1806.

Con la legge 132 dell’8 agosto 1806, il re Giuseppe Bonaparte riformò la ripartizione territoriale del Regno di Napoli sulla base del modello francese e soppresse definitivamente ciò che restava del sistema dei giustizierati. Tra le tante innovazioni introdotte dai Francesi vi fu anche la sistematica suddivisione delle province, ognuna delle quali con a capo un “intendente”, in successivi livelli amministrativi gerarchicamente dipendenti dal precedente.

Al livello immediatamente successivo alla provincia appartenevano i distretti, con un capoluogo e con a capo un “sottintendente”, che a loro volta erano suddivisi in circondari. Questi erano costituiti dai comuni che, con ognuno a capo un sindaco, costituivano l’unità di base della struttura politico amministrativa dello stato, grazie all’introduzione del concetto di ente comunale che si sostituiva a quello plurisecolare di “universitas”.

La provincia di Terra d’Otranto comprendeva i seguenti quattro distretti: Lecce – che fungeva anche da capoluogo della provincia – Brindisi, Gallipoli e Taranto. Ogni distretto era suddiviso in circondari, di fatto i comuni con ognuno i rispettivi adiacenti villaggi rurali, per un totale di 44. E questo sistema amministrativo napoleonico, di fatto resto invariato anche dopo la parentesi decennale che, conclusa nel 1816, precedette la restaurazione ed il ritorno dei Borbone sul trono del regno.

Anche dopo la restaurazione, il territorio del Regno delle Due Sicilie risultò suddiviso in province, 7 insulari e 15 continentali. Queste ultime erano: Provincia di Napoli, Terra di Lavoro, Principato Citra, Principato Ultra, Basilicata, Capitanata, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria Citeriore, Calabria Ulteriore Prima, Calabria Ulteriore Seconda, Contado di Molise, Abruzzo Citeriore, Abruzzo Ulteriore Primo, Abruzzo Ulteriore Secondo.

Dopo l’unità d’Italia, nel 1861, la provincia di Terra d’Otranto cambiò il nome in Provincia di Lecce. I quattro distretti in cui era diviso il suo territorio restarono però inalterati, divenendo circondari del Regno d’Italia. Nel 1923 fu costituita la provincia di Taranto scorporandone il territorio da quella di Lecce e, nel 1927, fu costituita la provincia di Brindisi, scorporandone allo stesso modo il territorio da quella di Lecce e aggregandovi i comuni di Fasano e Cisternino, scorporati a loro volta dalla provincia di Bari.

Ebbene, giunti a questo punto, si è data risposta al “quando” e anche al “come” l’originale denominazione “Calabria” sia migrata da una all’altra delle due penisole dell’estremo sud italiano, cominciando con l’essere assegnata anche alla seconda in sostituzione della propria denominazione originale e finendo con abbandonare la prima per la quale venne finalmente adottata una nuova denominazione. Ed ha avuto anche risposta il “quando” – dopo aver definitivamente perduto la sua antica denominazione romana di “Calabria” – il territorio dell’attuale Salento fu ufficialmente denominato “Terra d’Otranto”.

Manca solo, quindi, rispondere al “perché” di tutto questo insolito processo. Insolito non per il cambio di un toponimo – cosa in effetti storicamente abbastanza comune e di fatto naturale – ma insolito per la migrazione di un toponimo da un luogo ad un altro. Perché mai spostare la denominazione “Calabria” dal suo storico territorio ad un altro territorio, che del resto un nome storico proprio già lo aveva?

Ebbene, purtroppo, finora non ci è ancora stato dato di giungere a un’unica spiegazione certa: lo storico Michele Schipa, che si occupò a lungo dell’argomento, nel 1895 scartò un’ipotesi ai sui tempi abbastanza accreditata e ne avanzò una seconda, sua. Raccontiamole brevemente!

La prima: «Quando i Longobardi occuparono Taranto e Brindisi, intorno al 670, del territorio della vecchia romana Calabria, che pur aveva dato il proprio nome all’intero ducato bizantino comprendente anche il Bruzio, restò ben poco, praticamente e a mala pena solo Otranto. E fu a quel punto che ai Bizantini non venne migliore idea che, per occultare quella grave perdita e salvare l’onore o l’apparenza, inventarsi traslare il nome del territorio perduto “Calabria” al territorio in buona parte conservato “il Bruzio” per poter così ufficialmente affermare che la “Calabria” continuava ad essere saldamente bizantina».

La seconda: «Una volta ridotto a un lembo il territorio bizantino resistente sulla punta estrema della romana Calabria e benché fisicamente separato dal meridionale Bruzio, fu “naturale e abbastanza ammissibile” continuare a mantenere il nome “Calabria” per tutta quella parte dell’unità amministrativa – il ducato – ancora bizantina, nonostante fosse costituita da un territorio che nella quasi sua totalità era del Bruzio. E così fu che, per anni e anni, il territorio del Bruzio continuò a denominarsi ufficialmente ducato di Calabria e poi… Calabria».

Certo è che l’antica romana Calabria non tornò più ad essere stabilmente bizantina ed anzi, tutta fu, a momenti, perduta, incluso la stessa Otranto, che comunque più a lungo resistette col suo pur piccolissimo territorio. E fu così che dell’antica romana “Calabria”, dopo lunghi anni bui e senza ormai neanche un territorio proprio, si perse anche l’identità del nome, per alla fine riacquisirne uno: quello di “Terra d’Otranto”.

Gianfranco PERRI
Brindisino, professore universitario e ingegnere progettista di gallerie. Appassionato studioso, scrittore e divulgatore della Storia di Brindisi, autore di numerosi articoli e vari volumi di storia brindisina. Residente a Miami, ma fedele e assiduo frequentatore di Brindisi e del Salento.