Ricostruzione di un villaggio premessapico nell’Archeodromo del Salento “Kalòs”, allestito a Caprarica di Lecce, in località Serra di Galugnano

di Lino DE MATTEIS

L’esistenza di comunità umane premessapiche nel Salento è una realtà documentata da innumerevoli reperti archeologici. Ma qualunque sia stata la sua origine o provenienza, ben poco si conosce dell’esperienza storica dell’homo sapiens salentino, prima dei messapi. Gli scrittori classici narravano le vicende storiche dal punto di vista dei loro popoli e, nei loro scritti, la presenza dei nativi salentini, quando compare, compare solo di riflesso, in modo marginale, come sfondo scenografico sul quale collocare le vicende storiche dei colonizzatori. Questa originale distorsione di prospettiva ha poi condizionato il successivo approccio storico-narrativo sul Salento, non solo da parte degli antichi scrittori greci e latini, ma anche di quelli successivi. La storia dei nativi salentini è così finita con l’essere considerata solo una comparsa nella sua dimensione localistica, del tutto marginale rispetto agli eventi dei colonizzatori, non rappresentativa della loro partecipazione attiva e contaminante del processo di formazione delle poleis magno-greche, prima, e delle urbe romane, poi.

Caprarica di Lecce, Archeodromo del Salento “Kalòs”

La disattenzione alle sorti degli indigeni salentini non è stata solo una caratteristica degli scrittori classici. Le vicende dei nativi, infatti, sono state trascurate e rimaste quasi completamente assenti anche nella storiografia ufficiale moderna, nonostante, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, lo storico Giuseppe Nenci, nella prefazione a “I Messapi e la Messapia nelle fonti letterarie greche e latine” (Mario Lombardo, Congedo Editore, 1992), scrivesse, ottimisticamente, che «nel panorama delle ricerche storico-archeologiche degli ultimi decenni sul mondo antico, un rilievo sempre maggiore sono venute assumendo le problematiche concernenti le popolazioni “epicorie” con cui i Greci (e i Romani) entrarono in contatto e svilupparono rapporti più o meno pacifici e intensi nel corso della loro storia… A una prospettica classicistica che guardava essenzialmente alle colonie greche come poli di civilizzazione per gli ambienti barbari circonvicini, si è venuta sostituendo… un’ottica centrata piuttosto sui processi… di contatto, interpretazione e “acculturazione” tra Greci e “indigeni”, e di conseguenza sulle questioni dell’identità, non solo “etnica”, ma anche “culturale”…, delle diverse popolazioni “epicorie” insediate nelle aree toccate dalla colonizzazione…».

Figuranti in scene di vita messapica ricostruite nell’Archeodromo del Salento “Kalòs”, allestito a Caprarica di Lecce, in località Serra di Galugnano

Il mondo scientifico ed accademico si è posto, dunque, almeno teoricamente, il problema dell’identità storica ed etnico-culturale delle popolazioni native dei territori colonizzati dai greci e dai romani, avvertendo l’esigenza di un mutamento della prospettiva colonialistica a favore di una indigeno-centrica. Ma i risultati si possono ritenere abbastanza deludenti, per il semplice motivo che la ricerca è sostanzialmente rimasta ancorata alle medesime fonti classiche, greche e latine.  È inevitabile, allora, che la prospettiva classicistica emerga in modo prevalente, se non esclusivo, consultando le raccolte documentative anche più autorevoli delle fonti letterarie antiche che riguardano la penisola salentina, come quella sulle “Fonti per la storia greca e romana del Salento” (Giancarlo Susini, Bologna, 1962) e quella già citata “I Messapi e la Messapia nelle fonti letterarie greche e latine”. Proprio in quest’ultima, l’autore Mario Lombardo, nella sua introduzione, fa presente che «il dato fondamentale… consiste nel fatto che si tratta di fonti greche e latine, le quali esprimono… non solo punti di vista “esterni” (e talvolta ostili) rispetto alle realtà epicorie, ma anche e soprattutto punti di vista culturalmente determinati, iscritti cioè nell’orizzonte culturale… del mondo greco e di quello romano».

A questo proposito, interessante è il lavoro di Luciano Altomare per la sua tesi all’Università della Calabria “Enotri e Greci nel golfo di Taranto: paesaggi e interazioni tra IX e VI secolo a.C.”. «Per la breve distanza che intercorre tra Grecia e Italia – scrive Altomare –, in alcune zone vi è addirittura un diretto contatto visivo tra le due aree “continentali”: da Corfù, ad esempio, testa di ponte di gran parte del movimento coloniale greco, nelle giornate prive di foschia si vede a occhio nudo il Salento. Le genti elleniche spostatesi in Italia, dunque, erano pienamente consapevoli della conformazione di quelle terre e del fatto che esse non fossero disabitate ma, invece, fossero occupate da individui ai loro occhi non del tutto estranei. L’epopea dei nostoi che in Occidente incontrarono popoli e personaggi locali, poi, è la prova decisiva sul fatto che per i Greci l’Italia meridionale non fosse un’area oscura e ignota. Le intense frequentazioni micenee lasciano intendere che già dal II millennio a.C. ci fosse piena consapevolezza della geografia indigena d’Occidente».

Tra i sostenitori dell’interpretazione indigeno-centrica della storia salentina e del paesaggio magno-greco c’è l’archeologo olandese Gert Burgers, che si è occupato anche del parco archeologico di Muro Tenente, tra Latiano e Mesagne, e della carta archeologica di Cisternino. Lo studioso olandese ha messo in dubbio che nel territorio della Magna Grecia, sviluppatasi intorno al golfo di Taranto, gli oggetti ritenuti di produzione greca siano stati effettivamente portatori di novità artistico-manifatturiera. La utilizzazione di quegli oggetti da parte dei nativi potrebbe essere stata una strategia degli indigeni per favorire l’integrazione degli elleni nei sistemi di valori locali. Le stesse alleanze con gli stranieri possono aver giocato un ruolo nelle lotte interne al mondo indigeno e nei conflitti inter-tribali. Pur essendo la teoria indigeno-centrica basata su scorse evidenze documentali, per lo studioso olandese è comunque legittimo avanzare l’ipotesi della cooperazione e coabitazione tra greci e indigeni, se non addirittura quella della supremazia e del dominio autoctono sui nuovi venuti.

Rileggere, dunque, le origini del Salento seguendo una prospettiva indigeno-centrica significa ripercorrere la storia dal punto di vista dei nativi salentini e della loro identità. Un’identità forgiata da millenni di vita vissuta nei territori della penisola salentina, indipendentemente da quale fosse la loro origine o provenienza, di come si chiamassero o fossero chiamati. I nativi salentini esistevano già quando la storia classica, quella tramandataci dagli scrittori greci e latini, cominciarono a parlare di questi territori. La loro identità è stata forgiata dalle continue invasioni di altre genti – cruente o pacifiche che siano state – che hanno cesellato il carattere dei salentini, determinando quell’indole pacifica e riservata ma, nello stesso tempo, gentile e pronta all’accoglienza e alla convivenza con il nuovo. Caratteristiche che hanno consentito loro di conservare nel tempo la propria identità, i propri valori e tradizioni ma, nello stesso tempo, di lasciarsi contaminare dagli altri, con una grande apertura e capacità di adattamento. I salentini di oggi sono, evidentemente, il risultato di millenni di storia, trascorsi tra sottomissioni e riscatti, vissuti su di un territorio che, per la sua naturale conformazione geografica, rappresenta da sempre un ponte di pace tra i popoli del Mediterraneo.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it