Mario Antonio Piscopo indica il luogo del rinvenimento della Mappa di Soleto

di Lino DE MATTEIS

Se si assume come chiave di lettura la reciproca contaminazione tra i nativi salentini e i popoli colonizzatori, un documento importante può essere rappresentato dalla “Mappa di Soleto”, nella quale coesistono parole messapiche e parole greche. La penisola salentina può vantare il primato di essere stata riprodotta nella più antica carta geografica occidentale dell’età classica di cui si abbia conoscenza: la Mappa di Soleto, così detta per essere stata ritrovata nel comune di Soleto (Lecce), il 21 agosto 2003, nel corso di una campagna di scavi diretta dall’archeologo belga Thierry van Compernolle. Si tratta di un pezzo di coccio, una “crasta” in dialetto locale, un òstrakon in greco, che significa “conchiglia”, ma nel mondo ellenico indicava anche i frammenti di ceramica utilizzati come schede elettorali per infliggere la pena dell’ostracismo.

La Mappa di Soleto

Risalente al V secolo a.C., dalle dimensioni di appena cm 6 per 3, la Mappa di Soleto consiste in un frammento di terracotta di un vaso attico, sul cui sfondo, smaltato di nero, è inciso il profilo della parte terminale della penisola salentina. Oltre ai mari Adriatico e Jonio, segnalati con delle onde stilizzate a forma di sigma, sulla minuscola mappa sono incisi i nomi di 13 località, una delle quali in greco, ΤΑΡΑΣ: Τάρας, Taras, Tarentum (Taranto) e 12 in messapico, alcune in forma abbreviata: ΒΑΛ: Bal..étion, Aletium (Alezio); ΒΑΣ: Bas..ta, Basta (Vaste); ΓΡΑΧΑ: Graxa, Callipolis/Anxa (Gallipoli o Porto Cesareo); ΗΥΔΡ: Hydr..us¸ Hydruntum (Otranto); ΛΙΚ: Lik..tos, Castrum Minervae (Castro); ΛΙΟΣ: Lios, Veretum/Leuka (Patù o Leuca); ΜΙΟΣ: Mios, (Muro Leccese); ΝΑΡ: Nar..etòn, Neretum (Nardò); ΟζΑΝ: Ozan, Uzentum (Ugento); ΣΟΛ: Sol..lytos, Soletum desertum (Soleto); ΣΤΥ: Sty..bar (Cavallino o Sternatia); ΥΡΙΑ: Thuria, Thuria sallentina (Roca Vecchia). Oltre a diversi tipi di scrittura, messapica o greca, gli studiosi hanno ravvisato anche forme locali di provenienza ellenica, come nel caso del toponimo Graxa (Gallipoli o Porto Cesareo). La mappa ha contribuito, inoltre, a individuare la collocazione di alcune località di cui si conosceva il nome ma non la loro reale posizione (ΓΡΑΧΑ, ΒΑΛ, ΥΡΙΑ). In alto a destra del coccio, si nota la parte bassa rimasta della scritta corrispondente all’attuale sito di Roca Vecchia (Melendugno, Lecce), da cui si evince che il frammento era parte di una più ampia superficie.

Una sensazionale scoperta, non solo per il Salento, ma per la storia della cartografia del mondo occidentale, poiché da essa risulterebbe che, molto prima dei romani, i messapi avevano costruito una carta geografica del loro territorio. La scoperta della Mappa di Soleto porrebbe, dunque, agli storici la necessità di riconsiderare gli effettivi inizi dell’antica cartografia occidentale, poiché si ritiene che le mappe classiche esistenti furono realizzate dai romani, che per primi collegarono, sistematicamente, attraverso un complesso di reti stradali, i territori da loro conquistati (vedi “Tabula Peutingeriana”, I-IV secolo). Il frammento di Soleto indicherebbe, invece, che, già 500 anni prima di Cristo, le popolazioni che abitavano questa penisola avevano dato una rappresentazione visiva dei luoghi dove vivevano, attraverso una mappatura, che rappresenterebbe oggi anche la più straordinaria e antica testimonianza delle relazioni esistenti all’epoca tra i greci e le popolazioni locali dei messapi, calabri e salentini.

