Lecce, Castello Carlo V

di Giorgio MANTOVANO

La vita di Maria d’Enghien possiede da sempre un fascino immutato. Merita, dunque, più di altre, la nostra attenzione. Per comprendere la sua straordinaria figura occorre tracciarne succintamente la storia.

Nacque nel 1369 da Giovanni, Conte di Lecce, e da Sancia Del Balzo. Dopo la morte del fratello maggiore Pietro, nel 1384, non avendo questi eredi, gli successe come Contessa di Lecce.

Appena sedicenne, su volere di Papa Urbano VI, andò in sposa a Raimondello Orsini, Conte di Nola e Principe di Taranto. Con questo matrimonio, festeggiato nel 1385, la Contea entrò in una fase storica di grande luminosità. Maria restò per più di vent’anni all’ombra del marito che, oltre ai feudi in Campania e in Irpinia, possedeva una vasta signoria in Puglia.

Dopo la morte di lui, nel gennaio 1406, si ritrovò sola con quattro figli minorenni, Giovanni Antonio, Caterina, Gabriele e Maria, a fronteggiare le mire espansionistiche di Ladislao della stirpe d’Angiò Durazzo.

Una situazione senza prospettive nella difesa del Principato di Taranto la indusse a contrarre matrimonio con Ladislao, celebrato il 23 aprile 1407 nel Castello di Taranto.

Alla morte di Ladislao, avvenuta il 2 agosto del 1414, non avendo questi lasciato figli legittimi, il trono di Napoli passò nelle mani della sorella Giovanna II. Costei, vedendo in Maria d’Enghien una possibile rivale per la Corona napoletana, le fece subire l’onta della prigionia, privandola di ogni diritto sui suoi vasti possedimenti.

L’arrivo a Napoli del futuro marito di Giovanna, Giacomo di Borbone, provocò una svolta perché la figlia di Maria, Caterina, per iniziativa di Giacomo, alla fine del 1415 sposò Tristano Chiaramonte, uno dei cavalieri del seguito di Giacomo.

Quindi, alla fine del 1415, la regina Giovanna si trovò costretta a restituire a Maria la libertà e i feudi che le appartenevano. Anche il Principato di Taranto ritornò in breve nel suo possesso.

Sotto il suo governo la Contea di Lecce progredì. Ella promosse l’arte ed il gusto estetico, circondandosi dei migliori ingegni del tempo. Negli atti pubblici cominciò a sparire il latino ed il volgare iniziò ad essere usato anche dalla Contessa nelle lettere scritte ai propri parenti.

Maria trascorse in città l’ultimo trentennio della sua vita, rivelando non comuni capacità di governo. Amministrò con saggezza i suoi domini come si evince dagli “Statuti” con i quali diede alla Contea un assetto giuridico-amministrativo di assoluta avanguardia.

Disciplinò i dazi cittadini, la tassazione degli uomini e dei beni, l’ordine pubblico e la manutenzione delle mura e dei fossati.

Gli Statuti statuivano anche che i cittadini erano tenuti a mantenere un comportamento decoroso, igienico e di rispetto delle persone e dei beni altrui.

Gli storici hanno rinvenuto due missive a firma di Maria scritte dal Castello (che noi oggi chiamiamo di “Carlo V”). Una del 16 agosto 1422, indirizzata alla badessa del monastero di San Benedetto di Conversano, e l’altra del 26 agosto del 1433 diretta al notaio Nicola di Terlizzi.

Entrambe sono date “in castro nostro Licii”. Non riguardano atti di governo ma lo scambio di notizie sullo stato di salute di figli e nipoti. Sono indicative, ha osservato il Prof. Benedetto Vetere, di un Castello dimora dei Conti di Lecce.

A questa Donna straordinariamente moderna che governò con sapienza ed amore la vita amministrativa e culturale della città, scomparsa il 9 maggio 1446, va tributata la nostra gratitudine.

In argomento segnalo, per chi fosse interessato, il prezioso saggio di Benedetto Vetere, I personaggi e la struttura dai normanni agli aragonesi, in AA.VV., Il Castello Carlo V, a cura di F. Canestrini e G. Cacudi, Mario Congedo Editore, 2014.

Giorgio MANTOVANO
Ideatore di www.iusimpresa.com - Osservatorio Bibliografico del Diritto dell’Economia in Europa. Dottore commercialista, appassionato di Storia Patria.