Fregi esposti nel Museo archeologico di Castro

Fabio CAFFIO

I rapporti tra la Taranto Magnogreca e le genti salentine che abitavano il territorio prima dell’arrivo dei coloni spartani sono un tema che gli storici hanno affrontato. Contrapposizioni vi furono tra Taranto ed i Messapi di Manduria ma non altrettanto può dirsi delle relazioni con gli abitanti della parte meridionale del Salento, i Salentini appunto. Secondo Strabone (Geografia, VI, 5) «Si dice che i Salentini siano coloni dei Cretesi: nel loro territorio c’è anche il tempio di Atena che una volta era ricco…». Il tempio era nell’Odierna Castro, il Castrum Minervae, a nord di Santa Maria di Leuca (Capo Iapigio) di cui parla Virgilio nel famoso passo dell’Eneide (III, 531-551): «Crescono le brezze sperate e già il porto si apre ormai vicino, e sulla rocca appare il tempio di Minerva…di qui si scorge il Golfo di Taranto dedicata a Ercole…».

I resti di questo tempio sono stati di recente oggetto di una fortunata campagna di scavi che ha portato al ritrovamento della statua di Minerva alta più di 3 mt., la più grande scultura mai scoperta nella Magna Grecia.

Trattandosi di un’opera di grandi dimensioni il manufatto è attribuito ad artigiani di scuola tarantina. Nella colonia magnogreca aveva infatti lavorato Lisippo, artefice della colossale statua bronzea di Zeus alta circa 18 mt.  Come ricorda Gianpiero Romano in Archeotaranto «diversi autori riferiscono delle opere che Lisippo di Sicione, uno dei più famosi scultori dell’antichità, fuse nel IV secolo a.C.. Chiamato dai tarantini mentre si trovava nella città di Alizia, in Acarnaia, il celebre bronzista eseguì per la colonia lacedemone uno Zeus in assalto ed un Eracle seduto».

Della statuaria tarantina si parlerà a Lecce, il prossimo 24 gennaio in un convegno di studio organizzato dalla Scuola di specializzazione in Beni Archeologici dell’Università del Salento in cui interverranno vari esperti ed accademici. A presiedere una sessione ci sarà Barbara Davidde, Soprintendente nazionale per il patrimonio culturale subacqueo ed archeologico avente competenza anche sul territorio della Provincia di Taranto, a significare lo stretto legame scientifico che c’è con la Soprintendenza ABAP di Lecce. Artefice dell’iniziativa è il Francesco D’Andria, accademico dei lincei e professore emerito di Archeologia classica dell’università del Salento cui si deve la valorizzazione del Santuario di Atena (Athenaion) a Castro, i cui reperti sono stati in mostra al MarTa di Taranto lo scorso anno.

D’Andria ritiene, sulla base di evidenze scientifiche, che «Taranto, nel IV e nel III secolo a.C., sia stata una grande metropoli del Mediterraneo, un centro di elaborazione artistica di altissimo livello capace di influenzare anche per secoli non solo le colonie greche o le popolazioni indigene, ma anche di inventare modelli come quello dei girali, che influenzeranno l’arte e la scultura nei secoli a venire». Castro – dice il prof. Francesco D’Andria – «rappresenta lo specchio sull’Adriatico in cui Taranto si riflette. Nel Santuario di Atena hanno lavorato, per periodi abbastanza lunghi, scultori tarantini che lasciarono le loro firme sui blocchi che scolpirono o dediche nostalgiche in dialetto dorico tarantino».

Le sculture rinvenute a Castro rappresenterebbero le prime esperienze di lavorazione della tenera pietra salentina che ha dato poi vita, tra il XVI e XVIII secolo, allo splendore del barocco leccese. «Si tratta della stessa pietra leccese – racconta D’Andria ‒ facilmente modellabile sotto le abili mani degli scalpellini. Questo ha reso possibili le decorazioni dei fregi a girali, motivi vegetali elaborati che ornano molti dei reperti ritrovati nel parco archeologico di Castro, e che testimoniano come anche nell’antichità la pietra, che poi farà le fortune degli artigiani e degli artisti del periodo barocco nelle chiese di Lecce, era già utilizzata per realizzare l’Athenaion di Castro e le sue splendide statue».

Fabio CAFFIO
Ammiraglio Marina Militare Italiana in pensione, esperto di Diritto marittimo