Il condizionale è d’obbligo perché, nonostante le analisi con il radiocarbonio abbiano attestato con certezza la sua datazione attorno al V secolo a.C., sulla Mappa di Soleto si è sviluppata una polemica sull’autenticità delle incisioni riportate sulla superficie del coccio, alimentando un presunto sospetto che la sta condannando all’oblio, pur in mancanza di una prova della sua falsità. Dopo un anno e mezzo di studi approfonditi, a marzo 2005, l’archeologo belga Thierry van Compernolle presentò ufficialmente il reperto all’Università Paul Valéry di Montpellier, dove lavorava, e dal dicembre dello stesso anno la Mappa di Soleto fu esposta per qualche tempo anche nel Museo archeologico nazionale di Taranto. Da allora si sono perdute le tracce, le ultime notizie la davano sepolta nei depositi del museo ionico, in attesa di improbabili approfondimenti sulla sua autenticità. Dall’Australia, dai laboratori di Sydney che hanno accertato la datazione col carbonio-14, si attende ancora una pronuncia sulla autenticità di quelle scritte.

Eppure, la corrispondenza di buona parte dei toponimi con l’attuale collocazione delle località indicate, alcune iniziali di città messapiche fino ad ora sconosciute (ΛΙΚ, ΜΙΟΣ, ΣΤΥ, ΛΙΟΣ), la scrittura arcaica dei nomi di alcune già note (ΒΑΛ, ΝΑΡ, ΗΥΔΡ), il fatto di essere un frammento di una mappa più grande, tutto questo dovrebbe far pensare all’autenticità del frammento; mentre c’è chi la mette in dubbio proprio per l’eccessiva precisione delle posizioni geografiche dei siti indicati, la scrittura che talvolta utilizza caratteri greci ritenuti di epoche più recenti e l’uso dei puntini per indicare la posizione delle città, al posto delle casette stilizzate tipiche delle antiche mappe romane. È evidente che, a nostro parere, trattandosi di uno spazio di piccole dimensioni, l’uso dei puntini per indicare i siti appare molto più pratico, così come avviene nelle moderne carte geografiche, come anche la necessità di abbreviare i nomi delle località appare dettata dalla ridotta superfice a disposizione.

Mario Antonio Piscopo (a sinistra) e Luigi Resta i due manovali che trovarono la Mappa di Soleto

Dell’autenticità del reperto sono certi Mario Antonio Piscopo e Luigi Resta, i due manovali soletani addetti agli scavi che, il 21 agosto del 2003, trovarono, in località “Fontanelle”, il frammento che consegnarono personalmente all’archeologo belga Van Compernolle. I loro ricordi sono ancora vivi quando, nell’ottobre del 2016, ci raccontarono com’era andata. «Sono stato io a trovarlo. Per fortuna non l’ho rotto con il piccone, perché stavamo scavando un pezzo di terreno molto duro, ad una profondità di mezzo metro – rammenta Mario Antonio Piscopo, mentre ci indica il luogo dove avvenne il ritrovamento, ora diventato “Parco archeologico messapico” di Soleto –. Ogni volta che trovavamo qualche cosa che potesse interessare “Thierry”, così chiamavamo confidenzialmente il direttore dei lavori, lo raccoglievamo con le mani per non danneggiarlo, ripulendolo alla meglio dalla terra. Lo feci vedere al mio collega Luigi, ed entrambi abbiamo annuito affermativamente, come per dire che la cosa sembrava interessante e che il professore sarebbe stato contento di averlo. Poi lo abbiamo consegnato a Thierry, insieme ad altri pezzi di creta». I due manovali non potevano sapere allora di cosa si trattasse, ma entrambi ammettono di aver notato le incisioni su quella “crasta” impolverata: «C’erano dei segni», affermano con certezza. «Quando gli consegnammo quel pezzo di coccio – sottolinea Piscopo – il professore si soffermò a guardarlo interessato. Lo vedemmo pensieroso e capimmo che aveva attratto la sua attenzione in modo particolare. Il coccio era impolverato, ma non era particolarmente sporco, poiché la terra che lo avvolgeva era secca e friabile». «Il professore – spiega Luigi Resta –, come faceva tutti i giorni durante il periodo di scavi, a sera raccoglieva il materiale che riteneva più interessante e lo portava con sé presso la scuola materna, che, essendo chiusa per l’estate, era stata destinata a suo alloggio provvisorio. Lì, esaminava più attentamente il materiale e lo lavava per poterlo osservare meglio». L’emozione si fa visibile, quando i due anziani aggiungono che «il giorno dopo, di buon mattino, quando ci siamo visti per riprendere gli scavi nella zona archeologica, il professore ha esclamato soddisfatto: abbiamo trovato la “Mappa di Soleto”, qui c’è la storia!».

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it